Rai, prime condanne penali per amianto (ma a un ex Dg 96enne)

Un misero trafiletto sul giornale di ieri annunciava che il 96enne Pierantonino Bertè è stato condannato a un anno di reclusione per omicidio colposo per una morte causata dall’amianto. Tra gli imputati otto ex dirigenti della sede Rai torinese, ma a pagare è stato solo il quasi centenario ex direttore generale Bertè, classe 1918.

La condanna fa riferimento alla morte di un dipendente, ammalatosi di mesotelioma pleurico, dopo aver lavorato per anni all’interno degli uffici di via Cernaia a Torino.

Uffici costruiti con ferro, vetro e amianto in quantità industriale (come era abitudine nell’edilizia che ha caratterizzato le costruzioni dagli anni ’50 agli anni ’80).

La vittima (i cui familiari erano stati risarciti) era un addetto all’installazione di materiale informatico di una ditta esterna ed è morto nel 2007, all’età di 75 anni. Il fatto che l’uomo abitasse nelle vicinanze della Capamianto (una fabbrica torinese in cui si lavora l’asbesto) pare non abbia influito sul verdetto.

Secondo l’accusa, sostenuta dal pm Nicoletta Quaglino, l’uomo si sarebbe ammalato a causa dell’amianto presente nel palazzo torinese della Rai. Chi doveva vigilare sulla sicurezza ambientale?

Purtroppo le scarsità di notizie reperibili sui giornali (che hanno beatamente snobbato la notizia) non ci permette di capire a fondo le dinamiche del processo. Quello che è certo è che tutti i dirigenti imputati avevano lavorato nella sede torinese tra il 1977 e il 2004.

La Procura aveva chiesto l’assoluzione per quattro ex manager responsabili della sede torinese nei dieci anni precedenti la malattia dell’uomo, in quanto in quel periodo non si era ancora scoperta la relazione tra l’esposizione all’amianto e l’insorgere della patologia.

Assolti i sei manager che avevano diretto la sede torinese dopo il 1992 “per non aver commesso il fatto”. Come spiega l’avvocato della difesa Luigi Chiappero, con molta probabilità il giudice «ha considerato come periodo di latenza della malattia 15 anni» e già nel 1992, anno in cui l’amianto è stato ufficialmente dichiarato fuorilegge perché cancerogeno, la Rai torinese aveva provveduto a tutti gli interventi necessari alla bonifica degli uffici.

L’unico che era nel posto sbagliato al momento sbagliato è, appunto, Pierantonino Bertè (che è stato anche direttore generale della Rai dal 1977 al 1980). La sentenza del tribunale di Torino ha chiuso il primo grado del processo infliggendo la medesima condanna ad un altro dirigente, Paolo Castelli che, però, potrà avvalersi della sospensione della pena.

Quando i costruttori ultimarono il grattacielo della Rai di Torino, nel 1968, non immaginavano che l’amianto usato in abbondanza (nei pannelli prefabbricati di copertura, nelle plafoniere, impastato con i collanti per ricoprire le pareti per coibentare e insonorizzare gli uffici) avrebbe, nell’arco dei 50 anni successivi, causato tra gli ex dipendenti tre decessi e quattro casi di mesotelioma (accertati durante le indagini della Procura, conclusesi nel 2013).

Come riportato da Ecoblog.it nel 1992 un ex dipendente che aveva partecipato alla costruzione del grattacielo di via Cernaia si ammalò di mesotelioma pleurico e morì. L’imprenditore edile fu condannato per omicidio colposo.

Nel 2009, per la stessa malattia, morì un dirigente che aveva lavorato nella sede torinese della Rai dal 1967 al 1992.

E poi, infine, la morte del dipendente di una ditta esterna nel 2007, sempre per mesotelioma pleurico, che ha portato alla condanna dell’ex Dg Bertè.

A quanto risulta, la Rai torinese, appena appresa la pericolosità dell’amianto, aveva immediatamente adottato provvedimenti per la messa in sicurezza dello stabile (ad esempio, fece trasferire il personale Rai presente nell’edificio e, nel frattempo, fece attivare un sistema di controllo della qualità dell’aria).

E la Rai romana? La sede storica di viale Mazzini, esattamente come il grattacielo di via Cernaia, è stata costruita con abbondanza di amianto. Ovviamente andava bonificata al più presto, per non mettere ulteriormente a rischio la salute dei dipendenti.

A più riprese il direttore generale Luigi Gubitosi aveva annunciato il trasloco della Rai dalla sede storica di viale Mazzini per permettere la bonifica del palazzo. Dapprima si era parlato del gennaio 2014. Nel marzo 2014 il trasloco non era ancora avvenuto, ma se ne continuava a parlare dandolo per “imminente”.

