Il Corsera, tra Fontana e Vercesi: vietato parlare del terrorista Feltrinelli

Giangiacomo Feltrinelli e Fidel Castro

La surreale intervista di Pier Luigi Vercesi a Carlo Feltrinelli, sulla rivista Sette (supplemento a quello che dovrebbe essere il più importante quotidiano italiano, Il Corriere della Sera) lascia sconcertati, soprattutto se si hanno più di cinquant’anni o, quantomeno, si è letto un libro di storia (possibilmente di un altro editore).

Al giovane che legge l’intervista al figlio del fondatore dell’omonima casa editrice e non ha memoria storica di chi sia e cosa abbia fatto Giangiacomo Feltrinelli può venire il dubbio che quello che fu il rampollo di una delle più ricche famiglie italiane sia morto di vecchiaia dopo una vita da imprenditore e mecenate.

E invece no. Qualora il Corriere della Sera, il suo neo direttore Luciano Fontana e Vercesi soffrissero di una fastidiosa amnesia selettiva corriamo noi in soccorso ricordando che il fondatore della Feltrinelli – ma anche dei Gap, i Gruppi d’Azione Partigiana, una delle prime organizzazioni armate di sinistra durante gli anni di piombo –  morì il 14 marzo 1972 dilaniato da un’esplosione, ai piedi di un traliccio dell’Enel a Segrate, nelle vicinanze di Milano, sul quale si era arrampicato per collocare una carica esplosiva e provocare un black out a Milano.

Nel capoluogo milanese, infatti,  era in corso un congresso del Pci, che lui finanziava lautamente, ma che stava diventando troppo “morbido” nei confronti degli “evidenti preparativi di un colpo di Stato fascista in Italia”. Dunque, Giangiacomo Feltrinelli era un miliardario comunista, partigiano, amico di Fidel Castro e quel giorno cadde vittima di se stesso.

Ma non bisogna dirlo, meglio tacere. Tant’è che in quattro pagine di botta e risposta, foto e box di approfondimento, si è riusciti a parlare di Feltrinelli senior almeno una decina di volte senza mai, mai, far riferimento al suo passato da “editore bombarolo”: «Mio padre è stato tante cose, ha vissuto tante vite in una. È stato un imprenditore, innanzitutto, è stato una figura politica, è stato un mecenate […] Viveva una complessità immensa».

Neanche una parola nemmeno sul fatto che fu sempre Giangiacomo Feltrinelli a fornire la pistola, registrata a suo nome, che fu utilizzata per uccidere nel 1971 Roberto Quintanilla, console ed ex capo della polizia boliviano, accusato di essere responsabile della cattura e dell’uccisione di Che Guevara e, per tanto, condannato a morte da Feltrinelli & Co.

Nemmeno una riga sui contatti con Renato Curcio e Alberto Franceschini, che in seguito furono i fondatori delle Brigate Rosse.

Niente. Quella storia va dimenticata. Come ha scritto il giornalista Enrico Deaglio «dal momento che sono passati quarant’anni […] questa storia – Giangiacomo Feltrinelli, il traliccio di Segrate, Che Guevara, piazza Fontana – appartiene a un’Italia che non c’è più e che, forse anche giustamente, non viene più raccontata ai figli e ai nipoti. Per cui prendetela come un racconto fantastico, una specie di fiaba».

E il valore della “memoria” tanto caro ai partigiani? Quanti anni sono passati dalla “Resistenza”? La prescrizione storica vale solo per la sinistra?

 

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