Il certificato anti-pedofilia che serve a poco. Troppo poco.

Mentre continuano ad uscire dettagli scabrosi su Daniele Bosio, l’ambasciatore italiano in Turkmenistan (ora sospeso dalla Farnesina), fermato nelle Filippine con tre bambini, con l’accusa di abusi o tentati abusi su minori, in Italia si discute di pedofilia. Una legge varata dal consiglio dei ministri lo scorso 22 marzo, sulla base di una direttiva dell’Unione Europea (che, se proprio vogliamo dirla tutta, prevedeva per i datori di lavoro il “diritto”, e non l'”obbligo” di richiedere un certificato per verificare che non ci fossero reati contro i minori nel passato delle persone che, ogni giorno, lavorano con i bambini) e che aveva creato non poco scompiglio in tutto il Paese. Purtroppo come spesso accade, la norma è risultata vaga, e questo ha reso necessario correzioni, chiarimenti, dichiarazioni e circolari ministeriali.

La certificazione “antipedofilia”, infatti, si sarebbe dovuta applicare indistintamente a tutte le aziende, pubbliche e private, ma anche a tutti gli enti no profit. Si sarebbe, appunto. Pensate alle scuole di musica, le piscine, gli istruttori di qualsiasi sport, le parrocchie, le onlus, le scuole, gli asili nido, luoghi in cui ci sono adulti a contatto con dei minori.

In questi giorni, dopo aver messo mano al testo, è stato precisato che, i tantissimi volontari che lavorano a titolo gratuito presso parrocchie, onlus e associazioni sportive, non rientrano tra i soggetti ai quali il provvedimento si applica; che sono, invece, quelli che intrattengono un rapporto definito da un contratto di lavoro. Quindi niente richiesta di casellario giudiziale per i volontari senza regolare contratto, inoltre, sempre dal ministero, precisano che la norma riguarda unicamente i nuovi assunti: quindi il pericolo di intasare gli uffici  sembra scongiurato, soprattutto, nelle scuole.

È sconvolgente che, nonostante si tratti un argomento così delicato, ci sia una totale approssimazione ed un continuo: “Scusate, questo era così…”, “Si, ma solo per questa categoria…”.

Il fatto che ci siano dei pedofili che ogni giorno lavorano a contatto con i bambini, purtroppo è una drammatica realtà confermata dai casi di cronaca. Facciamo un esempio recente. Tre giorni fa, un educatore che operava nella casa famiglia Santa Klaus di Ostia, è stato condannato (per la seconda volta) a nove anni di carcere per aver abusato di un bambino di 8 anni. L’uomo aveva un curriculum di tutto rispetto: una laurea in pedagogia, una in sociologia e un dottorato in criminologia con tesi sulla pedopornografia (pensate un po’). Ovviamente, essendo un dipendente della struttura, e non un nuovo assunto, con la nuova legge, non avrebbe dovuto presentare il certificato antipedofilia, da dove sarebbe stato visibile il suo precedente reato di abuso verso un minore. A questo punto c’è da chiedersi: ma le correzioni che sono state fatte alla legge che senso hanno? Insomma, se lavori saltuariamente o come volontario in strutture a contatto con i bambini, non devi dimostrare che sei un pedofilo. Nel momento in cui c’è una firma su un contratto di lavoro si deve presentare il certificato. Tutto questo ha davvero poco senso. E su un argomento del genere, avrebbero potuto fare decisamente meglio.

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