Sul sito del Gruppo Ti&a, l’azienda incaricata della bonifica in Rai, si legge: “l’amianto rimosso, presente in matrice friabile a protezione della struttura metallica dell’edificio, si trovava principalmente sopra il controsoffitto artistico in metallo, a piano terra. Qui c’è l’ingresso principale dal quale partono i collegamenti verso i grandi ambienti di rappresentanza del piano terreno: la Biblioteca, gli spazi per il lavoro collettivo, la Sala degli Arazzi. Il cantiere di bonifica è stato così diviso in due aree d’intervento per permettere la normale attività di lavoro, in particolare garantire l’accesso alla Sala S. Chiara e alla Sala B, mentre era in corso la bonifica nel primo cantiere. La suddivisione ha permesso di gestire più agevolmente la catalogazione e la rimozione delle formelle del controsoffitto, nonché l’allestimento del cantiere, resi estremamente complessi dai ridotti spazi a disposizione. Ad oggi (non è dato sapere a quale “oggi” si riferiscano perché sul sito manca qualsivoglia riferimento temporale, ndr) una buona parte dei lavori previsti è stata completata. Mancano ancora alcuni mesi per la chiusura dei cantieri. Gli interventi di bonifica dell’amianto si sono rivelati più complessi a causa dall’esistenza del controsoffitto artistico, che ha richiesto particolari attenzioni”.

La domanda è ovvia: la bonifica è stata terminata?

Nel novembre 2014 Piero Pellegrino, segretario nazionale Snater (il sindacato dei tecnici RAI) dichiarava che in viale Mazzini sul fronte delle bonifiche era ancora tutto fermo: «Non ci sono i soldi e i colleghi continuano a lavorare in una struttura di ferro coibentata con l’amianto. In viale Mazzini è stato bonificato solo il piano terra, cioè gli ingressi dove passano gli ospiti e i conduttori, mentre gli altri otto piani sono da tutti da bonificare». In pratica «vengono tutelati i vip, mentre i lavoratori devono sorbirsi l’amianto».

L’annunciato trasloco temporaneo dei tremila dipendenti, ad oggi non è mai avvenuto.

Il 21 novembre 2014, Gubitosi ritornava sull’argomento bonifica parlando della cessione di una quota di Rai Way: «Dei 240-280 milioni di euro che entrano in cassa, 150 milioni ci consentono di compensare il prelievo deciso dal Governo, il resto ci permette di effettuare investimenti necessari sulle nostre infrastrutture. Per esempio, possiamo finalmente avviare la necessaria bonifica dall’amianto del quartier generale della Rai a Roma in Viale Mazzini». Già, finalmente.

Vuoi vedere che se non si è ancora bonificato come Cristo comanda è tutta colpa del governo Renzi e del prelievo dei 150 milioni di euro?

Gubitosi finora si sta comportando esattamente come i suoi predecessori: il problema dell’amianto è una questione che tutti i direttori generali della Rai si son “dimenticati” di affrontare. E non solo per quanto riguarda viale Mazzini. A questa necessaria bonifica, infatti, si deve aggiungere anche quella degli studi della storica “Dear Film”, dove molti locali sono pieni di amianto ed eternit.

Nell’aprile 2014, dopo una denuncia anonima, un’ispezione nei locali del Centro Nomentano (l’attuale nome della Dear Film) aveva fatto scoprire la presenza di eternit nei sottotetti degli studi (oltre agli impianti antincendio non a norma). La Asl competente aveva provveduto ad inviare direttamente a Gubitosi la “prescrizione”: sei mesi di tempo (quindi fino a ottobre 2014) per bonificare l’intero complesso. Al costo di 15 milioni di euro.

All’indomani dell’ultimatum dell’Asl, il consigliere d’amministrazione Antonio Verro, intervistato da Il Fatto Quotidiano, aveva risposto sconcertato: «Apprendo da voi l’esistenza di un problema così grave, di cui chiederò conto, appena possibile, alla direzione generale. È increscioso che di una situazione di questo genere il cda Rai sia tenuto totalmente all’oscuro. La responsabilità è in mano al direttore generale e non ho la più pallida idea di cosa abbia in mente, ma chiudere studi che ospitano ogni giorno 400 lavoratori del programmi mi sembra una pura follia. Mi auguro che si riesca a trovare una soluzione mediana».

Nell’aprile 2014 la Rai aveva persino valutato un’altra opzione: piuttosto che bonificare gli studi della Dear pensava di far sloggiare l’intera direzione di viale Mazzini e portarla nei locali dell’ex direzione generale di Alitalia, alla Magliana, e trasferire alcuni degli studi Dear a Cinecittà.

