Intervista a Simone Nastasi, autore de “Il caso Speziale, cronaca di un errore giudiziario”

I dubbi sulla condanna di Antonino Speziale

Dopo la maglietta indossata dal tifoso del Napoli, con scritto SPEZIALE LIBERO si è tornato a parlare dell’omicidio Raciti. Alla domanda “chi è Speziale?” subito è arrivata la sentenza da ogni mezzo di comunicazione “l’assassino di Raciti”, il poliziotto deceduto durante gli scontri nel derby Catania-Palermo nel 2007. Per l’uccisione di Raciti, sono stati condannati per omicidio preterintenzionale con una sentenza passata in giudicato Antonino Speziale (otto anni) e Daniele Micale (11 anni).

Simone Nastasi, ha scritto il libro “Il caso Speziale, cronaca di un errore giudiziario”, pubblicato dalla casa editrice Bonfirraro nel settembre 2013.

Perché lo definisci “errore giudiziario”?

Vorrei anzitutto esprimere il massimo rispetto per chi è morto svolgendo il proprio mestiere e spero che il mio libro possa contribuire a far luce sull’omicidio di Raciti. Nell’introduzione del libro, infatti, cerco di capire se la verità storica e quella giudiziaria coincidano e mi chiedo se possa parlarsi, appunto, di errore giudiziario. Eppure, vorrei sottolineare un altro aspetto.

Che cosa ti ha colpito?

Si torna a parlare di Speziale in un quadro che esula dal processo, solo per la maglietta indossata dal tifoso del Napoli. Se si vuole parlare di Speziale, lo si dovrebbe fare sempre o quantomeno farlo essendo aggiornati. Occorre, infatti, evidenziare che a febbraio la Cassazione ha ordinato alla corte di appello di Messina di rivedere il caso, annullando il rigetto dell’istanza di revisione del processo.

Da cosa nasce il dubbio che vuole sollevare il libro, in merito all’errore giudiziario?

Nasce dalla volontà di raccontare una vicenda processuale e di condividere con i lettori gli atti giudiziari che non erano mai stati pubblicati.

Una vicenda giudiziaria che ha molte ombre, ma che è nata male dall’inizio, giusto?

I dubbi più importanti nascono da alcuni fatti accaduti nella fase preliminare del processo. Dalle due dichiarazioni messe a verbale dall’autista della jeep Discovery della Polizia emerge che, in seguito alla retromarcia effettuata, ha avvertito un forte urto e di aver visto l’ispettore alla sua sinistra portarsi le mani le mani alla testa. Questa versione verrà poi modificata in fase processuale. Inoltre, altri dubbi nascono sia dalla perizia dei Ris, ordinata dal Gip, in cui venne ricostruita la dinamica dei fatti: i Carabinieri stabilirono che il sottolavello non poteva essere l’arma del delitto. Sempre i Ris, inoltre, come riportato in un articolo de L’Espresso del 2007, hanno rinvenuto tracce di vernice azzurra sugli anfibi e la maschera, che potrebbero essere, appunto del Discovery. Va inoltre ricordato che, in seguito alla perizia dei Ris, viene scarcerato lo Speziale. Infine, ci sono state poi le due sentenze della Cassazione del 2008 che annullarono l’ordinanza di custodia cautelare. E’ vero inoltre, e va detto per ragioni di completezza, che in fase di appello la perizia dei Ris venne contestata da un’altra perizia richiesta dai magistrati ed eseguita dalla Polizia Scientifica. Le contestazioni della Polizia che vennero formulate verso il lavoro dei tecnici dell’Arma, riguardarono soprattutto il metodo seguito dai Ris e non il merito. In sostanza venne criticata la forma e non il contenuto della perizia. Questo però bastò evidentemente ai magistrati per sentenziare la colpevolezza di Speziale.

Cos’altro c’è che non quadra in questa vicenda?

Il 28 novembre 2012 è stato condannato Antonino Speziale ad 8 anni, per omicidio preterintenzionale. Secondo la quinta sezione penale della Cassazione, Speziale non doveva neppure essere arrestato. Tra l’altro, in un articolo de La Repubblica, i legali di Speziale contestavano “la presunta identificazione di Speziale, che non corrisponde alle indicazioni fornite da Raciti prima di morire”. Un’ultima ambiguità riguarda il fatto che chi ha concorso all’omicidio, ovvero Daniele Micale, condannato a 11 anni, ha subito una condanna maggiore di chi ha commesso l’omicidio.

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