Ecco il trucco di Marino per assegnare case ai rom

Ignazio Marino

Era solo una questione di tempo. La si aspettava una furbata del genere da Ignazio Marino, la prima mossa per consegnare ai rom le case popolari di Roma. E puntuale è arrivata l’uscita della circolare che sancisce la cancellazione della parola “nomadi” dagli atti del Comune. Sembra un provvedimento innocuo, “un atto simbolico contro le discriminazioni” improntato al politicamente corretto, ma così non è.
Il primo cittadino si è preso la briga di “registrare come, nel linguaggio comune, le comunità Rom, Sinti e Camminanti vengano impropriamente indicate con il termine di nomadi”, ed in base a questo ha disposto che “d’ora in poi, nelle espressioni della comunicazione istituzionale e nella redazione degli atti amministrativi, non sia più utilizzato tale vocabolo”.
Un fondo di verità, nella circolare voluta da Marino, c’è. I rom stanno lentamente perdendo la loro caratteristica nomade, soprattutto perché le attività da loro tradizionalmente praticate sono in declino e ormai non costituiscono una fonte di sostentamento adeguato. Stanno diventando stanziali per necessità.
Quale miglior momento, quindi, per far passare l’idea che anche ai rom venga data la possibilità di dimorare in un’abitazione convenzionale? Di conseguenza, non avendo le sostanze per acquistarne una, devono poter accedere alle graduatorie per l’assegnazione delle case popolari del Comune di Roma.
Questa eventualità era stata sventata l’anno scorso dalla precedente Giunta Alemanno, per mano dell’assessore Belviso. Che appose una toppa per riparare ad un bando che lasciava pochi dubbi, quando esprimeva il concetto che: “il punteggio più alto è riservato a quei nuclei familiari, italiani e stranieri, che dimorino in strutture procurate a titolo provvisorio, da organi, enti e associazioni di volontariato riconosciute ed autorizzate preposti all’assistenza pubblica, con permanenza continuativa nei predetti ricoveri da almeno un anno”. Una descrizione che calzava a pennello sui cosiddetti “villaggi attrezzati”, più comunemente chiamati “campi nomadi”. Decine di famiglie rom avevano già presentato domanda quando, per rimediare e sgomberare il campo da ogni fraintendimento, fu inviata ai dirigenti delle strutture territoriali dal Dipartimento per le politiche abitative una direttiva che specificava che “i campi nomadi non possono essere equiparati alla situazione descritta nella categoria A1 (la categoria sopra citata ndr) del bando in quanto da considerarsi strutture permanenti”. Con la Belviso che chiosava: “i rom, quindi, non hanno i titoli necessari per partecipare”.
Fino a ieri anche Marino era stato tacciato di non voler assegnare alcun alloggio di edilizia residenziale pubblica ai rom, in quanto la suddetta circolare non è stata ancora ritirata dalla sua Giunta.
Ed ecco il tocco da maestro, che aggira la questione. Considerare i rom come cittadini stranieri stanziali, bisognosi di un alloggio. “Considerato che hanno tanti figli a carico, che non hanno reddito e che sono considerati tutti casi sociali, non avranno difficoltà ad ottenere il punteggio più alto per attestarsi in vetta alla graduatoria e aggiudicarsi una casa popolare”, ha constatato Federico Rocca, responsabile romano per gli enti locali di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale. “Gli italiani in attesa di un alloggio – ha dichiarato ironicamente – dovranno rassegnarsi. Verranno sistematicamente scavalcati, con la possibilità più concreta di vedersi assegnato un loculo a Prima Porta”.
Una amara previsione, nemmeno troppo distante dalla realtà. Se il grimaldello lessicale di Marino otterrà gli effetti sperati, gli italiani potranno dire addio agli alloggi ERP. Al loro posto migliaia di famiglie rom con il Comune alle prese con la riscossione degli affitti, le aziende erogatrici di servizi in lotta con gli allacci abusivi e le morosità croniche, i quartieri trasformati in ghetti, vere e proprie “no man’s land” fuori controllo.
L’aspetto ridicolo della faccenda è che prima di essere imbeccato, nemmeno Marino era al corrente della differenza tra le parole “rom”e “nomadi”. A suggerirgliela è stato il presidente dell’Associazione 21 Luglio Carlo Stasolla, che durante il recente convegno #Italiaromanì ha raccontato un gustoso aneddoto in cui il Sindaco non ci fa una gran bella figura. “Nell’apprendere la notizia – ha riportato Stasolla – il primo cittadino è caduto letteralmente dalle nuvole”. E adesso fa il maestrino, rivendendosi la chicca.
Non ha fatto i salti di gioia il presidente di Opera Nomadi, Massimo Converso, nell’apprendere dell’uscita di Marino. Ed è nata, a mezzo stampa, una diatriba tra le due organizzazioni in lotta per il monopolio della gestione della questione rom. Converso ha bacchettato Marino, sostenendo che “la parola “nomade” non è un insulto. il Sindaco ha sbagliato. Cancellare il nome è stato un errore storico e antropologico, la circolare va ritirata”. E’ chiaro come il sole che non ci si sta azzuffando per una sottigliezza lessicale. Traspaiono, infatti, gli evidenti gli interessi economici che si celano dietro queste scaramucce. Basti pensare che la cifra che il Comune di Roma elargisce annualmente per i rom balla intorno ai 30 milioni di euro. Non proprio bruscolini, di questi tempi. E’ comprensibile che Opera Nomadi si sia sentita insidiata con l’uscita del provvedimento, e ci abbia visto dietro la volontà dell’associazione 21 Luglio di tagliarla fuori dalla contesa. “Non siamo ancora stati ricevuti dal Sindaco – è stata la velenosa lamentela di Converso – anche se siamo l’unica associazione che rappresenta i nomadi italiani. Viceversa, ha avuto udienza in Campidoglio l’associazione 21 Luglio che esiste solo da due anni, e soprattutto è completamente sconosciuta ai nomadi”.
Con associazioni ed amministrazioni di questo tipo, ahinoi, ne vedremo delle belle.

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