L’occhio del lupo sui pascoli senesi: allevatori in rivolta

Esistono animali di serie A ed animali di serie B. Almeno è così che la vedono alla Regione Toscana dove per la salvaguardia del lupo sono stati già spesi oltre 800.000 euro. Non un centesimo, in compenso, è stato investito per la protezione degli allevamenti di bestiame – oramai decimati – ancora presenti sul territorio toscano. Nessuna pietà, quindi, per vitelli ed agnellini, pecore e chianine.

Aprile 2015. A San Casciano dei Bagni, un piccolo borgo in provincia di Siena, nota località termale, sembra di essere tornati un paio secoli indietro. A due passi dal Monte Cetona, dove la miglior sinistra radical chic ama nascondersi per trascorrere un tranquillo weekend. A pochi chilometri da quella che fu la roccaforte di Bettino Craxi-Ghino di Tacco, Radicofani. Ad un “tiro di schioppo” da quella Sinalunga che ha dato i natali alla Presidente del Patito Democratico, Rosy Bindi.

In Toscana, insomma, esiste un problema che non sembra di questo millennio: il lupo. Sì, perché capita che qui, dove l’Italia degli agricoltori, dei viticoltori e degli allevatori non si è arresa, ci si metta una Madre Natura un po’ matrigna (aiutata come sempre dall’uomo) a tentare di spazzare via i sacrifici di generazioni di lavoratori.

Sono anni che i titolari dell’Azienda Agricola Fratelli Mori, che da sempre lavorano in questo fazzoletto di terra toscana al confine con l’Umbria, denunciano una situazione diventata oramai insostenibile. I lupi, reintrodotti nell’ecosistema toscano da almeno un decennio, hanno trovato nella provincia senese il perfetto habitat per proliferare senza alcun limite o controllo. Facendo, è il caso di dirlo, “carne di porco”, mietendo centinaia di vittime fra il bestiame dei piccoli e grandi allevatori locali.

L’ultimo episodio si è verificato all’alba dello scorso sabato mattina, proprio in un pascolo dell’azienda dei Fratelli Mori, fra San Casciano e la frazione di Palazzone, in località Galgano. Un cercatore di funghi si è trovato difronte ad una scena che, per quanto possa rientrare nel naturale ordine delle cose, ha comunque dell’agghiacciante. Un branco di lupi, quattro per essere precisi, stava finendo di mangiarsi viva una mucca chianina con il suo vitellino appena partorito. L’uomo avrebbe subito tentato di mettere in fuga gli animali. Tre di loro, spaventati, si sarebbero allontanati. Il capo branco, protervo, gli si è però rivoltato contro. A quel punto, il malcapitato cercatore di funghi si è allontanato, dando l’allarme.

Ai fratelli Mori, negli ultimi due anni, i lupi hanno letteralmente divorato oltre settanta pecore, nonostante i cani da pastore che facevano la guardia al gregge, e svariate chianine. Anche in pieno giorno. Capi di bestiame che, ovviamente, hanno un valore intrinseco ed un notevole costo per il mantenimento. Gli allevatori avrebbero teoricamente diritto ad un congruo risarcimento: fino al 2014, infatti, era previsto un indennizzo di 250 euro per un vitello. Peccato che un capo del genere ne costi almeno il doppio. Adesso la cosa potrebbe anche peggiorare visto che i risarcimenti saranno gestiti da Agea, l’agenzia per le erogazioni in agricoltura, una controllata del Ministero. Così si ritrovano costantemente a combattere contro la burocrazia di uno Stato che sembra avergli voltato le spalle e che però non si fa problemi a spendere quasi un milione di euro per salvaguardare i lupi.

Questi predatori, diventati sempre più numerosi, non si limitano più esclusivamente agli attacchi nei pascoli, situati nei boschi. Oramai, affamati e sfrontati, arrivano anche in paese “servendosi” delle pecore ricoverate negli ovili. È successo anche questo a Stabbiano di sotto, frazione del paesino di Palazzone, a poco più di 10 chilometri dal casello della A1 di Fabro.

Gli allevatori di San Casciano e dintorni si dicono oramai esasperati. “Avremmo una trentina di capi da portare al pascolo ora che è primavera –si sfoga Alberto Mori, uno dei titolari dell’Azienda Agricola – ma se la situazione è questa, ci troviamo costretti a tenerci gli animali chiusi nelle stalle. E se le cose non cambiano, dovremo proprio rinunciare all’attività”.

Aveva dato scandalo la proposta, provocatoria, avanzata un paio di estati fa da Mario Mori, fratello maggiore di Alberto, che aveva messo una taglia di 1.000 euro su ogni lupo (vivo o morto), visto che gli animali avevano appena sterminato il gregge di pecore dell’azienda.

Subito erano insorti animalisti e benpensanti che si erano immediatamente scagliati contro una proposta considerata totalmente irragionevole.
Oggi, dopo l’ennesimo attacco ai propri capi di bestiame, i fratelli Mori ribadiscono un concetto importante. La loro ostilità non è rivolta ai lupi che, ovviamente, non hanno alcuna colpa. Ma ai rappresentanti della Regione Toscana che, scientemente, decidono di schierarsi contro gli allevatori, rimasti soli a proteggere le loro attività.

Quelli della provincia di Siena, a differenza della maggior parte degli animali avvistati (ed anche uccisi) in Maremma, sono lupi a tutti gli effetti. Non ibridi. I branchi sono quindi formati da lupi di razza pura, non incrociati con i cani selvatici. Cosa che, di per sé, li rende meno pericolosi per l’uomo (che infatti non viene attaccato), ma letali per gli indifesi capi di bestiame, che diventano loro facile preda.

Varrebbe la pena rivolgere una domanda agli animalisti che, siamo sicuri, anche questa volta scenderanno in campo a spada tratta per difendere il predatore anziché le sue vittime. Che differenza c’è fra gli agnellini da proteggere con imponenti campagne di sensibilizzazione quando la Pasqua si fa imminente e quelli che vengono sistematicamente divorati dai lupi?

 

Articoli correlati

Top