Acqua bene comune, il referendum del 2011 è ormai un lontano ricordo

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Quattro anni fa gli italiani avevano votato contro la privatizzazione della gestione dei servizi idrici. Ma gli esiti della consultazione vengono ignorati.

Un referendum inutile, se si constata cosa è accaduto dalla data del suo svolgimento fino ad oggi.
Eppure i molti votanti avevano espresso chiaramente la loro volontà: l’acqua doveva rimanere un bene pubblico, i privati andavano estromessi dalla sua gestione, i profitti sarebbero dovuti essere reinvestiti per l’ammodernamento delle reti idriche ed i prezzi dei servizi sarebbero dovuti rimanere bassi e controllati.

In questo periodo non è accaduto nulla di tutto ciò. Gli importi delle bollette sono cresciuti esponenzialmente in tutta Italia, gli investimenti sono a tutt’oggi bloccati e le società private sono ripartite alla carica con i Comuni che, costantemente in bolletta, non vedono l’ora di disfarsi del fardello di società perennemente in passivo.
Ad opporsi alla legge delega di riforma della Pubblica Amministrazione, che incoraggia i Comuni ad allestire gare aperte anche ai privati per gestire i servizi locali, rimane solo l’esito del referendum e la galassia di comitati e forum che ricordano (come dei grilli parlanti) che gli italiani si sono pronunciati chiaramente sull’argomento, esternando un parere agli antipodi di quello espresso dall’attuale governo.

E sì, perché è proprio Matteo Renzi  il primo a non digerire la strenua opposizione al suo progetto (esposto nel decreto Sblocca Italia) di creare un gestore unico dei servizi locali per ogni macro area territoriale. Realtà che si fondono per gestire i servizi pubblici, o che già esistono e collimano, guarda caso, con quelle “affiliate” al centrosinistra: la Hera di Bologna, la A2a di Milano, l’emiliana Iren, l’Acea di Roma.

Il 70% della gestione dell’acqua è tuttora in mano pubblica e, come dicevamo, per i Comuni questo onere sta diventando man mano sempre più insostenibile.
Questa sofferenza sta spianando la strada al progetto da sempre caldeggiato da Federutility, l’associazione dei gestori, che auspica la costituzione di realtà private di medie e grandi dimensioni che subentrino alle Amministrazioni pubbliche. In barba al referendum.

Questo, secondo il Governo, sbloccherebbe gli investimenti privati, mai così necessari come oggi.
Si stima che occorreranno 65 miliardi nei prossimi 20 anni per modernizzare i servizi, rattoppare le reti colabrodo e sopperire alle carenze nella depurazione. Se ciò non avverrà. il rischio che la Ue sanzioni l’Italia è dietro l’angolo, è ciò si materializzerebbe in una maxi multa di quasi 500 milioni di euro l’anno.

Intanto le bollette vengono progressivamente rincarate con i servizi che lasciano lo stesso alquanto a desiderare.
Dal 2008 ad oggi, infatti, gli importi da pagare sono cresciuti del 74%,  e la tendenza probabilmente non conoscerà un’inversione di tendenza nei prossimi anni. Già rispetto allo scorso anno si stima infatti che gli italiani nel 2015 sborseranno il 10% in più. A fronte di disservizi come l’emissione di bollette pazze, distacchi indiscriminati, sospensioni impreviste dell’erogazione e via discorrendo.

Il dissenso alla privatizzazione dell’acqua, oltre che da forum e comitati, è portato avanti anche da Comuni che si stanno ribellando, assorbendo la gestione del bene comune.
Diversamente da molte amministrazioni che sono pronte a cedere il controllo dell’acqua, Napoli e Reggio Emilia si sono riprese gradualmente la sua gestione risanando le aziende pubbliche e puntando al pareggio di bilancio senza perseguire fini di lucro.
Rispettando, così facendo, la volontà popolare espressa così chiaramente 4 anni fa.

 

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