Witness to Innocence, la nuova vita di chi sfugge al braccio della morte

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L’associazione Witness to Innocence venne fondata da suor Helen Prejean, conosciuta per il suo impegno contro la condanna a morte, e Ray Krone, il centesimo carcerato che riuscì a salvarsi dall’esecuzione negli Usa

Dal 1973, in 26 diversi Stati, 146 detenuti sono stati riconosciuti come non colpevoli. Almeno 27 sono i giustiziati risultati innocenti grazie all’esame del Dna.

Aspettare la morte stabilita da una sentenza, in attesa di essere giustiziati attraverso la sedia elettrica o un’iniezione letale, pur essendo sicuri della propria innocenza. È successo, e succede ancora troppo spesso, in America dove dal 1973, in 26 diversi Stati, 146 condannati sono stati riconosciuti come non colpevoli.

Da un’indagine del Washington Post avviata nel 2012, infatti, sarebbero 27 le condanne a morte di persone risultate poi innocenti, basate su prove mal interpretate. La principale causa di tali errori giudiziari risiederebbe nelle interpretazioni errate dei test del Dna condotti sui capelli ritrovati sul luogo del crimine.

Per evitare questo tipo di errori giudiziari che hanno portato all’esecuzione persone innocenti, nel 2003 è nata l’associazione Witness to Innocence, fondata da suor Helen Prejean, conosciuta a livello internazionale per il suo impegno contro la pena di morte, e Ray Krone, il centesimo detenuto che riuscì a salvarsi dalla pena capitale negli Stati Uniti.

La pena capitale, ancora presente in molti stati americani, raffigura la principale contraddizione per l’emblema della democrazia occidentale Usa. Numerose sono le associazioni che si battono per la sua abolizione, ma Witness to Innocence è quella più particolare: i suoi principali componenti, infatti, sono quei condannati sopravvissuti al braccio della morte e i loro familiari.

Tra le cause di questi tragici errori giudiziari secondo l’associazione Witnesse to Innocence, vi è l’impossibilità da parte dei condannati di pagarsi un’efficace rappresentanza legale; i pregiudizi razziali; una cattiva condotta da parte dell’imputato; l’errata presentazione delle prove; una falsa confessione; il basso livello degli esami scientifici o ancora le confessioni di comodo rilasciate da condannati inaffidabili oppure gli errori da parte di testimoni oculari.

“Abolire la pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie nel rispetto della dignità umana” è stato l’appello di Papa Francesco che pochi giorni fa ha ricevuto in udienza i giuristi dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale, evidenziando come anche “l’ergastolo sia una pena di morte nascosta”. Bergoglio ha poi condannato anche “le cosiddette esecuzioni extragiudiziali o extralegali”.

Pena capitale nel mondo – Secondo l’associazione Amnesty International, fino a marzo 2014, sono 58 i paesi nel mondo che mantengono in vigore la pena di morte, ma il numero di quelli dove le condanne sono eseguite è molto più basso. Quelli che hanno abolito la pena di morte per ogni reato, invece, sono 98, mentre 7 paesi l’hanno abolita salvo che per reati eccezionali, quali quelli commessi in tempo di guerra. “Trentacinque sono i paesi ‘abolizionisti de facto’ poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni oppure hanno assunto un impegno a livello internazionale a non eseguire condanne a morte”. In totale, secondo Amnesty International, 140 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica.

Tra i 58 paesi che mantengono ancora la pena di morte, dunque, ci sono proprio gli Stati Uniti d’America. L’ultimo che è riuscito a salvarsi, in ordine di tempo, è stato Manuel Velez, tornato “uomo libero” ad inizio ottobre, dopo nove anni nel braccio della morte in Texas. Era stato accusato di aver ucciso il bimbo di 11 mesi della compagnia: ingiustamente.

Immediatamente ci si chiede quanti possano essere gli innocenti giustiziati nella storia degli Stati Uniti d’America. Sempre secondo Amnesty International, nel 2013 sono stati uccisi 45 uomini, mentre le condizioni nelle carceri continuano tuttora a destare gravi preoccupazioni. Ma le morti sospette delle autorità statunitense non sono solo quelle all’interno delle proprie mura: in paesi come Pakistan, Somalia e Yemen, denuncia Amnesty International, prosegue la cosiddetta “uccisione mirata” di sospetti terroristi da parte degli Usa, anche attraverso l’impiego di mezzi aerei senza pilota. “Le informazioni disponibili, limitate dal segreto ufficiale – prosegue l’organizzazione – indicano che la linea politica degli Usa ha autorizzato esecuzioni extragiudiziali in violazione delle norme internazionali sui diritti umani, in base alla teoria sostenuta dagli Usa di una “guerra globale” contro al-Qaeda e gruppi associati”.

Discorso a parte, poi, merita l’uso eccessivo della forza da parte delle forze dell’ordine americane. “Almeno 42 persone in 20 stati sono morte dopo essere state colpite da taser della polizia, portando il numero totale di questo tipo di decessi a 540 dal 2001. Le taser sono citate come causa o concausa in più di 60 decessi. La maggior parte delle persone morte dopo essere state colpite da una taser non erano armate e non apparivano rappresentare una grave minaccia nel momento in cui era stata impiegata quest’arma”. L’anno scorso l’Associazione dei cardiologi americani ha pubblicato un rapporto che documenta come le pistole taser possono causare arresto cardiaco e morte. Queste stesse armi sono state introdotte di recente in Italia, attraverso il provvedimento che le introduce nella dotazione alle forze dell’ordine.

No alla vendetta – “Pensare a sanzioni alternative” è stato l’appello nei giorni scorsi di Papa Francesco. Secondo il Pontefice la “dinamica della vendetta, non è assente nelle società moderne: la realtà mostra che l’esistenza di strumenti legali e politici necessari ad affrontare e risolvere conflitti non offre garanzie sufficienti ad evitare che alcuni individui vengano incolpati per i problemi di tutti. Oggi si è anche affievolito il dibattito sulla sostituzione del carcere con altre sanzioni penali alternative”. Bergoglio ha poi denunciato l’errata impostazione che viene alimentata secondo la quale “con una pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali: come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina”.

Le parole del Papa sono state immediatamente rilanciate su Facebook e Twitter dai sostenitori dell’associazione Witness of Innocence. La loro missione è quella di reinserire nella società chi ha vissuto troppi anni nel braccio della morte e deve inventarsi una nuova vita, in una società completamente diversa rispetto a quella in cui vivevano quando erano stati condannati. Non solo: la loro, infatti, è una corsa contro il tempo. Secondo uno studio pubblicato ad aprile sulla rivista della National Academy of Sciences, oltre il 4% dei condannati a morte negli Stati Uniti è probabilmente innocente.

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