Liberazione: 70 anni di un 25 aprile senza pace

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La festa del 25 aprile continua a dividere e neanche nell’anniversario dei suoi 70 anni riesce a infondere un sentimento unitario.

Prima che tra gli italiani in generale, la spaccatura è presente in particolare tra le anime che fino ad oggi hanno animato le manifestazioni del 25 aprile. Questa volta l’Anpi ha addirittura preferito rifiutare di organizzare il classico corteo per scongiurare gli scontri tra militanti filopalestinesi e esponenti della comunità ebraica avvenuti un anno fa. Ogni 25 aprile, dunque, scoppia una polemica: quest’anno, poi, l’invito dei partigiani a Montecitorio con l’esecuzione di Bella Ciao lo scorso 16 aprile ha portato alle scellerate dichiarazioni della presidente della Camera Laura Boldrini sulla rimozione della scritta Mussolini – Dux dall’obelisco del Foro Italico. Nella cerimonia alla Camera dei Deputati è stato compiuto un altro passo indietro rispetto al segnale di pacificazione nazionale che arrivò nel 1996 con il discorso d’insediamento dell’allora presidente della Camera dei Deputati, Luciano Violante, proveniente addirittura dal Pci.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, infatti, non ha esitato a sollevare nuovamente il pericolo di “possibili equiparazioni tra i due campi in conflitto” – partigiani e repubblichini – da tenere ben separati. Non si capisce allora in che modo “la ricerca storica sul tema debba continuamente svilupparsi” secondo le parole dello stesso Capo dello Stato. “La Resistenza – ha proseguito Mattarella – prima che fatto politico, fu una rivolta morale”. Di diverso avviso è lo storico Gianni Oliva che solleva più di un dubbio col suo intervento apparso sul Fatto Quotidiano. “Un esempio per tutti di cattiva memoria: nel 1931 Mussolini obbligò i professori universitari a giurare fedeltà al fascismo. Ancora oggi i nostri manuali scolastici – sottolinea Oliva – ricordano i 12 docenti che hanno avuto il coraggio di dire no, esempi nobili di coerenza civica e moralità. Bisognerebbe però ricordare che i professori universitari in quell’anno erano 1848. Cos’hanno fatto gli altri 1836?”. La guerra di pochi partigiani, secondo Oliva, è stata usata da molti: “nel 1945 l’Italia ha voluto immaginarsi un paese vincitore e per farlo ha utilizzato l’unico aspetto che ci metteva dalla “parte giusta” (la lotta partigiana, appunto) dilatandone dimensioni e significato. I combattenti antifascisti sono stati una parte minoritaria numericamente e territorialmente”.

In questo modo, trasformando la Resistenza in una guerra di popolo, si sono addossate tutte le colpe esclusivamente a Mussolini e al Re, salvando un’intera classe dirigente “con una verginità politica rifatta”. Quei 1836 docenti universitari che giurarono fedeltà al fascismo sono solo un esempio di come le cose andarono in maniera molto diversa.

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