Emergenza sbarchi: Italia sempre più sola. Lezione dall’Australia

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Sull’emergenza sbarchi l’Europa sembra svegliarsi da un lato, e voler tornare a dormire dall’altro: se è stata autorizzata la missione navale per affondare le imbarcazioni dei trafficanti, ci sono paesi europei che tentano di scaricare sull’Italia la gestione dei migranti. Ma la soluzione sembra arrivare dall’Australia.

Occorre ammetterlo: Francia, Spagna e Ungheria mettono davanti a tutto l’interesse nazionale e oppongono alle decisioni calate dal mostro burocratico di Bruxelles, un sacrosanto “nel nostro paese decidiamo noi”. Lo stesso interesse a difendere il proprio territorio lo avanza il governo di Tobruk – riconosciuto dalla comunità internazionale tranne che la Turchia – che non rilascia il via libera alle operazioni navali (autorizzate perfino dall’Onu) per la distruzione delle imbarcazioni nelle acque territoriali libiche.

Peccato che a rimetterci, causa la conformazione geografica, siano le nostre coste e così l’Italia che potrebbe svolgere il nobile ruolo di “mamma accogliente e calorosa”, si trova a recitare la parte di un ostello decadente che non riesce a soddisfare le richieste dei suoi figli, figuriamoci di chi arriva. Da una parte i migranti che arrivano dalle coste nordafricane; dall’altra le frontiere sbarrate dei paesi confinanti.

Non solo: quei clandestini che, transitando per l’Italia, riescono ad arrivare a Parigi, vengono rispediti a Milano o a Venezia, ovvero da dove sono partiti. A guadagnarci invece sono le solite organizzazioni umanitarie, molto più “profit” che “no profit”, e lo scandalo di Mafia Capitale è solo una delle drammatiche conferme.

Come abbiamo documentato, infatti, la Gendarmerie francese rimanda indietro gli immigrati per il pericolo di terrorismo, con la convinzione che tra i nuovi arrivati si siano infiltrati potenziali fondamentalisti. Solo nel nostro Paese, complice un clima di perbenismo e di tolleranza a tutti i costi, respingere gli sbarchi o provare addirittura a prevenirli appare un atto criminale, preferendo accogliere senza riflettere i profughi, anche se profughi non sono e anche se “dalle guerre del loro paese” non scappano affatto. Si preferisce ospitare i migranti, non importa se possono rappresentare un potenziale pericolo per la nostra sicurezza. E non importa neanche se poi finiscono a fare qualche lavoro sottopagato, finendo in uno stato di schiavitù. La scusa del “fanno i lavori che gli italiani non fanno più” ormai è scaduta e anche il più sprovveduto degli osservatori ha capito che con gli stipendi da fame che ricevono un italiano non può certo vivere, mentre i nuovi schiavi si riducono ad abitare stipati in 20 o 30 per appartamento, ingrossando le tasche di qualche facoltoso proprietario immobiliare.

A chiudere le porte, però, non sono solo paesi bagnati solo in parte dal mare attraversato dai migranti, come Francia o Spagna. Anche l’Australia, immersa tra l’Oceano Indiano e il Pacifico, è colpita dalla stessa emergenza sbarchi che coinvolge l’Italia. La reazione annunciata dal premier Tony Abbott non lascia spazio a ipocriti umanitarismi: “Francamente la sola via per bloccare il traffico di queste barche è essere pronti a farle tornare indietro. È stato fatto e si è rivelato un sistema sicuro. Bisogna sempre trattare la gente con decenza e umanità, ma se non si fermano questi barconi non possiamo fermare la causa delle morti”.

Ora speriamo che la lezioni arrivi in Italia e a Bruxelles.

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