Zeman: una carriera a fasi alterne, poca difesa e sempre all’attacco

Zdenek Zeman
Zdenek Zeman

Intransigenza, meticolosità e sincerità: a lungo andare i pregi di Zeman, non compresi dal mondo del calcio, si sono rivelati anche i suoi difetti.

Il patron Tommaso Giulini lo aveva voluto alla guida del Cagliari per il primo anno della sua presidenza dopo l’era Cellino. Per nulla intimorito dall’ultima esperienza non proprio esaltante di Zdenek Zeman sulla panchina della Roma nel campionato 2012/2013, Giulini si sarebbe ricreduto dopo pochi mesi esonerandolo, per poi richiamarlo dopo che il suo sostituto Gianfranco Zola non aveva saputo fare di meglio.
Ma a quel punto, dopo poche giornate, è stato il tecnico boemo a rassegnare le sue dimissioni, irrevocabili. La squadra non lo seguiva più, né tatticamente né atleticamente, e per uno come Zeman ciò equivaleva ad un tradimento.
Per un tecnico come lui, che non ha mai fatto un passo indietro nell’applicazione del suo credo, l’ammutinamento dei suoi giocatori, oltre che un fatto insolito, aveva il sapore di un’intollerabile schiaffo.

E sì perché Zeman, dal suo arrivo in Italia avvenuto alla fine degli anni ’60 a causa dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia, ha sempre applicato la sua filosofia offensivista in tutti i contesti in cui è stato chiamato ad allenare, dalle squadre minori siciliane fino ai palcoscenici della serie A.
Con il suo 4-3-3 ha introdotto in Italia un’idea di calcio totalmente nuova supportata però da valori antichi come sacrificio, impegno, dedizione, che si concretizzano nei duri allenamenti e nelle preparazioni atletiche nei ritiri estivi che cura personalmente, in quanto diplomato come preparatore atletico all’ISEF.
Il tutto per avere l’intensità giusta durante la partita della domenica con cui, anche se non dotati di una classe sopraffina, i suoi calciatori/operai dovrebbero prevalere come collettivo su squadre fatte di individualità.
Chi ha sperimentato i gradoni o le ripetute da 1000 metri lo sa, quanto Zeman tenga alla tenuta fisica, e si vede che queste prassi, a Cagliari, non sono state di gradimento della maggioranza della rosa.

Forse quella della squadra sarda è stata l’ultima esperienza di livello di Zeman, che alle porte dei settant’anni forse non conoscerà più presidenti disposti a commettere l’azzardo di affidargli una squadra.
Già nel 2012, lasciando il Pescara neopromosso in serie A per approdare alla Roma, aveva lasciato intendere di considerare quella che si accingeva ad affrontare una sorta di “ultima spiaggia” per una carriera che, eccezion fatta per alcune promozioni nelle serie minori, è stata avara di successi, praticamente nulli.
La critica maggiore che è stata rivolta a Zeman, infatti, è proprio quella di non aver vinto alcun titolo. Un appunto che lo ha sempre lasciato indifferente perché per lui, così concentrato sul bel gioco offensivo delle sue squadre, la vittoria rimane un obiettivo marginale.

Ma forse, se avesse fatto lo struzzo come tutti in quell’estate rovente del 1998, qualcosa l’avrebbe vinta. Nel bel mezzo dell’ascesa della sua carriera, infatti, durante il ritiro precampionato della Roma, avanzò il legittimo dubbio che in qualche squadra si facesse un illecito ricorso a quell’”aiutino” chiamato doping per arrivare ad una forma atletica eccellente senza fare troppa fatica.
“Vorrei che il calcio uscisse dalle farmacie e dagli uffici finanziari – disse – per rimanere soltanto sport e divertimento”. Ci aveva visto giusto, il tecnico boemo, ed il tempo (che si sa, è un gran galantuomo) gli avrebbe dato ragione pochi anni dopo anche per faccende analoghe (vedi Calciopoli).
All’epoca, invece, le sue esternazioni non vennero accettate, e finì col fare la fine (come disse durante un processo anni dopo) dello “scemo del villaggio”, il provocatore che parlava a vanvera.
Chi aveva capito la portata delle sue accuse, invece, se la legò al dito e gliela fece amaramente pagare, subito dopo essere stato “scaricato” da Franco Sensi.
il presidente della Roma, con cui Zeman era stato fino a quel momento in sintonia in merito alle critiche contro il “palazzo”, gli voltò le spalle quando comprese che il potere costituito del pallone gli si era ritorto contro durante una stagione costellata da torti arbitrali.
Beffa delle beffe, Zeman dovette far posto a Fabio Capello, un allenatore reputato più vincente ed accettato dai poteri forti, dopo aver declinato un’offerta arrivata da Barcellona per tener fede alla parola data a Franco Sensi per la stagione 1999-2000.

