Com’è possibile che una madre arrivi ad uccidere il proprio figlio?

Ammazza il figlio non desiderato. Ammazza il figlio che non vuole vedere soffrire. Ammazza il figlio per fare del male al proprio compagno. Tra raptus e psicosi, accade da sempre. Ma potrebbe essere evitato.

Per essere madre non è sufficiente partorire il proprio figlio. È necessario che venga soddisfatta una serie di situazioni: bisogna vivere la propria condizione forti di un senso di sicurezza e di fiducia, poter contare sull’appoggio della famiglia, sapere che il proprio figlio sarà amato e protetto una volta inserito nel contesto domestico, essere parte di un progetto. Quando qualcuno di questi elementi (o tutti) vengono meno la madre a volte iniziare a manifestare segni di sofferenza psichica. Che, se ignorati, possono diventare l’anticamera della tragedia.

Sia chiaro: l’uccisione di un bambino per mano di sua madre è un gesto così feroce che è impossibile giustificarlo. Eppure bisognerebbe tentare di comprenderlo, in modo da avere più strumenti per prevenirlo. Il malessere e il disagio provocati dalla nascita di un figlio non sono fenomeni rari. Il senso di inadeguatezza del proprio ruolo materno e la presenza di patologie precedenti (una psiche destabilizzata da traumi o deviata a causa di disturbi di personalità) sono fattori da tenere presente.

Il cosiddetto “baby blues” colpisce il 50-84% delle donne alla prima gravidanza e il 40-50% di quelle con altri figli: si tratta di una reazione emotiva transitoria che assale la mamma in genere al terzo giorno dal parto e include stanchezza, tristezza, crisi di pianto, ansia, agitazione e irritabilità.

Il 10-20% delle madri si ammala di depressione post partum: una vera e propria depressione alla quale si aggiunge la perdita di interesse nei confronti del bambino oppure, di contro, un’eccessiva preoccupazione che possa accadergli qualcosa di brutto: troppo spesso questo tipo di depressione viene trascurata (o, peggio, non riconosciuta) e si stima che solo il 20-25% dei casi venga trattato adeguatamente.

La psicosi puerperale rappresenta la reazione più grave: colpisce lo 0,1%-0,2% delle madri nelle prime due o tre settimane di vita del bambino e include un’intensa angoscia legata all’incapacità di accudirlo, gravi oscillazioni dell’umore, stato confusionale, insonnia e rifiuto del cibo, comportamento insolito, paranoia, manie di persecuzione, delirio (tipico è il delirio di possessione demoniaca del neonato), allucinazioni, alterazioni uditive (una voce che le ordina di uccidere il bambino). In questa situazione la madre perde il contatto con la realtà e si vengono a creare le condizioni per l’infanticidio, spesso seguito da suicidio. A livello psicologico la convinzione di essere incapace come madre si trasforma in una sensazione di “male” che viene proiettata sul bambino, il quale suo malgrado diventa il “demone” da eliminare.

Quando la mente non è lucida e non si riceve adeguato supporto psicologico può accadere di tutto. La madre può arrivare ad uccidere il proprio figlio per sottrarlo ai mali del mondo, per preservarlo dalla vita dolorosa cui è convinta sia condannato, per non vederlo soffrire. Impulsi irrazionali e convinzioni religiose deviate possono esasperare uno stato depressivo già caratterizzato da angoscia e sofferenza interiore. Gli specialisti segnalano che un cedimento nervoso, una malattia fisica, l’abuso di medicinali, la privazione del sonno e la frustrazione possano fungere da detonatori del tragico gesto.

Spesso, invece, ad essere ucciso è un figlio “indesiderato” frutto di uno stupro o di una relazione extraconiugale, o arrivato durante l’adolescenza: in questo caso le madri arrivano a negare la gravidanza e a “fecalizzare” il neonato (è il caso dei bambini abbandonati nelle discariche o nei cassonetti dei rifiuti). Nelle donne responsabili di questo tipo di infanticidio si evidenzia che la presa coscienza della gravidanza è avvenuta addirittura tra il quinto e il nono mese, proprio a causa del rifiuto del loro stato. Molto spesso sono donne che hanno subìto abusi (sessuali, fisici, psicologici) durante l’infanzia e, nella quasi totalità dei casi, sono emarginate, abbandonate, sole.

Il rifiuto materno può aver luogo perché i figli non sono accettati dai mariti o conviventi. Non mancano, nella casistica, episodi di madri che odiano i figli poiché li ritengono responsabili del loro abbruttimento fisico, o della costrizione di un ruolo frustrante o dell’abbandono della loro carriera. Non sono rare, tra loro, le persone afflitte da malattie mentali a base persecutoria, con comportamenti deliranti e paranoidi.

