La piddina radical chic Melandri e il suo stipendio MAXXI

L'ex ministro Giovanna Melandri è ora presidente della Fondazione Maxxi

La gestione del museo Maxxi da parte dell’ex ministro Giovanna Melandri non brilla certo nei risultati. Eppure lei (che si è sempre dovuta difendere dalle malelingue) è decisa a far bella figura e dimostrare cosa è capace di fare. Alla buonora. Per farlo, però, era fondamentale vedersi aumentare i fondi pubblici di finanziamento alla Fondazione, così come il suo stipendio. Perché alla Melandri piace vincere facile.

Sì, perché fino al 2013, ultimo anno per cui i bilanci sono disponibili, è evidente che il museo Maxxi guidato da Giovanna Melandri ha fatto fatica ad ingranare la marcia. Il 2012 e il 2011 si sono chiusi in rosso. Il 2013 ha registrato un utile, tenetevi forte, di ben 9mila euro. Il tutto a fronte di 3,5 milioni di euro di finanziamento ministeriale e altri stanziamenti derivati da fondi pubblici.

Onde evitare la figuraccia e il sospetto di una non esattamente competente gestione della Fondazione, nel 2014 è arrivata una provvidenziale legge, a marchio Pd, che ha sancito che il contributo pubblico al Maxxi sarebbe passato a 5 milioni di euro l’anno.

Ma il finanziamento non è stata l’unica cosa a crescere spropositatamente. Guarda caso, è cresciuto anche il suo stipendio.

Dopo aver annunciato che avrebbe lavorato a titolo gratuito («Vado gratuitamente a rilanciare un’istituzione pubblica» e, aggiunse, «da oggi querelo tutti quelli che parlano di spese folli») l’ex ministro il 21 novembre del 2013, dopo che i giornali pubblicarono la notizia che sarebbe stata pagata dal Maxxi per il suo ruolo di presidente, disse al “Messaggero”: «Avrò uno stipendio sobrio: guadagnerò 45mila euro netti all’anno».

Peccato che poi, nel frattempo, il compenso sia diventato di 91mila euro l’anno, più un premio di risultato –scoperto dal Fatto Quotidiano fino a 24mila euro.

Meritatissimi, sicuramente. La sua è stata carriera politica di tutto rispetto (oltre che parlamentare è stata ministro per ben tre volte: due volte ai Beni e alle Attività culturali, tra il 1998 e il 2001, con premier D’Alema e Amato, e una volta allo Sport (tra il 2006 e il 2008 con premier Romano Prodi).

Eppure si è sempre dovuta difendere da accuse di quanti le hanno dato dell’incompetente, della raccomandata, dell’imbucata.

Lei, laureata in economia, giovane dirigente di Legambiente, non si era mai occupata di Sport finché non si trovò a fare il ministro, così come non si è mai occupata di arte contemporanea prima di finire a fare il presidente del Maxxi di Roma. Ma chi siamo noi per giudicare il suo curriculum?

Neolaureata fu assunta alla Montedison, dove lavorava Matilde Bernabei (figlia di Ettore, storico direttore generale della Rai), moglie di Giovanni Minoli, cugino della Melandri. Quindi, per la proprietà transitiva, dove lavorava sua cugina. «No, non fu Matilde a farmi entrare in Montedison. Entrai con un gruppo di ragazzi dell’università chiamati da Schimberni». Come se non fosse la stessa cosa.

Quella fu senza dubbio una parentela comoda. Niente a che vedere con un’altra parentela, questa volta scomodissima: uno degli arrestati nell’ambito dell’inchiesta Mafia Capitale, di fatti, è Luca Odevaine (ex capo di gabinetto del sindaco Walter Veltroni). Un signore che una volta si chiamava Luca Odovaine (con la “o”) ma che  “per non compromettere le sue possibilità istituzionali si fa cambiare il cognome a seguito di condanne riportate” per questioni di droga.

Una circostanza “di cui nessuna delle amministrazioni interessate si accorge” (ovvero Veltroni e Zingaretti). Ebbene il signor Odevaine/Odovaine (che moltiplicava i profughi a Roma per lucrare sui fondi per l’emergenza) è sposato con la sorella dell’avvocato Marco Morielli, che poi è il marito della Melandri. Quindi è suo cognato.

Anche la Onlus della Melandri (la “Human Foundation”) è rimasta implicata  nello scandalo di “Mafia Capitale” per via del coinvolgimento (all’insaputa dell’ex ministro) del suo commercialista che, oltre a farle la dichiarazione dei redditi, è anche uno dei fondatori della Onlus.

Povera Melandri. Non ci si può fidare proprio di nessuno a questo mondo. Nemmeno dei compagni (di merende).

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