Albania, il nuovo eldorado degli italiani

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Sono passati vent’anni dagli arrivi nel porto di Bari delle “boat people” cariche di gente partita dall’Albania.

Imbarcazioni sgangherate con a bordo migliaia di disperati a torso nudo che, appena approdate, scaricavano sulle banchine chi pensava di essere approdato a “Lamerica”, il luogo utopico del titolo del film di Gianni Amelio che, visto oggi, ha il sapore di un documentario.
In due decenni è cambiato il mondo, e con esso i flussi migratori che hanno paradossalmente invertito la rotta di 180 gradi.
Parliamo dell’emigrazione italiana in Albania, un fenomeno relativamente recente che sta segnando cifre fino a qualche tempo fa inaspettate.
Sarà per gli stretti rapporti intercorsi storicamente tra i due popoli (interrotti nei 50 anni di dittatura comunista successivi alla seconda guerra mondiale), sarà perché siamo di gran lunga il primo partner commerciale dell’Albania, fatto sta che 400 aziende del bel paese hanno fatto armi e bagagli trasferendosi oltre Adriatico.
Le motivazioni economiche hanno sicuramente avuto la precedenza su ogni altro tipo di considerazione, nella scelta di approdare nel “paese delle aquile”. Manodopera qualificata a basso costo, una tassazione ed una burocrazia meno esagerate che da noi, la vicinanza territoriale e l’assenza di barriere linguistiche (la metà degli albanesi, soprattutto i più giovani, parla la nostra lingua) hanno spinto molti imprenditori a propendere verso questa decisione.
E accade anche quello che non ti aspetti, e cioè che alcune nostre aziende che anni fa hanno delocalizzato in estremo oriente o in est Europa (e che si guardano bene dal tornare nello stivale) si sono però riavvicinate, piantando le tende nella patria di Skanderbeg, trasferendo capannoni, impianti e macchinari.
O che 20mila nostri compatrioti (lavoratori specializzati ovviamente), allettati dalle favorevoli condizioni economiche (il costo della vita ai limiti del ridicolo), abbiano trovato il loro eldorado in Albania.
Come quelli che hanno raccontato le loro storie a “Il Giornale”: la professoressa che insegna la nostra lingua a Tirana, lo chef stritolato dalla burocrazia del nostro paese, l’imprenditore che costruisce centrali idroelettriche (che coprono l’80% del fabbisogno energetico albanese), l’architetto che prima languiva in Italia ed oggi, nella capitale albanese, è subissato di incarichi.
Parlano di tante luci, ma anche di ombre lungi dallo svanire in poco tempo. Come quella della corruzione, o di una mentalità arcaica ancora dura a morire in alcune zone del paese. Clamorosi i casi raccontati in cui, per costruire un quartiere residenziale o delle infrastrutture, ci si è dovuti rivolgere al consiglio degli anziani del posto anziché all’amministrazione pubblica locale.
Una realtà dinamica ed aperta, quindi, ma frenata ancora dalla palla al piede di molti retaggi del passato.

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