Quello che viene definito figlicidio “accidentale” avviene, invece, quando la madre (generalmente non incline alla violenza) arriva a causare la morte del bambino con un gesto impulsivo ma irrazionale, spesso come reazione esasperata ad una situazione di forte stress (un neonato che piange e urla). Queste donne sono generalmente affette da disturbi della personalità e la loro condizione può essere esasperata dall’abuso di alcol o droghe.

Ma ad uccidere a volte sono anche le madri il cui atteggiamento è all’apparenza affettuoso e premuroso: sono spesso madri ansiose e insicure che, con il loro eccesso di amore, spesso associato alla paura di perdere il proprio figlio (visto come un prolungamento di loro stesse) arrivano a somministrare sostanze dannose al bambino, inventando sintomi patologici, esponendoli a esami e interventi pericolosi, fino a causarne la morte. È la cosiddetta sindrome di Münchhausen per procura.

Altra motivazione alla base dell’assassinio del proprio figlio riguarda la categoria di madri che vogliono mettere in atto una vendetta nei confronti del proprio coniuge, verso il quale nutrono profondi sentimenti di odio o gelosia. In questo modo vogliono punire il padre attraverso l’uccisione del figlio, visto come frutto del loro amore. È la “sindrome di Medea” e può dare luogo anche a omicidi plurimi, se in presenza di più figli della coppia. Secondo gli specialisti è da mettere in relazione con una madre che si sente abbandonata o tradita e vuole vendicarsi del proprio compagno.

Nella maggior parte dei casi che riguardano l’uccisione di un neonato o di un bambino di età inferiore ai due anni il motivo è economico e sociale: in questi casi la madre ha il timore di non essere adattata a prendersi cura del proprio figlio. Sente il figlio come un peso per via di una situazione economica e familiare compromessa e un rapporto coniugale in crisi (o inesistente). Spesso la madre assassina ha esperienze presenti o passate di tossicodipendenza, abusi e una famiglia di origine assente e disinteressata. Il senso di inadeguatezza alimenta l’ansia e gli impulsi distruttivi. Con conseguenze tragiche.

Quindi la risposta alla domanda: “Come può una madre ammazzare il proprio figlio?” potrebbe diventare superflua qualora ci si facessero altre domande, prima della tragedia, ovvero: quante di queste donne hanno il sostegno e l’aiuto di cui hanno bisogno? Quante vengono ascoltate (e non giudicate) quando fanno commenti negativi su loro stesse, sul bambino appena nato, e sulla loro nuova vita di madri? Quante di loro vengono invece colpevolizzate o zittite sentendosi dire che è loro dovere essere felici? I segnali a volte ci sono, ma vengono trascurati. Finché non si legge sul giornale dell’ennesimo dramma.

12 febbraio 1988. Una madre a Ostia affoga i suoi due figli (uno di 5 anni e l’altro di uno) ma si pensa ad una disgrazia. Tre anni dopo anche il terzo figlio, di appena otto mesi, muore nelle medesime circostanze. La donna tenta il suicidio ma non ci riesce.

29 aprile 1997. A Foggia, una donna che soffriva da tempo di crisi depressive strangola i due figli di 5 e 8 anni. Mette i corpicini a letto con le mani congiunte e si impicca.

30 agosto 1997. A Montecassiano una donna uccide il figlio di tre anni e la figlia di sei, strangolandoli e annegandoli. Lei si suicida impiccandosi a una ringhiera.

11 agosto 2000. A Caserta una madre in crisi depressiva si uccide con le tre figlie di sei, due e un anno, saturando la macchina con i gas di scarico.

29 giugno 2001. In provincia di Roma, una donna uccide con 30 coltellate i suoi due figli di 6 e 5 anni.

30 gennaio 2002. A Cogne viene ucciso il piccolo Samuele. La madre viene accusata dell’omicidio ma nega: viene riconosciuta colpevole con sentenza definitiva dalla Corte di Cassazione.

12 maggio 2002. In Valtellina una madre uccide la propria bambina mettendola nella lavatrice e facendole fare un ciclo  completo di lavaggio.

3 giugno 2003. Una madre uccide la figlia di tre mesi affogandola nel water dell’ospedale dove era ricoverata.

7 luglio 2004. In provincia di Foggia una donna uccide la sua bambina di 5 anni e il maschietto di quasi 2, soffocandoli con il nastro adesivo. Poi si suicida nello stesso modo.

18 maggio 2005. In provincia di Lecco una mamma racconta di essere stata aggredita in casa mentre faceva il bagno al figlio di 5 anni. Durante l’aggressione, il bambino sarebbe annegato nella vasca. Più tardi confesserà che ad uccidere il piccolo è stata lei.

17 marzo 2005. A Roma una neonata di due mesi viene uccisa con una coltellata dalla madre che tenta il suicidio.

8 settembre 2005. A Merano un bambino di quattro anni viene ucciso a coltellate dalla madre durante la colazione. La donna tenta il suicidio gettandosi da una finestra del commissariato di polizia nel corso dell’interrogatorio.

