Strage degli innocenti: bambini come kamikaze

Abu al-Hassan al-Shami, kamikaze di 14 anni per l'Isis

La nuova frontiera dell’orrore: l’utilizzo di bambini come kamikaze. Giovani vite trasformate in armi letali. Per i talebani, l’Isis, per gli sciiti e i sunniti estremisti sono solo uno strumento per raggiungere la vittoria finale dell’Islam. A qualunque costo.

Altre due bambine in Nigeria sono state fatte saltare in aria in un mercato nella città di Potiskum, nel nordest del Paese. I testimoni raccontano di aver visto due bambine poco sopra i 10 anni esplodere fra la folla. Le due ragazzine sono arrivate al mercato a bordo di un triciclo a motore: «Una di loro ha innescato e fatto detonare la sua bomba mentre l’altra, che era ancora seduta sul veicolo, ha detonato la sua». Il bilancio è di tre morti e almeno 43 feriti.

Anche la bambina saltata in aria domenica scorsa in un mercato di Maiduguri (capoluogo dello stato nigeriano di Borno), secondo fonti di polizia e della Croce Rossa, non aveva più di dieci anni. La deflagrazione è stata terrificante, dopo un paio d’ore i soccorritori contavano almeno 20 morti e 18 feriti, alcuni in gravissime condizioni.

Si tratta almeno del terzo episodio in cui è stato accertato il ricorso a bambine-kamikaze: il primo risale allo scorso 10 dicembre, quando una tredicenne rifiutò di farsi detonare in un mercato di Kano e raccontò di essere stata «reclutata» dal padre per servire il «califfato» di Boko Haram. Califfato che nei giorni scorsi ha sterminato chiunque gli capitasse a tiro, lasciando senza vita migliaia di persone.

Ma anche l’Isis non è da meno. Nei giorni scorsi sono apparse su Twitter le immagini di Abu al-Hassan al-Shami, considerato il più giovane attentatore suicida ma in realtà era solo un bambino siriano che, a meno di 14 anni,  si è fatto esplodere nella provincia irachena di Salahuddin, vicino Samarra causando, oltre alla sua, altre dodici morti (“dodici apostati”).

Nella foto si vede il ragazzino imbottito di esplosivo, con una granata un Ak47 in braccio, alla guida di un camion letale. Dopo la detonazione, un’altra immagine mostra l’esplosione in cui sono morti sia il giovane sia alcuni soldati delle forze di sicurezza irachene. Un sostenitore dell’Isis commenta: «Il martire Abu al-Hassan al-Shami. La sua giovinezza non gli ha impedito di difendere la sua religione». Ma quanto può essere consapevole un bambino nel compiere un gesto di una portata così vasta?

Ma non basta. Almeno, non all’Isis. Su internet circola un video in cui si vede un bambino e degli adulti che armeggiano intorno alla sua cintura con quello che ha tutta l’aria di essere in ordigno esplosivo.

Quella dei bambini costretti a farsi esplodere è una tradizione che nasce in Pakistan, ai tempi dei talebani, prima del 2001: «Là i bambini o venivano rapiti o, per estrema povertà, venivano mandati nelle madrase a volte anche dagli stessi genitori, pensando che lì potessero avere almeno un pasto caldo al giorno – spiega a Radio Vaticana Simona Lanzoni, della Fondazione Pangea onlus -. In questi posti poi, in realtà, veniva loro fatto il lavaggio del cervello, anche attraverso prove corporali estremamente dure, prove fisiche, per far superare qualsiasi limite e quindi poter poi utilizzare questa schiera di bambini, e anche di adulti, a seconda delle strategie del momento, decise dai capi».

I terroristi utilizzano i bambini perché «non sono sottoposti ai controlli» e «passano inosservati: questo vuol dire che siamo davanti a una nuova strategia del terrore, decisamente peggiore e che, in qualche modo, spiazza. Ma l’utilizzo dei bambini-kamikaze colpisce l’animo di tutti: i bambini sono un momento di innocenza e di rispetto […] L’uso dei bambini genera disprezzo, soprattutto perché anche la religione musulmana non parla mai di kamikaze e tantomeno di uso dei bambini come kamikaze».

 

 

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