Ricordare per non dimenticare

Non è mai facile raccontare Giovanni Falcone, anche per chi come me ha avuto l’onore di conoscerlo, il privilegio di averlo tra i propri maestri e di lavorarci insieme.

Troppo grande l’uomo, prima ancora che il magistrato, per riassumere in poche righe quello che è stato, quello che ha rappresentato, gli insegnamenti che ci ha lasciato. Ma l’unico modo per non dimenticare è ricordare, tramandare ai giovani quello che figure straordinarie come lui, come Paolo Borsellino e come tanti altri caduti nella lotta alla mafia ci hanno trasmesso, e cioè un inestimabile patrimonio fatto di coraggio, di dedizione, di geniali intuizioni, di lezioni di vita. Un’eredità spirituale, professionale e umana che non può e non deve essere mai dispersa.

E’ il dovere della memoria: ricordare per non dimenticare. Ricordare quel 23 maggio 1992, la strage di Capaci in cui con Falcone morirono la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro. Ricordare, fuori dalla retorica e dalle commemorazioni fini a se stesse, la dedizione assoluta a una missione, quella di sconfiggere la mafia e costruire un’Italia migliore, a costo anche di sacrificare la propria vita. Ricordare attuando davvero quello che Falcone ci ha insegnato, perché nell’anniversario della morte tutti lo piangono ma poi i suoi insegnamenti e i suoi moniti a cercare la verità, a vigilare sulle collusioni tra affari, politica e criminalità organizzata, vengono sistematicamente dimenticati. Ricordare per impedire la rimozione e l’oblio.

Di Giovanni Falcone, del suo straordinario valore, del suo innovativo metodo d’indagine, ma anche dell’ostracismo a cui fu condannato da parte della politica e della stessa magistratura, si è già detto praticamente tutto. Lo ha fatto meglio di ogni altro Paolo Borsellino, che ne fu il migliore amico, nelle poche settimane prima della strage di via D’Amelio. Io ho avuto la fortuna di conoscere entrambi. La fortuna di essere il primo uditore giudiziario, come si diceva all’epoca, assegnato in tirocinio professionale con Giovanni Falcone. Ricordo la prima volta che mi vide: non era stato informato del fatto che gli era stato assegnato un uditore giudiziario di prima nomina, per cui il mio arrivo, un po’ un intruso nell’aula bunker, gli creò un momento si smarrimento. Da lì nacque poi un rapporto fatto di scambio di idee e di vedute, di apprendimento da parte mia, ma anche di confidenza e di condivisione, che è stato preziosissimo per me.

Negli anni che seguirono apparvero presto evidenti l’isolamento e la solitudine cui Falcone fu condannato, da tanti colleghi e da pezzi importanti dello Stato. Insieme a Borsellino e agli altri magistrati del pool stava combattendo con forza la mafia e stava vincendo, ma fu fermato prima del traguardo. Da chi? Non solo da Cosa Nostra. La strage di Capaci va inserita infatti in una strategia più ampia, che aveva come obiettivo non solo l’affermazione della mafia sul territorio ma anche un effetto politico-criminale. Dietro l’attentato c’erano finalità eversive rispetto al sistema politico-istituzionale del tempo, per costruire un nuovo equilibrio politico-criminale sul quale Cosa Nostra potesse gettare le basi per il proprio futuro.

E allora oltre al dovere della memoria abbiamo il dovere della verità. La verità sulla stagione delle stragi e della trattativa, la verità sulle “menti raffinatissime” di cui parlò lo stesso Falcone in occasione del fallito attentato dell’Addaura, quelle menti che lo volevano morto perché evidentemente dava troppo fastidio. Lo dobbiamo a Giovanni Falcone e a quanti come lui sono morti combattendo contro la mafia. E lo dobbiamo anche a quell’Italia del coraggio che si oppone all’Italia della paura, a quell’Italia che continua a chiedere verità e giustizia sulla stagione delle stragi e che non si lascia intimidire dall’altra Italia, quella del ricatto, del silenzio, dell’oblio. Memoria, verità, impegno: solo così onoreremo davvero il sacrificio dei nostri caduti. Lo disse per primo Paolo Borsellino, proprio ricordando Falcone: “Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera. Facendo il nostro dovere; rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici; rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia; testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia. Troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli; accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito; dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo”.

Impossibile trovare parole migliori!

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