20 luglio 2009. A Parabiago, in provincia di Milano, un’altra mamma uccide il figlio di 4 anni, strangolandolo con un cavo elettrico. La donna soffriva di depressione ed era in cura. Viene trovata, sotto choc, a vegliare il cadavere del bimbo.

26 aprile 2009. A Genova una madre uccide il proprio bambino di appena 19 giorni con il cavetto di alimentazione del cellulare. Poi si suicida. La donna viveva da sola con il figlio e soffriva di depressione post partum.

24 settembre 2009. In provincia Bologna, una madre accoltella i due figli, un bambino di sei anni e una bambina di cinque. Poi si suicida gettandosi dalla terrazza della sua abitazione. La donna soffriva di depressione per la separazione dal marito.

19 febbraio 2010. A Venezia una donna uccide il figlio, un bimbo di sei anni, soffocandolo nel suo letto. Poi si suicida, impiccandosi.

22 ottobre 2011. A Grosseto una mamma annega il figlio di 16 mesi durante una gita in pedalò.

25 ottobre 2013. In provincia di Lecco, una donna uccide il figlio di tre anni infierendo più volte sul corpo.

6 marzo 2013. In Calabria una madre uccide il figlio di 11 anni sgozzandolo con un paio di forbici. Successivamente tenta, senza riuscirci, di togliersi la vita.

4 aprile 2013. Una donna uccide la figlia di tre anni facendole bere del diserbante. Poi lascia un biglietto: “Benedetta la porto via con me”. E si getta dal secondo piano.

21 aprile 2013. Una madre accoltella la figlia e poi si taglia la gola. A ritrovare i due corpi nella camera da letto della piccola è il marito.

9 marzo 2014. Una madre uccide a coltellate le sue tre figlie di 3, 10 e 13 anni. “L’ho fatto perché sono disperata”. Alla base del gesto la relazione finita con il marito e problemi economici.

11 dicembre 2014. Una donna russa in vacanza in Liguria si immerge nel mare gelido con in braccio il bambino di 9 mesi. “Poteva essere malato: doveva morire. E io l’ho affogato”. La donna temeva che il piccolo avesse ereditato dalla nonna le sue stesse patologie: epilessia e schizofrenia.

 

 

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3 Commenti

  1. Cesarino said:

    I psicologhi di avan spettacolo devono smettere di difendere o plagiare le donne, e loro devono smettere di fare cummaro e far finta di non sapere quante ne combinano di rogne in quei quattro giorni di vita che anno. Io le definisco esseri disumani, distruttivi per l’uomo io credo che la donna non abbia ne sentimenti ne nulla di buono e onesto in se, ma che tutto quanto fa sia sempre e solo per se stessa, per il suo personale egoismo illimitato anche quando piange non e mai per l’uomo o per problemi inerenti a lui, ma per le ferite i torti i disagi ecc ecc che colpiscono lei direttamente o indirettamente, non piangerà mai per un uomo la donna, semmai lo porta in tribunale anche dopo 30 anni di vita vissuta assieme e col coraggio infame femminile lo denigra come fosse una Merda dimenticandosi dei sacrifici che questo magari a fatto per mantenersela. Meglio una Puttana dico io che mantenersi una donna per anni per avere poi cosa ???Le russe russe non sono donne ma tutte indistintamente tutte Troie, non anno nessun genere di sentimenti, sono bugiarde, sono fannullone sporche in casa,sono qualitativamente un sottozero assoluto e naturalmente inaffidabili. Io non consiglierei mai a un uomo di sposarsi con una russa mai e poi mai sono la porcheria mondiale.

  2. vincenzo said:

    Questa è del marzo 2014:
    “6 marzo 2013. In Calabria una madre uccide il figlio di 11 anni sgozzandolo con un paio di forbici. Successivamente tenta, senza riuscirci, di togliersi la vita.”

    Ad ogni modo, per integrare:
    18-2-2013 Carpi (MO) – Partorisce e getta bimbo (Che muore) nella lavatrice.
    28-2-2013 Roma – Partorisce e butta il feto nel cassonetto.
    20-3-2013 Roma – Feto gettato come spazzatura nel cestino del bagno di un bar.
    02-5-2013 Viterbo – Feto in un cassonetto: la madre è una donna dell’Est
    21-7-2013 Milano – Ucciso a 4 anni con il cavo del telefono, la mamma confessa
    quattro anni dopo.
    10-9-2013 Napoli:Feto trovato in cassonetto rifiuti.
    05-11-2013 Eboli (SA) – Cadavere di una neonata trovato sulla spiaggia.
    25-11-2013 Abbadia L. (LC)forbiciata al cuore: madre uccide il figlio di tre anni
    (per lei niente carcere)
    04-12-2013 Verona: Bimbo di un anno ammazzato a suon di percosse: arrestata la
    madre.
    Per il 2014 i figli ammazzati dalle madri sono dodici.

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