Sette mesi dopo (nel novembre 2014) la bonifica, lungi dall’essere terminata, procedeva sì, ma senza le dovute precauzioni. Tant’è che il segretario nazionale Snater spiegava sconsolato che il progetto iniziale era chiudere «i primi tre studi per lavori di bonifica e ammodernamento» e, nel 2015, «aprire i locali rinnovati e chiudere per lavori gli altri tre, in modo da tutelare i lavoratori». Invece, le bonifiche procedevano «mentre i lavoratori restano in sede. È possibile una cosa del genere?».

Siamo a febbraio 2015. L’ultimatum imposto dall’Asl è bello che scaduto. Gubitosi cosa rischia? Possono scattare sanzioni nei confronti della Rai, ma soprattutto il direttore generale, in quanto responsabile ultimo anche del comparto sicurezza dell’azienda (nonostante eventuali deleghe affidate ad altri funzionari) può essere esposto penalmente.

A 23 anni dalla condanna ufficiale dell’amianto come materiale ad alto potenziale cancerogeno, perché un luogo come la Rai, in cui quotidianamente si concentrano almeno 3mila persone per otto ore, non è ancora stato adeguatamente messo in sicurezza?

La notizia della condanna del 96enne Bertè è stata relegata in un misero trafiletto, giusto per salvaguardare il dovere di cronaca. Niente a che vedere coi frizzi e i lazzi dell’articolo di ieri a firma di Aldo Fontanarosa su La Repubblica che, nell’osannare una Rai “in equilibrio nei conti, galvanizzata dalla quotazione di Rai Way che ha centrato questo novembre”, annuncia che la televisione di Stato ora chiederà il “rating”, ovvero un “bollino di qualità” da appuntarsi “al petto come medaglia”. E se lo otterrà, “si presenterà sul mercato dei capitali per finanziarsi come mai in passato”. Ovvero “emetterà un bond e cercherà un prestito dai 150 ai 200 milioni”.

Per farci cosa? “Realizzare il Piano di adeguamento del suo patrimonio immobiliare, da viale Mazzini a Roma a via Cernaia a Torino. E la bonifica toccherà anche gli studi della ex Dear […], studi liberati a giugno per migliorare, tra le altre cose, la prevenzione degli incendi”.

Caro Fontanarosa, innanzitutto non si tratta di “migliorare la prevenzione degli incendi”, ma di mettere a norma gli impianti antincendio come ordinato dai Vigili del Fuoco, dopo l’ispezione datata ormai aprile 2014. Seconda cosa: non scrivere che dopo che la Rai ha acquistato gli storici studi della ex Dear nel 2010 con un costo complessivo di 50,5 milioni di euro ora si scopre che gli studi non sono del tutto a norma. Abbi la decenza di non prendere in giro i tuoi lettori o, se sei davvero in buonafede, la prossima volta usa Google e fatti una ricerchina in rete prima di vergare panegirici in lode a Gubitosi e al suo regno infestato dall’amianto.

Ah, già! L’amianto. Fontanarosa ci fa sapere che “intanto la Rai vara una commissione che sarà composta da tre dirigenti interni, un emissario del ministero dell’Ambiente, un luminare del Diritto amministrativo, un architetto e un ingegnere di grido. Il loro compito sarà individuare, con una gara, un’azienda super specializzata nelle bonifiche. Questa azienda libererà viale Mazzini dall’amianto che ancora lo infesta”. Ma la Ti&a non aveva detto che “una buona parte dei lavori previsti è stata completata”?

“La televisione di Stato ipotizza l’evacuazione di tutti i dipendenti. In alternativa, si potrà risanare un piano per volta lasciando parte dei lavoratori al loro posto, negli altri piani”.

Tutti questi lavori di ristrutturazione porteranno ad una rilancio dei patrimoni immobiliari Rai. Se uno non conosce gli antefatti, La Repubblica fa apparire Luigi Gubitosi come il Re Mida de’ noantri. Quando in realtà deve solo ringraziare Iddio che nella sede Rai di Roma non si sia mai ammalato nessuno per colpa dell’amianto che lui aveva l’obbligo (di legge, oltre che morale) di smantellare sin dal primo giorno in cui ha accettato il ruolo di direttore generale.

Ma se ne è fregato. Lui. Come quelli prima di lui. Forse è stata solo fortuna. Forse i dipendenti Rai di Roma hanno una costituzione più forte rispetto ai loro omologhi torinesi. O forse a Roma non c’è, purtroppo, un Raffaele Guariniello che sul tema delle morti per amianto non fa sconti a nessuno.

 

 

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