Ciucci: “Anas è pulita e Perotti lo denuncio”

Pietro Ciucci, presidente dimissionario Anas

«Non ho nulla da nascondere». Pietro Ciucci, in una lunghissima intervista, parla del suo “autolicenziamento” da dg, dei rapporti con il progettista in carcere e delle realtà distorte sul Fatto Quotidiano. Infine l’impegno «nel 2016 sarò fuori dall’Anas»

In queste settimane il nome di Pietro Ciucci e quello di Anas sono stati tirati in ballo svariate volte dai giornali. Il viadotto crollato in Sicilia, l’inchiesta sulle grandi opere, l’arresto di Stefano Perotti, direttore dei lavori su un tratto della Salerno-Reggio Calabria dove è morto un operaio. Per non parlare del clamore suscitato dalla notizia, pubblicata dal Fatto Quotidiano e rilanciata dal nostro portale, che Ciucci nel licenziarsi da direttore generale avesse fatto un conto furbetto per vedersi riconoscere una doppia buonuscita.

Presidente Ciucci, come sono andate realmente le cose sul suo “autolicenziamento”?

«Sono stato assunto in Anas nel dicembre 2006 con un contratto a tempo indeterminato che prevedeva che, al momento della sua risoluzione, mi fossero corrisposte due annualità. È una consuetudine nei contratti dei dirigenti. Per esempio, l’accordo per la risoluzione del rapporto di lavoro dell’ex Ad di Poste, Sarmi, prevede a titolo di incentivo all’esodo un importo lordo pari a 4 annualità e a titolo di indennità per il mancato rinnovo un importo lordo pari a un’annualità. Ma come si calcolano? Per fare le cose fatte bene, maledizione a quando lo abbiamo fatto, abbiamo specificato che queste due annualità sarebbero state quantificate con i criteri previsti dagli artt. 22 e 23 (che disciplinano la risoluzione del rapporto di lavoro e il preavviso), ma solo ai fini del calcolo. Si doveva tener conto della parte variabile e dell’anzianità. E seguire quei due articoli sembrava un modo per rendere questo meccanismo ancor più trasparente. Parliamoci chiaro: non sono un cretino. “Mancato preavviso” e “risoluzione consensuale” sono un ossimoro. Quando il Mef mi comunicò che mi avrebbe confermato come presidente ma che, in base alla legge n. 39 sulle incompatibilità, avrei dovuto risolvere il rapporto di lavoro a tempo indeterminato io ho presentato la richiesta di risoluzione anticipata del rapporto. E, conseguentemente, mi sono state liquidate le due annualità».

Ma il Fatto Quotidiano ha chiesto un confronto all’Anas prima di scrivere l’articolo incriminato? 

«In una lettera al Mef ho fornito tutti gli elementi di risposta al ministero in proposito. La stessa documentazione è andata alla Corte dei Conti. E l’ho spiegata così anche al Fatto Quotidiano dicendo che quelle diciture erano lì solo al fine del calcolo. Ma si sono divertiti a scrivere quella sceneggiatura. Se questo è giornalismo…»

Per la sua buonuscita si parla di oltre 1 milione e 800 mila euro.

«Che devo dire? Mi devo vergognare? È una cifra ragguardevole, anche se si parla di lordo. È chiaro che se la si paragona alla buonuscita di un impiegato è un confronto perso. Ho lavorato per 45 anni consecutivi, sempre in ruoli di un certo tipo. E sin dal mio arrivo in Anas il mio compenso non è mai aumentato. Quando lo abbiamo fissato, nel 2006, l’importo era inferiore rispetto a quanto percepivo precedentemente. All’epoca era appena stato introdotto il tetto ai compensi e l’amico Romano Prodi mi chiese di applicarlo. Avrei potuto non farlo, per due motivi: uno perché quel tetto riguardava il compenso degli amministratori e il mio era un compenso da direttore generale; due perché sarebbe entrato in vigore dal primo gennaio 2007 e io avevo firmato il contratto nel 2006. Ma accettai comunque di farlo».

E nel settembre 2013 è andato in pensione.

«Sì, risolvendo il rapporto di lavoro ho deciso di richiedere il trattamento pensionistico. D’altra parte avevo 44 anni di contributi».

Ma è rimasto presidente. Eppure il “decreto Madia” preclude ai pensionati incarichi dirigenziali nelle società pubbliche.

