Non c’è pace per gli ebrei. Via dall’Eurasia, si torna in Isreaele

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu

In un decennio, mezzo milione di ebrei ha lasciato il Vecchio Continente. L’esodo continua, soprattutto da Francia e Belgio. «I nostri fratelli d’Europa non si sentono più al sicuro». E Israele stanzia 46 milioni di dollari per investimenti di emergenza, per l’inserimento d’emergenza dei nuovi arrivi.

All’indomani dell’attentato di Copenaghen in cui ha perso la vita Dan Uzan, ebreo danese morto davanti alla sinagoga per impedire ai terroristi di fare strage in una festa di “bat mitzwa” piena di bambini. Uzan era uno di quei volontari che, come in ogni Comunità d’Europa, affianca la polizia locale per proteggere le sinagoghe e le scuole dalla minaccia dei terroristi, in chiave antisemita.

Una situazione di continua allerta per i 1,4 milioni di ebrei che vivono in Europa. Uno stato di assedio permanente non più tollerabile, tant’è che i numeri parlano chiaro: secondo la ricerca del Pew Research Center, curata dal demografo Sergio Della Pergola,  nel 1945 in Europa viveva circa il 35 per cento degli ebrei del mondo. Adesso solo il 10 per cento.

Vale a dire che si è passato dai 3,8 milioni di ebrei del 1945 ai 2 milioni del 1991. Fino ai 1,4 milioni di oggi. Negli ultimi 14 anni dunque, in concomitanza con il boom di immigrazione musulmana, se ne sono perduti 600.

Nel 2014, circa 7mila gli ebrei francesi si sono trasferiti in Israele (il doppio rispetto al  2013). Nella prima settimana di febbraio 2015, 8mila francesi hanno visitato le “Israel opportunity fairs”,  eventi organizzati dall’Agenzia Ebraica (l’agenzia  governativa israeliana che promuove l’immigrazione).

I migranti che nel 2014 si sono trasferiti in Israele sono stati  26.500, un aumento del 32% rispetto al 2013. Tra questi, ci sono stati 4500 russi, 4200  ucraini, 570 britannici, 260 dal Belgio, 3600 dal Nord America, 1100 dal Sud America e 230 dall’Etiopia.

Il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, descrive gli ebrei europei come «i più esposti al pericolo del terrorismo perché sono la trincea del mondo libero davanti alla barbarie».

Joseph Sitruk, ex rabbino capo di Francia immigrato in Israele, rimprovera all’Europa di «non aver reagito agli attentati alla scuola di Tolosa nel 2012, al museo ebraico di Bruxelles nel 2014 e al brutale sequestro e omicidio del parigino Ilan Halimi nel 2006». E aggiunge: «I nostri fratelli d’Europa non si sentono più al sicuro, per questo arrivano».

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, all’indomani degli attentati a Copenaghen, che hanno causato due vittime e cinque feriti, ha affermato «questa ondata di attacchi terroristici continuerà» e che in Europa «gli ebrei vengono uccisi solo perché ebrei». Per questo ha chiesto alle comunità a lasciare il Vecchio Continente invitandole a «venire in Israele dove sono a casa».

In quest’ottica Israele ha deciso di stanziare 46 milioni di dollari d’emergenza per sostenere gli arrivi, numerosi soprattutto da Francia, Belgio e Ucraina: oltre ad aumentare il numero degli emissari presenti all’estero per organizzare e facilitare l’immigrazione, i fondi serviranno per creare investimenti in scuole, servizi e posti di lavoro per facilitare la ricollocazione in Israele.

 

 

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