Renzi alla guerra delle riforme

Abolizione del Senato e premierato forte, il premier ribatte alle critiche e tira dritto per la strada tracciata. Ma nella stessa maggioranza emergono dubbi, come quelli espressi dal presidente del Senato Grasso e dal ministro dell’Istruzione Giannini 

Avanti a ogni costo, senza fermarsi di fronte a niente e a nessuno. Sulle riforme Matteo Renzi non ammette pause, incertezze, rallentamenti, discussioni, non è disposto ad arretrare “nemmeno di mezzo centimetro”. C’è un cronoprogramma da rispettare, il suo, quello che ha presentato quando ha accettato l’incarico di formare il governo, quello su cui continua a ripetere che si gioca la faccia. Un cronoprogramma articolato e ambizioso, dai tempi rapidissimi, che ha insieme il duplice obiettivo di rottamare la classe politica degli ultimi 20 anni e di archiviare la Seconda Repubblica anche attraverso un radicale lifting alla Costituzione. Al premier va riconosciuto di non aver mai nascosto il suo progetto, va dato atto di aver sempre detto con estrema chiarezza quello che avrebbe fatto una volta arrivato a Palazzo Chigi. Ma ora che si tratta di tradurre gli impegni presi in fatti concreti, ecco emergere il dissenso, ecco affermarsi una crescente resistenza, ecco un vero e proprio fuoco ‘amico’. Perché sul programma rottamatore di Renzi non tutti sono d’accordo nella maggioranza e nemmeno all’interno dello stesso Partito democratico.  E se già la riforma elettorale e il decreto lavoro avevano causato forti divisioni ed alimentato una notevole opposizione interna, è sulle riforme istituzionali che rischia di consumarsi una vera e propria spaccatura. Il primo punto all’ordine del giorno è la riforma del Senato, che Renzi ha sempre detto di voler trasformare in una Camera non elettiva, che non vota né fiducia né leggi di bilancio, composta dai rappresentanti delle Regioni e dei Comuni senza indennità, se non quelle previste dai loro incarichi locali. Un modo per ridurre il numero dei parlamentari e per tagliare i costi della politica, nel nome di quel rinnovamento su cui il segretario del Pd e presidente del Consiglio ha sempre detto di giocarsi tutto,  che si è però rivelato un inatteso fronte di scontro prima con il presidente del Senato, Pietro Grasso, e poi con il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini. L’uno, uomo del Pd, e l’altra, segretario di Scelta Civica, hanno pubblicamente contestato la riforma sottolineando il rischio di indebolire la democrazia e la necessità di qualche momento di riflessione e maturazione in più.  Rilievi respinti al mittente, ma comunque il segnale inequivocabile di un malcontento crescente per il decisionismo e il personalismo renziano. Resta poi l’enorme punto di domanda se il Senato, dove tra l’altro la maggioranza ha numeri risicati, sia davvero disposto a votare per la sua abolizione, resta il dubbio fortissimo sul fatto che i senatori si auto rottameranno senza opporre resistenza, accettando la loro eutanasia politica.

Ma non c’è solo il caso Senato. Perché l’altro fronte aperto, anche se per ora più defilato, è quello relativo alla grande riforma per il premierato, ossia per il rafforzamento dei poteri del presidente del Consiglio e, dunque in questo momento di Renzi stesso, che, è il caso di ricordarlo, considera il suo orizzonte di governo esteso fino al 2018. Un’ipotesi che ha fatto scattare l’allarme di quanti vedono un nuovo pericoloso tentativo di manomissione della Costituzione, operato tra l’altro da un governo non eletto e da un Parlamento di nominati delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum. Un progetto che ha mobilitato subito i giuristi, i costituzionalisti, gli intellettuali, i giornalisti che si riconoscono in Libertà e Giustizia. Ecco così i vari Zagrebelsky, Rodotà, Carlassare, Pace, Spinelli, Bonsanti e altri lanciare un appello contro quella che definiscono “svolta autoritaria”, un manifesto a cui hanno aderito poi anche Landini, Grillo e Casaleggio: “Stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale n.1 del 2014, per creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali. Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti)  a guardare”. Una denuncia forte, a cui Renzi ha replicato in modo altrettanto forte, quasi sprezzante: “Non è che una cosa è sbagliata se non la dice Rodotà. Si può essere in disaccordo con i professoroni o presunti tali, con i professionisti dell’appello, senza diventare anticostituzionali. Perché, se uno non la pensa come loro, anziché dire ‘non sono d’accordo’, lo accusano di violare la Costituzione o attentare alla democrazia? Io ho giurato sulla Costituzione, non su Rodotà o Zagrebelsky”. Insomma, botta e risposta acceso, come nel suo stile, e nessuna intenzione di cedere. Renzi corre veloce sul binario delle sue riforme. Chi ci sta bene, chi non ci sta o trova i numeri per fermarlo o è pregato di farsi da parte. La certezza, per ora, è che sarà sicuramente una primavera molto molto calda…

Articoli correlati

*

Top