Omicidio Ramelli: gli smemorati de L’Espresso e le Hazet36, 40 anni dopo

sergio ramelli 40 anni

È un giornalismo patetico quello del gruppo editoriale L’Espresso: prima nasconde il processo in cui è coinvolto il padrone Carlo De Benedetti, poi non si fa scrupoli ad infangare la memoria di Sergio Ramelli, giovane militante del Movimento Sociale Italiano ucciso a colpi di chiave inglese (qualcuno ricorda i cori “Hazet 36: fascista dove sei?”?!) da militanti di Avanguardia Operaia esattamente 40 anni fa.

Sergio Ramelli era un attivista del Fronte della Gioventù aggredito vigliaccamente sotto casa: un assalto pianificato, come studiati furono i colpi sulla sua testa inferti con le chiavi inglesi da giovani studenti di medicina che quindi sapevano benissimo dove stavano colpendo.

Sergio Ramelli rimase in coma per 47 giorni: al tredicesimo subentrò una “polmonite massiva bilaterale”. La famiglia Ramelli si lamentò della presenza di una cellula di Avanguardia Operaia tra i paramedici dell’ospedale che lasciava volutamente le finestre della stanza in cui il giovane era ricoverato per esporlo al freddo della notte. Il militante del Msi morì il 29 aprile all’età di 18 anni.

Ovviamente L’Espresso, con il suo articolo, non racconta neanche di sfuggita le terribili dinamiche che hanno portato alla morte di Sergio Ramelli: il “giornalista militante”  ha solamente l’interesse di infangare la memoria del giovane missino ucciso a colpi di chiavi inglesi. Il meccanismo è sempre il solito: fare un miscuglio di ricostruzioni campate in aria, collegando date e ricorrenze tra loro (20 aprile, compleanno di Hitler con la Resistenza e il 25 aprile) e tessendo la trama per chissà quale pericolo nazi-fasci-insurrezionale. La scelta delle parole poi è sempre la stessa: l’aggettivo “nero”, ad esempio, incalza ogni decina di parole e anche il lettore più sprovveduto sente puzza di bruciato. Soprattutto quando il tradizionale corteo che si svolge a Milano per ricordare Sergio Ramelli viene descritto come “una fede da esibire diventata una lugubre parata in stile Norimberga”.

Proprio ieri, su L’Intraprendente, sono apparse le dichiarazioni di Antonio Belpiede, oggi primario di Ginecologia presso l’ospedale di Barletta in Puglia, tra i condannati per l’omicidio Ramelli: «Io ero ancora in carcere mentre gli altri, i veri responsabili della morte di Ramelli, tra preparatori, pali ed esecutori materiali, erano già fuori. Alcuni di questi poi (Castelli, Montinari, Colosio, Scazza e Cavallari, ndr) spedirono dodici anni dopo una lettera alla mamma di Ramelli, Anita, chiedendo perdono. Ma sono sicuro che non lo avrebbero mai fatto, se non fossero stati individuati e arrestati con l’accusa di aver partecipato all’omicidio di Sergio». Su un eventuale pentimento circa la sua militanza in Avanguardia Operaia, Belpiede risponde che, in fondo, «eravamo ragazzi che volevano cambiare il mondo, giovani che sognavano un mondo migliore. Ci lasciavamo sedurre da tanti cattivi maestri, dirigenti dei movimenti della sinistra extraparlamentare, che lanciavano il sasso e poi, a fatti avvenuti, ritiravano la mano. Molti di loro, testimoniando al processo Ramelli, fecero finta di non c’entrare niente: gli organizzatori dell’assalto sparirono e non si conobbero mai i veri mandanti della spedizione punitiva».

Per infangare la memoria del militante di destra, poi, L’Espresso prova vergognosamente a lanciare una tesi: qualche mese prima della morte Sergio Ramelli avrebbe preso parte a una manifestazione poi sfociata negli scontri contro la Polizia. Quindi era un sovversivo. Quindi è giusto che i guardiani del sistema di Avanguardia Operaia lo abbiano ucciso. L’autore dello squallido articolo prende in prestito questa tesi dall’”Osservatorio sulle nuove destre”, una sorta di questura parallela che ricorda i nefasti tempi degli anni ’70, gli anni delle schedature che i militanti di estrema sinistra facevano, catalogando i ragazzi di destra per poi aggredirli sotto casa. Proprio come successo con Sergio Ramelli. Non solo: nell’articolo vengono utilizzate le foto apparse il 18 aprile 1973 sul quotidiano «Lotta continua» pubblicate pochi giorni dopo l’uccisione dell’agente di polizia Antonio Marino.

Ma – udite, udite – le foto sono state digitalizzate dalla Fondazione Erri De Luca, ex capo del servizio d’ordine di Lotta Continua, l’intellettuale che in una memorabile intervista sull’allora Magazine del Corriere della Sera, alla richiesta di chiarire i retroscena dell’omicidio del commissario Calabresi, rispondeva seccato: “Vi diremo la verità, quando ci restituirete i corpi di Sofri e Bompressi”. E alla successiva domanda, “Tu lo sai chi ha ammazzato Calabresi?”, replicava: “Preferisco non risponderti. Non mi sento libero di parlare di questo”. Come abbiamo già sottolineato, Sofri è libero da anni (e anche lui moraleggia sulle pagine di Repubblica) ma Erri De Luca ancora non ha mantenuto la promessa sui retroscena promessi. Eccola qui l’intellighenzia di sinistra, che scrive di cultura fomentando l’odio civile e politico: Erri De Luca ha una fondazione; Claudio Scazza, uno degli aggressori di Sergio Ramelli, è diventato primario all’ospedale Niguarda di Milano.

Mentre il padrone dell’Espresso può contare sulla scuderia di giornalisti, pronti ad infangare la memoria di giovani militanti di destra e a nascondere i processi nei quali è coinvolto.

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