Le grandi opere in Cina, con poche premure per l’ambiente

Cina
La diga di Nuozhadu in Cina

Il repentino ed incessante sviluppo industriale della Cina necessita sempre maggiormente di quantità consistenti di materie prime, ma soprattutto di energia elettrica.

Per questo la costruzione di centrali idroelettriche è diventata di primaria importanza e rientra nelle priorità della pianificazione industriale del paese asiatico.
Ma quella che sembra una modalità produttiva di energia pulita è invece notevolmente invasiva per l’ambiente, colpevole di causare un impatto enorme sull’ecosistema.
Stiamo parlando in particolare di ciò che sta accadendo nel corso superiore del fiume Mekong, che nasce in Cina ed attraversa tutto il sudest asiatico per poi sfociare nell’Oceano Indiano.

In territorio cinese già esistono cinque dighe con relative centrali idroelettriche in funzione, di cui una, quella di Nuozhadu conclusa l’anno scorso, risulta essere il più grande impianto mai costruito sul corso d’acqua asiatico.
Altri quattro saranno completati entro il 2017, e si andranno ad aggiungere alla ventina di sbarramenti già presenti sul Mekong ed i suoi affluenti nel suo medio e basso corso in Laos e negli altri stati più a sud.
L’impatto ambientale, se consideriamo che nel 1990 le dighe esistenti erano solo 5, in questi anni è stato devastante. Le ricadute sulla vita della popolazioni che vivono lungo il corso del fiume, una striscia d’acqua che taglia la giungla e costituisce anche l’unica via di comunicazione dell’area, sono state pesantemente negative sotto l’aspetto idrico e della fauna fluviale.

Nel Mekong vivono infatti più di 850 specie animali, e la sua capacità di rifornire di cibo ed acqua milioni di persone è inestimabile.
Per questo motivo i recenti progetti di imbrigliamento e canalizzazione elaborati ed attuati dalla Cina vengono malvisti dagli Stati a valle come Cambogia, Thailandia e Vietnam, che si sentono defraudati di una risorsa naturale primaria.
Le esigenze industriali del colosso asiatico cozzano contro la conservazione dell’ambiente. La corsa all’idroelettrico rischia di portare, oltre ai suoi innegabili benefici, anche sconvolgimenti di non poco conto su aree densamente popolate.
La costruzione di questi impianti sta anche generando dissidi ed attriti diplomatici tra le nazioni presenti nell’area. Dopo la fine del dominio coloniale francese, si cercò di creare in quell’area un organismo sovranazionale incaricato di decidere e vigilare sulle politiche di sfruttamento del fiume. Ma a causa dei conflitti che nei decenni passati sconvolsero l’area, la cooperazione non ebbe vita facile.

Nel 1995, quando le acque si calmarono, fu costituita la Commissione per il fiume Mekong (Mekong River Commission, MRC).
Un organismo depotenziato sin dall’inizio, in quanto non annoverava tra le nazioni aderenti la Cina, proprio lo Stato in cui il fiume scorre per un quarto della sua lunghezza proprio nella sua parte iniziale.
In tal modo Pechino si è sentita libera di mettere in pratica a sua completa discrezione i progetti idroelettrici funzionali al suo sviluppo industriale, senza sentirsi in obbligo di consultare i paesi con cui condivide la preziosa risorsa.
Le decisioni prese arbitrariamente dalla Cina hanno così innescato un effetto domino che ha coinvolto nella corsa all’idroelettrico anche gli Stati membri della MRC, scardinando lo spirito iniziale improntato alla cooperazione e l’unanimità.
Sta di fatto che anche Paesi poveri e scarsamente industrializzati come Laos, Cambogia e Birmania stanno per realizzare dighe e centrali idroelettriche per supplire al proprio gap energetico e per risollevare le sorti delle loro economie con la produzione e la vendita di energia elettrica.

A rimanere stritolati tra queste beghe tra Stati alla fine sono la fauna fluviale, l’agricoltura e le popolazioni dedite alla pesca, l’allevamento e alla coltivazione che vivono lungo il corso del fiume.

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