Questa coltellata alle spalle avrebbe inaugurato un decennio alla guida di squadre con poche pretese, alcune di categorie inferiori, altre estere.
Il tecnico che aveva incantato il calcio italiano prima al Foggia e poi alla Lazio ed alla Roma con il suo gioco pirotecnico e spumeggiante, all’improvviso non interessava più a nessuno. Il fatto è che probabilmente nessun presidente voleva avere a che fare con un personaggio che aveva osato denunciare una realtà, quella del doping, che si stava spostando dal ciclismo al calcio e che tutti conoscevano ma avevano paura di rivelare.
Poi, dopo un decennio di purgatorio, il ritorno alla vittoria e a ciò che a Zeman riesce meglio, la scoperta di giovani talenti. Dopo Signori, Nedved, Totti e tanti altri, nel Pescara ha lanciato Verratti, Insigne ed Immobile centrando una clamorosa promozione in A che mancava nella città adriatica da circa 20 anni.

La nuova Roma americana, a seguito del rilancio, lo riprese con sé, ma il ritorno di Zeman non finì con l’happy end che tutti si aspettavano.
Evidentemente l’intransigenza di Zeman non aveva incontrato il favore di tutti (si narra che Lamela si assentasse periodicamente per vomitare, poco abituato com’era ai gradoni ed alle ripetute zemaniane), e anche se con il passare del tempo il tecnico boemo abbia smussato la rigida osservanza del suo credo, le falle del suo impianto di gioco avevano fatto propendere per la decisione dell’esonero una società disposta evidentemente solo a parole alla sperimentazione ma non all’attesa ed alla fiducia, merci rare nel calcio moderno così schiavo del risultato.

Nulla di più distante dalla sue convinzioni, sorrette da meticolosità, silenzi, un rigore etico non comune, abbinati a singolari atteggiamenti quali il ritenere i derby partite qualsiasi (nella fattispecie quello di Roma, riuscendone a perdere quattro di fila, due in campionato e due in coppa Italia, il primo anno con la squadra giallorossa), tralasciare la fase difensiva (tuttavia sempre più curata nel corso degli ultimi anni) oppure proporre a tifosi e media sempre la stessa maschera fatta di pochi sorrisi ed ancor meno parole, per giunta caustiche e poco filtrate da un mero calcolo di convenienza.

Nonostante ciò è opinione di molti che Zeman, nel suo piccolo, assieme ad una piccola pattuglia di allenatori abbia cambiato inesorabilmente il calcio italiano.
E spesso chi è artefice di una rivoluzione segue un destino prestabilito, quello di attirare su di sé odio o amore, a dosi variabili.
Il tecnico boemo non ha fatto eccezione a questa regola, amplificandola con la crociata da lui intrapresa per un calcio a viso aperto, spettacolare, pulito ed onesto.
Paradossalmente è stata proprio la tensione verso la bellezza e la giustizia che non lo ha fatto entrare a pieno titolo nella schiera dei traghettatori verso il calcio moderno come Arrigo Sacchi, Nils Liedholm, Sven Goran Eriksson.
Fosse stato più convenzionale, staremmo qui a parlare di un’altra carriera. Ed invece ancora ci si divide tra chi lo reputa un incapace, un bluff e chi invece lo ritiene un innovatore visionario.

Pareri contrastanti infiammati ancor di più dalle sue dichiarazioni nella fatidica estate del ’98, quando puntò il dito sul sospetto e repentino sviluppo muscolare degli juventini Vialli e Del Piero a suo dire, come scritto, possibili solo con l’assunzione di sostanze dopanti. Da quel momento Zeman sarebbe stato ricordato solo in quest’ottica, ed i suoi piccoli miracoli alla guida delle cosiddette “provinciali” come Licata, Pescara e Foggia, come anche i buoni risultati raggiunti in serie A con le squadre della Capitale, sarebbero passati in secondo piano dopo l’estate/spartiacque della sua carriera.

Nessuno lo dirà mai apertamente, ma un po’ tutti hanno attinto a piene mani dall’esperienza zemaniana fatta di verticalizzazioni inaspettate, pressing esasperato, ripartenze fulminee ed intensità. Come nessuno ha mai lanciato così tanti giovani e giocatori fino a poco tempo prima sconosciuti, facendoli giocare in altri ruoli a loro più congeniali e facendoli esplodere una volta arrivati nel calcio che conta.
La predilezione per gli atleti che possiedono le caratteristiche adatte al suo gioco ha fatto sì che fossero preferiti a giocatori già sbocciati ed affermati. Una manna dal cielo per presidenti come Casillo, che smantellò il Foggia dei miracoli vendendo i suoi pezzi pregiati per poi allestire una squadra di autentici “Carneadi” che Zeman seppe valorizzare al meglio.

Lo stesso gioco di prestigio che non è avvenuto quest’anno con il Cagliari di Giulini, artefice di una campagna acquisti non propriamente rafforzativa che ha sortito gli effetti che tutti possiamo osservare, e cioè una squadra ad un passo dalla serie B ed un tecnico probabilmente al capolinea della sua quarantennale carriera fatta di sigarette, dichiarazioni sacrosante ed amore spassionato per il calcio.

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