Tiburtina Valley, cronaca di un disastro annunciato

tiburtina valley
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“Illustrissimo Presidente del Consiglio dei Ministri, noi non vogliamo invitarla al funerale delle nostre aziende, che presumibilmente si terrà entro Natale. Ma vorremmo farle arrivare la richiesta di aiuto della Tiburtina Valley”.
Così inizia il messaggio dell’Associazione Nuova Tiburtina rivolto a Matteo Renzi, un appello pubblicato su alcuni quotidiani romani per allertare gli organi preposti sul pericolo che incombe su questa zona di Roma, che ospita aziende operanti in vari settori quali quello tecnologico, del terziario, elettromeccanico, degli strumenti di precisione, editoriale, tessile e manifatturiero.
Che con l’inverno alle porte rischiano di finire sott’acqua se qualcuno non si dà una mossa. E quel qualcuno è il Comune di Roma, l’Agenzia Regionale per la Difesa del Suolo (ARDIS), il Consorzio di Bonifica Tevere Agro Romano (CBTAR), l’Acea, che da 3 anni si rimpallano, a parole e per iscritto, le responsabilità ed il compito di intervenire.
Un balletto pericoloso, questo, dato che l’area è già stata colpita da eventi alluvionali ben 3 volte (nel 1972, 1984 e 2008). Secondo quanto rilevato dall’Autorità di Bacino del fiume Tevere, su di essa sussiste un grado di rischio P.A.I. (Piano di Assetto Idrogeologico) pari a R4. Che per i non addetti ai lavori sta a significare “molto elevato, per il quale sono possibili la perdita di vite umane e lesioni gravi alle persone, danni gravi agli edifici, alle infrastrutture e al patrimonio ambientale, la distruzione di attività socio-economiche”. 
C’è quindi poco da scherzare. Qui siamo di fronte, come a Genova, ad un disastro annunciato. Che non richiederebbe molto per essere scongiurato e per evitare quello che è già accaduto nel 2008, quando, con l’esondazione dell’adiacente fosso di Pratolungo, furono colpite duramente le PMI della zona, già provate dalla crisi economica contingente e che ancora oggi non sono riuscite a risollevarsi.
Basterebbe infatti effettuare la manutenzione del Fosso pulendolo, allargandolo e consolidandone al tempo stesso le sponde. Ma soprattutto rendendo attive le idrovore installate e non ancora allacciate alla corrente elettrica, mediante l’attivazione di una utenza Acea.
Il tutto in attesa dei lavori di allargamento della via Tiburtina, che prevedono che il ponte che scavalca il Fosso incriminato venga demolito e ricostruito. Sotto il manufatto (una vera e propria strozzatura), quando il livello dell’acqua sale, i detriti si accumulano, l’acqua non defluisce e si verificano esondazioni locali.
Il progetto è stato già approvato, i lavori appaltati ed i finanziamenti sono disponibili. Ma la burocrazia, come sempre, frena tutto. Stessa storia per la creazione del bacino di laminazione a monte del Grande Raccordo Anulare, una vasca di contenimento delle acque a rilascio controllato, finalizzato alla tutela degli insediamenti urbani e produttivi all’interno del GRA.
E chi dovrebbe fare di tutto per eliminare queste lungaggini fa spallucce, con l’inverno che incombe.
Non stiamo parlando dei lavori per il ponte sullo Stretto di Messina, ci sembra ovvio e lampante.
E allora, per scongiurare un disastro annunciato, le Autorità preposte cosa aspettano?

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