«Sono andato in pensione, e mi fa anche un po’ effetto dirlo, nel settembre 2013. La legge Madia è entrata in vigore nel 2014 e prevede che non si possano più dare incarichi ai pensionati. Sinceramente è una cosa che non condivido, perché l’esperienza è preziosa. Ma la legge è legge. Per questo motivo, ad aprile del prossimo anno, il mio incarico non potrà più essere rinnovato».

Ma se lei l’anno prossimo sarà fuori dai giochi, perché tutto questo accanimento nei suoi confronti?

«Sono in Anas da quasi nove anni. Non un record, ma sono d’accordo che sia l’ora di una turnazione. Si è aperta la fase della successione. E siccome il prossimo anno scadrà il mio incarico e io non potrò essere un candidato in base alla normativa vigente è partita la “campagna elettorale”. Chi è interessato si posiziona e cerca di evitare che qualcun altro si avvantaggi».

Le mail anonime di denuncia, gli articoli in cui si insinua che Anas sia in qualche modo coinvolta nell’inchiesta di corruzione di questi giorni, le critiche aperte a certi suoi privilegi. Una congiura?

«Non ho nulla da nascondere e posso rispondere a qualunque obiezione mi venga mossa. Le mail di denuncia da parte di dipendenti sono facili da spiegare: in otto anni ho preso molte decisioni che non hanno soddisfatto tutti. Qualcuno si sarà sentito non adeguatamente valutato. Cova del risentimento e, sapendo che presto sarò fuori dai giochi, si sta togliendo qualche sassolino. E poi queste insinuazioni, stranamente, non riguardano solo me ma quasi tutti i dirigenti di primo livello».

Qualcuno che si voglia candidare a ricoprire eventuali posizioni vacanti?

«Presumo che qualcuno stia scegliendo la cordata che pensa sarà quella vincente da qui a un anno e cerchi di screditare, per fare un esempio, l’attuale condirettore generale che potrebbe candidarsi come direttore generale. È una scena che si ripete quasi ad ogni rinnovo delle cariche».

Citando sempre Il Fatto, lei viene definito il “monarca” che ha sistemato 160 anziani, suoi amici, in Anas. Anche questa è una balla?

«Altra sciocchezza. I fatti risalgono a un anno fa. Il Fatto Quotidiano ha confuso – non so se in modo ingenuo o prevenuto – il numero degli incarichi co.co.co. e co.co.pro, che effettivamente erano circa 160, con la questione dei pensionati in azienda che, in realtà, all’epoca erano solo sei. Attualmente sono quattro. I nomi e il curriculum di tutti sono sul sito. Quando sono stati conferiti quegli incarichi era ancora possibile avvalersi della consulenza di persone che potevano dare ancora tanto all’azienda in termini di competenza, anche se avevano raggiunto l’età pensionabile. A 65 anni mica sei da rottamare. Si poteva fare e lo abbiamo fatto».

C’è qualcuno che tutte le mattine la vede uscire di casa con l’auto blu e si chiede che diritto ha per farlo.

«È previsto che abbia l’accompagno. L’auto blu non è una Maserati o un Mercedes, ma una Ford Mondeo, 1600 di cilindrata, scelta in base alle regole della spending review. È dotata di girofaro lampeggiante e paletta, perché in quanto presidente di Anas io sono un dirigente della Polizia stradale. Teoricamente posso fermare le persone e fare contravvenzioni. In otto anni credo di aver usato il girofaro tre volte e sempre per motivi concreti. L’auto mi viene a prendere tutte le mattine alle 8, a volte anche prima, e mi riporta a casa alle 9 di sera. Cinque giorni a settimana. La uso esclusivamente per andare a lavorare. Hanno mai visto la mia auto fuori da un ristorante o da un cinema? Hanno mai riscontrato spese strane o utilizzi impropri della carta di credito aziendale? No, perché non faccio queste cose».

Lei è molto schivo. Non rilascia interviste, si esprime attraverso comunicati stampa, molto tecnici. Asettici. Non pensa che questo suo atteggiamento abbia contribuito a farla dipingere come un dittatore, un “orco cattivo”?

«Molti mi attribuiscono un cattivo carattere, ma in questo Paese spesso quando uno ha un carattere ha un cattivo carattere. Ma mi rassegno: non posso pensare di cambiare a 65 anni. L’accusa di essere un dittatore, invece, non riesco a capirla».

