La subdola guerra del politically correct

La società civile prova a lavarsi la coscienza attraverso la messa al bando di alcuni termini e la trasformazione di altri. Un mix di pietismo e assistenzialismo tanto ipocrita quanto pericoloso.

Dietro ogni azione c’è sempre una motivazione. Soprattutto se l’azione in questione è politica e si traveste da buona azione sociale e civile. Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, nato a Genova e chirurgo di professione, ha voluto sostituire negli atti amministrativi il termine “nomadi” con quelli di “rom”, “sinti” e “caminanti” (o “camminanti” con due m, ancora nessuno lo ha capito). Evidentemente non bastava la metamorfosi delle parole “immigrati” ed “emigrati” in “migranti” con cui molte associazioni e organizzazioni umanitarie hanno pensato di risolvere qualche problema o quantomeno arginare l’emergenza. Il pietismo di una società civile che prova a pulirsi la coscienza modificando il modo con cui chiamare le cose o le persone è abbastanza squallido. Diventa pericoloso quando si mescola con l’assistenzialismo della politica.

Dietro la metamorfosi lessicale voluta da Marino, c’è l’obiettivo futuro di consentire ai nomadi di partecipare all’assegnazione degli alloggi popolari. Poi ci sono anche altri cambiamenti lessicali, meno politici ma comunque ipocriti, susseguiti nel corso dei tempi. Il custode e l’addetto alla pulizia di una struttura scolastica è sempre stato il bidello: figura storica, molto spesso amico e confidente degli studenti, il bidello nel tempo si è magicamente trasformato in collaboratore scolastico. Stessa sorte per le lavoratrici domestiche, un tempo note donne di servizio, ora chiamate anche colf, dall’unione delle parole collaboratrici e familiari. Se un tempo a controllare il regolare possesso dei titoli di viaggio tra i passeggeri erano chiamati i controllori, ora invece ci sono i verificatori.

La metamorfosi lessicale all’insegna del politically correct non ha risparmiato neanche l’edilizia. L’antico mestiere dell’imbianchino è stato rimpiazzato da quello del pittore edile.

Una volta, invece, a pulire le strade era lo spazzino, sostituito dal netturbino che poi è diventato l’operatore ecologico. Non importa se la spazzatura fuoriesce dai cassonetti e la raccolta differenziata rimane un sogno irrealizzato. Il cambio di nome rappresenta una svolta decisiva per la cultura green. E chissà quante volte gli operatori ecologici si sono trovati ad avere a che fare con i clochard. Non chiamateli barboni, per carità. Prendere in prestito il vocabolo dai cugini francesi, per indicare in ogni caso chi vive uno stile di vita per scelta o per necessità, rende tutto più chic.

Più delicata è la questione quando ci si rapporta a persone con menomazioni fisiche. D’improvviso i disabili sono stati denominati con l’appellativo di diversamente abili e i ciechi, invece, non vedenti. Cambiamenti lessicali che avevano l’obiettivo di rendere meno palesi le invalidità fisiche, ma che, invece, inevitabilmente sono finite con l’evidenziarle ancora di più.

A volte, invece, il processo di cambiamento ha coinvolto termini che richiamano la provenienza precisa di alcune popolazioni. Non è un mistero che la parola “negro” derivi dal fiume Niger indicando tutte le popolazioni di quella determinata area geografica. La negritudine, infatti, è un vero e proprio sentimento di appartenenza rivendicato con orgoglio da vari esponenti, scrittori e politici. Opposta con fierezza al colonialismo (soprattutto a quello della Francia, altro che Libertè Egalitè e Fraternitè), la negritudine è stata paradossalmente fiaccata da un melting pot globalizzato sempre più crescente. Fu così che il termine “negro” si è trasformato in un insulto becero e razzista. Prima è caduta la “g” e “negro” si è trasformato in “nero”. Però il colore risultava ancora troppo razzista, così per schiarire ancora di più la coscienza si è passati al più generico “di colore”.

 

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