Il Pd e la questione immorale

questione immorale

Denunciando l’esistenza di una “questione morale” nei partiti che governavano l’Italia, nell’ormai celebre intervista a Eugenio Scalfari del 1981, Enrico Berlinguer non immaginava certo che la sua sarebbe diventata una profezia sul Pd, l’erede diretto di quel Pci di cui proprio Berlinguer era all’epoca segretario.

“I partiti di oggi – sosteneva riferendosi in particolare alla Dc e al Psi – sono soprattutto macchina di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un ‘boss’ e dei ’sotto-boss’. Un vero e proprio atto d’accusa che a distanza di 34 anni si adatta oggi con straordinaria attualità (anche) al Pd di Matteo Renzi. Non che negli anni scorsi fosse diverso, ma Renzi si è proposto e imposto nel nome della rottamazione, promettendo la svolta buona, e invece in un anno e mezzo da segretario non ha saputo (o voluto) far cambiare davvero verso al Pd. Non lo dico io, è un dato di fatto scritto nelle inchieste della magistratura su corruzione e malaffare, nell’impietosa relazione sul Pd romano dell’ex ministro Barca, nella degenerazione delle primarie, nell’eccesso di ambiguità spacciato per garantismo, nella candidatura di impresentabili a ogni livello. Non indizi ma vere e proprie prove, che Renzi fa finta di non vedere e alle quali, quando proprio non può sottrarsi, oppone sempre la stessa obiezione e cioè il 40,8% preso alle Europee dello scorso anno. Come se bastasse l’apparente legittimazione popolare (apparente perché – vale sempre la pena ricordarlo – alle Europee è andato a votare solo il 58,69% degli elettori) per poter minimizzare e derubricare a casi isolati di mala politica quelli che poi è visto essere casi tutt’altro che isolati. La solita vecchia e pessima abitudine di nascondere il sudiciume sotto il tappeto anziché fare vere pulizie, salvo poi ritrovarsi ogni volta la casa più sporca di prima e ricominciare daccapo.

Nell’anno e mezzo di Renzi segretario, il Partito Democratico non si è fatto mancare niente. Dalle varie rimborsopoli all’Expo, dal Mose a Mafia Capitale fino ad arrivare al caso di Ischia, passando per una lunga serie di vicende magari meno note, ovunque la politica si è ritrovata travolta da un’inchiesta della magistratura il Pd c’è quasi sempre stato di mezzo. Un partito ormai lontano dalla sua idea originaria, che sa fare affari con chiunque, diventato comodo rifugio di impresentabili e trasformisti, infiltrato da affaristi di vario genere e, talvolta, anche dalla criminalità organizzata.

“Una macchina di potere e di clientela”, per dirla con le parole di Berlinguer, radicata da nord a sud, isole comprese, in cui può trovare posto e poltrona chiunque. Così, per esempio, in Sicilia il presidente (dimissionario) del partito è Marco Zambuto, ex Dc, ex Cdu, ex Udc, ex Pdl e ora renziano, che alle ultime primarie democratiche di Agrigento ha sostenuto il forzista Silvio Alessi, poi risultato vincitore. Le dimissioni le ha date dopo che si è venuto a sapere che a febbraio era stato in visita ad Arcore da Berlusconi, pare proprio per definire l’alleanza Pd-Forza Italia per Agrigento. In Campania, dopo le primarie inquinate del 2011, quest’anno le primarie le ha vinte il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, condannato in primo grado per abuso d’ufficio e imputato in altri processi per associazione a delinquere, truffa e altri reati. In Liguria, sempre alle primarie, brogli accertati e voti annullati, ma si è preferito far finta di niente benedicendo, guarda caso, la vittoria della renziana Paita. Poi ci sono i quattro sottosegretari indagati, tra cui la Barracciu che, per colmo di incoerenza, non può governare la Sardegna ma può stare al governo. Ma la denuncia più forte e la sintesi più efficace sul Pd attuale è quella che si legge nella relazione intermedia di mappatura dei circoli romani affidata a Fabrizio Barca da Matteo Orfini a seguito del commissariamento del partito della Capitale. Nel documento, il Pd di Roma viene definito “non solo cattivo ma pericoloso e dannoso”, un partito in cui “non c’è trasparenza”, che “lavora per gli eletti anziché per i cittadini e dove traspaiono deformazioni clientelari e una presenza massiccia di carne da cannone da tesseramento”.

Insomma, dal centro alle periferie, da Roma ai territori, il quadro è impietoso. E mentre al suo interno il Pd si dibatte in questa profonda crisi etico-politica da cui non riesce a uscire, in Parlamento litiga con gli alleati alla ricerca di una improbabile sintesi sulla giustizia che alla fine produce solo compromessi al ribasso. Come la tanto decantata legge anticorruzione, che è chiaramente un passo in avanti rispetto al vuoto normativo creato dal ventennio berlusconiano ma che altrettanto chiaramente è insufficiente per fermare il malaffare dilagante e per evitare il proliferare di altre tangentopoli. Si poteva e si doveva fare di più, io non mi stancherò mai di proporre la legge scritta con Franco La Torre che prevede di confiscare ai corrotti i beni come ai mafiosi, ma sono mancati il coraggio e, soprattutto, la volontà politica di affondare con maggiore decisione, entrambi sacrificati sull’altare delle larghe intese. Resterà un’altra occasione mancata, ma da questo governo e da questa maggioranza non ci si poteva purtroppo aspettare di più.

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