Forse il fatto di essere rimasto solo in Cda non aiuta.

«Non dipende da me, ma dai ministeri dell’Economia e delle Infrastrutture».

Maria Cannata, consigliere d’amministrazione dell’Anas su nomina dell’azionista pubblico, si è dimessa per “motivi personali”. Sergio Dondolini ha annunciato che anche lui lascerà il Cda per “impegni” al Mit. È rimasto solo.

«È vero. Ma c’è una cosa che fa molta differenza rispetto alle altre società, ed è la presenza del magistrato della Corte dei Conti che partecipa ai consigli di Anas e che dà una sorta di “bollo di qualità”. Oltre, ovviamente, alla presenza del collegio sindacale».

Lei in Anas è presidente e amministratore delegato.

«Il mio ruolo è quello di presidente con funzione di amministratore. Che è diverso. Dal 2002, da quando è stata trasformata in SpA, Anas ha avuto un presidente con poteri operativi. Nel 2006, c’era un direttore generale nominato, l’ingegner Claudio Artusi, e c’era una chiara crisi nella governance: Artusi nelle interviste si dichiarava insoddisfatto, sottolineando come i suoi poteri fossero sovrapposti a quelli del presidente. Quando sono arrivato io lui era dimissionario. Così quando mi fu chiesto di presentare la mia proposta di revisione dell’organizzazione in termini di miglioramento dell’efficienza, chiesi di assumere io stesso il ruolo di direttore generale: visto che il direttore generale aveva gli stessi poteri del presidente non era necessario nominare una persona distinta con quel ruolo. Questa proposta ricevette l’approvazione del Consiglio e il plauso del magistrato della Corte dei Conti».

Cumulo di cariche significa cumulo di compensi?

«No. Ho sempre avuto un solo compenso, sebbene fossi presidente di Anas con funzioni di amministratore e direttore generale. Dal 2006 al 2013 sono stato Ad della società “Stretto di Messina”, ma ho riversato tutti i compensi. Sono stato due volte commissario sempre per “Stretto di Messina”, sono attualmente commissario delegato in Sardegna, ma senza corrispettivo. Zero compensi anche come presidente di “Anas International”».

Anas ha una struttura articolata. È complicato anche controllare gli appalti ed eventuali infiltrazioni malavitose nei subappalti? Stefano Perotti, arrestato per corruzione, era direttore dei lavori in uno dei suoi cantieri sulla Salerno-Reggio Calabria, quello dove è morto un operaio. Eppure pare che nessuno lo abbia mai visto sul posto di lavoro. Come è possibile?

«Anche questo l’ha scritto il Fatto Quotidiano, ma non è vero. Posso assicurare che Perotti andava in cantiere. Magari non cinque giorni a settimana, ma ci andava. E va detto anche che il direttore lavori non è solo: c’è una squadra di venti persone che presidia le attività».

Ma il nome di Anas e di qualche dirigente è saltato fuori, almeno stando ai giornali.

«I riferimenti fatti sono indiretti. Checché se ne dica Anas non è immischiata nell’indagine, né in questa né in tutti gli ultimi accadimenti negativi e parlo di Expo, Mose, la cricca romana, Balducci & Company. Ci sono mie intercettazioni con qualcuno? Incalza era anche un mio corrispondente e, a parte il fatto che la sua figura io aspetto di vederla alla fine delle indagini, perché non è uscito nulla a riguardo? Perché non c’è niente. Nessuna intercettazione nemmeno con Perotti, che secondo loro in Anas era “di casa”».

E l’accusa di aver dato a Perotti un incarico in Libia?

«Falso anche questo. Non c’è nessun incarico né di Anas né di Anas International a Perotti per la Libia. Qualcuno ha scritto anche che c’erano i bandi di gara di Anas che avrebbero incorporato delle richieste di Perotti. Falso. Il che non esclude che Perotti possa aver tentato questa strada o aver detto queste cose al telefono. E se queste cose sono nell’ordinanza del Gip a me non importa nulla. Se sono informazioni diffamatorie io Perotti lo denuncio».

Perché tutta questa attenzione nei suoi confronti sulla stampa?

«Non lo so. Forse c’è qualcuno che accarezza i giornalisti con un po’ più di attenzione rispetto a me che pare abbia un cattivo carattere e soprattutto zero budget per certe attività».

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