Lungo (e triste) viaggio nel Paese delle Grandi Opere incompiute

La Città dello Sport a Tor Vergata (Roma)

Volevano essere Grandi Opere, invece sono una sorta di piccole ferite aperte per lo Stato italiano. Vanno da Nord a Sud e sono soggette a moltiplicazione. Perché, si sa, nel nostro Paese tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, o un ponte, una strada, un polo sportivo. Insomma, qualcosa. E, rigorosamente, non finito.

A fare un po’ di chiarezza è arrivato proprio il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che, in forza di una riforma voluta dal governo Monti, ha compilato (insieme con Regioni e Province autonome) l’anagrafe delle opere incompiute. Un bagno di sangue. I dati consultabili sul sito del Ministero raccontano una situazione raccapricciante. Si parla di 600 infrastrutture, tra strade, autostrade, impianti sportivi, parcheggi, aeroporti, cominciati e mai finiti. In alcuni cantieri, dopo il doveroso piazzamento di cartelli e transenne, non si è più visto nessuno. Secondo l’elenco ufficiale, le opere “fantasma” sono costate allo Stato ben 4,1 miliardi di euro. Una cifretta da niente! Peccato che sia la lista che le cifre ufficiali riportate siano fortemente approssimative. Infatti, che si tratti di amnesia o di volontarie dimenticanze, i “professori” di Porta Pia si sono dimenticati di alcuni “mostri” delle infrastrutture iniziati e poi abbandonati al proprio destino.

Facciamo alcuni esempi. Perché nella lista non compare la Città dello Sport di Tor Vergata? Nata come Stadio del Nuoto per i Mondiali del 2009 (da ricondurre alla nota storia della “Cricca” degli appalti delle Grandi Opere) poi riconvertita in Città dello Sport. Mai aperta (sin dai tempi della giunta Veltroni), ora nel degrado più totale. Del tutto inutile allo stato attuale, ma che ha già succhiato 256 milioni di risorse pubbliche. Ma il futuro del gigantesco progetto (incompiuto) di Santiago Calatrava a Tor Vergata potrebbe essere “verde”. L’università stessa ha avanzato la proposta di trasformare l’intero impianto in una serra hi-tech, ispirata ai ‘Gardens by the bay’ di Singapore. Visto come sono andate le cose, sarebbe interessante vedere quanto tempo impiegherebbero a far “morire” tutto.

Altra grande assente è la diga di Blufi, in Sicilia, asciutta da più di 30 anni. Anche del mitologico stadio del polo di Giarre, non c’è traccia. Ma il paradosso dei paradossi è dietro l’angolo: l’elenco della regione Sardegna segnala come opere incompiute, gli impianti fotovoltaici di quattro edifici comunali de La Maddalena e non le mastodontiche strutture (albergo, centro congressi, porto turistico) costruite per il G8 del 2009 e mai completate. Com’è possibile? Proprio quando un mese fa, l’ottava sezione penale del tribunale di Roma ha accolto la richiesta del Comune de La Maddalena di costituirsi parte civile nel processo alla “Cricca” degli appalti per il G8 del 2010, evento internazionale trasferito poi all’Aquila. Eppure nella lista del ministero di tutto questo, neanche l’ombra.

La Lombardia risulta la regione con la concertazione più alta di ‘fantasmi edilizi’: dal nuovo laboratorio dell’Asl di Milano in via Juvara (14,3 milioni di euro spesi e altri 10 per completarlo), ai lavori che vanno avanti ormai da quasi dieci anni per la costruzione del “nuovo ostello della gioventù” di Lecco (2,6 milioni di euro per un cantiere che doveva essere consegnato nel 2008). Ma uno dei casi più eclatanti del Nord d’Italia è sicuramente quello dell’ospedale di Alba e Bra, situato nel cuore delle Langhe piemontesi: costati 159 milioni di euro e fortemente contestati da ambientalisti e geologi (il terreno, si dice, è particolarmente franoso), i lavori vanno avanti ormai da 10 anni. Per completarli ci vorrebbero altri 42 milioni. Che ovviamente non ci sono, quindi, come consuetudine, si affida tutto al “poi si vedrà”.

Poi c’è l’Expo 2015, che merita un capitolo a parte. La più grande opera pubblica del momento, quasi tre miliardi di spesa tra infrastrutture e organizzazione per ospitare l’Esposizione universale che dovrebbe rilanciare l’economia del Paese. Nelle ultime conferenze stampa del governo Letta ed ora con Matteo Renzi, l’Expo sembra essere la panacea di tutti i mali. C’è la crisi, ma ora arriva l’Expo. C’è la disoccupazione, ma l’Expo porterà ad investire in Italia… Insomma, dovrebbe essere la risposta (positiva) a tutte le domande scomode. Ed invece, sono iniziati gli arresti per infiltrazioni mafiose negli appalti per la costruzione, i lavori sono a “caro amico”, e la voglia di fare si scontra con liti politiche, inchieste aperte e l’immagine di un Paese in agonia, dilaniato dal “vorrei ma non posso”. Così, si crea il paradosso: abbassare la guardia contro l’illegalità e le infiltrazioni per non rallentare i lavori, ormai già molto in ritardo, che metterebbero in crisi l’inaugurazione della manifestazione.

Un mese fa, anche per la terza corsia dell’A14, Bologna-Bari-Taranto, si sarebbe dovuta scrivere la parola “fine”. Invece, il tutto slitterà al 2017 e forse anche oltre. I lavori consistevano in 40 chilometri di strada e due tunnel. Ad oggi i lavori sono stati completati per il 60%.

Nonostante la sua semplicità, il concetto che un euro investito in infrastrutture arrivi a generarne quattro (grazie alle enormi ricadute sull’indotto), è difficile da assimilare. O meglio, nonostante questa consapevolezza, fare le cose per bene dall’inizio alla fine, sembra sempre più un’impresa titanica.

E arriviamo al Sud. Qualche dimenticanza negli uffici della Regione Campania che, nella lista consegnata al Ministero, segnala solo due sole opere incompiute. Un po’ poco (credibile). Non si parla, infatti, dell’ospedale di San Bartolomeo in Galdo, nel Beneventano, una delle strutture mai portate a termine più ‘anziane’ d’Italia. E che dire della diga del Pappadai a Taranto? Costata 70 milioni di euro in 30 anni, non ha ancora raccolto una goccia d’acqua. A Lamezia, in Calabria, dagli anni ‘70 un pontile si protendeva per 640 metri: avrebbe dovuto servire l’impianto chimico della Sir. È crollato un anno fa senza aver servito una nave.

Decisamente più onesta la Sicilia, che segnala la bellezza di 170 incompiute: record nazionale. Un esempio su tutti: l’autostrada Ragusa-Catania, undici anni di lavori ed ancora non è stata completata. Strade a parte, in Sicilia il comune di Giarre (Catania) si è guadagnato il titolo di capitale dell’incompiuto grazie a una dozzina di opere mai terminate: tra queste, uno stadio di polo ai piedi dell’Etna.

E la lista sarebbe ancora molto lunga, da Nord a Sud, in un Paese che si interessa che solo di come vadano a finire le gare d’appalto, senza mai preoccuparsi di ciò che resta incompiuto, abbandonato e inutilizzato per anni ed anni. Dai, su, poi lo faccio… senza fretta. Del resto, ma chi ci corre dietro?

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