Il sesso adolescenziale e la vergognosa speculazione dei media italiani

Dove sono finite l’etica professionale, l’obiettività e l’onestà intellettuale? E’ facile impressionare facendo leva sulla moralità, ma possibile che nessuno pensi alle conseguenze e alle ripercussioni? Sul fatto che il sesso venda più di qualunque altra cosa non c’è alcun dubbio. Quando poi si parla di sesso e giovanissimi il successo e la presa sul pubblico sono assicurati.

La scorsa settimana se ne è occupata (con scarsissimi risultati) la giornalista più esperta in inchieste riciclate: Beatrice Borromeo.  Il servizio Sex and the teens andato in onda giovedì scorso è l’emblema di quanto detto, oltre che un ottimo esempio di come non si fa un servizio giornalistico in generale. A maggior ragione un servizio televisivo. Per un’ora intera, la Borromeo ci ha propinato una serie di spezzoni di sue vecchie interviste a giovanissime ragazzine che raccontano il loro modo di approcciarsi al sesso. Ovviamente in un momento in cui il fenomeno è diventato un vero e proprio caso mediatico in seguito allo scandalo, scoppiato però dopo le interviste della Borromeo,  delle baby squillo dei Parioli (che siamo tutti ansiosi di ripercorrere nella prossima fiction Professione Lolita, prossimamente su Sky), propinare vecchio materiale è stata veramente un’idea geniale.

Senza alcun filo conduttore, senza alcuna narrativa sullo schermo si alternavano frasi e storie completamente diverse su una serie di tematiche slegate tra loro. Si parte da quattro amiche quindicenni che raccontano la loro vacanza a Mykonos e spiegano come lì sia normale avere rapporti alla luce del giorno e davanti a tutti. Le immagini si interrompono per dare spazio ai video sfocati e confusi girati con gli smartphone delle stesse. Che poi si interrompono nuovamente per raccontare la storia delle “baby-docce”, un fenomeno (secondo la Borromeo) molto diffuso nei licei italiani. Sostanzialmente, pare che i ragazzi con un messaggio su whatsapp si mettano d’accordo su quale bagno utilizzare e durante quale cambio d’ora vedersi per un rapporto, spesso a pagamento. Di nuovo taglio netto alle immagine per raccontare una nuova storia, poi un’altra, poi si ritorna alle ragazzine a Mykonos, poi di nuovo le baby docce, poi un’altra storia…e così via per un’ora.

Il “documentario” era un minestrone che univa baby prostituzione, la storia di un ragazzo gay autolesionista che preferisce farsi del male fisico piuttosto che indagare su quello psicologico dell’essere emarginato (tutti si stanno ancora chiedendo cosa c’entrasse),  confessioni di adulti clienti delle baby squillo, storie di diffusione di materiale pedopornografico che rovinano la vita dei giovanissimi protagonisti, i racconti dei “giochi alcolici più in voga nella capitale” e le storie delle “Camgirl” che si spogliano sul web per raggiungere la cifra necessaria a rifarsi il seno. Tutto insieme, senza un senso, una logica, né un perché.

La visione del “servizio” , anche se questo non è esattamente il termine adatto a definire la straordinaria fatica della Borromeo, lascia lo spettatore con una sola domanda in testa: “E quindi?” Si potrebbe stare qui ore a spiegare quanto di tecnicamente sbagliato ci fosse: che il numero delle interviste raccolte era molto limitato, che un’inchiesta va fatta seguendo un iter preciso, bisogna intervistare moltissime persone, fornire dei dati statistici oggettivi, bisogna spiegare il contesto e il luogo dei fatti narrati, bisogna parlare con degli esperti. Quando si fa un’inchiesta si ha il dovere di essere obiettivi, per quanto l’argomento possa essere delicato non va mai fatta la morale agli intervistati e soprattutto bisogna quantomeno tentare di fornire una soluzione.

E invece la Borromeo, con i jeans e gli occhiali da sole per ispirare fiducia nelle intervistate (che palesemente non si creano problemi di alcun tipo), nel frattempo fa la faccia da maestrina “choccata” e scandalizzata da quanto sta sentendo. E se non bastassero le sue espressioni (degne di quelle di Barbara d’Urso) ci si mette anche la sua voce fuori campo agghiacciante per i toni e le parole usate: “sono ferite che restano come marchi sul corpo, pesano come anni non ancora vissuti e ti cambiano il futuro”. E certo, perché questo vuol dire “non giudicare”.

Al di là degli errori tecnici del reportage, che sono comunque gravissimi quando si parla di un servizio mandato in onda in prima serata (con il ridicolo divieto della visione ad un pubblico di minori al di sotto dei 14 anni) e strapubblicizzato dal Fatto Quotidiano, una testata nazionale che ha dedicato due pagine all’evento, anche i contenuti sono del tutto discutibili.

In primo luogo qual è l’argomento del servizio? Se si parla di materiale pedopornografico o di prostituzione minorile è un conto, in quel caso bisogna fare delle indagini accurate e coinvolgere le istituzioni competenti perché si sta trattando di un reato penale. Ma se invece il tema è un generico “il sesso e i teenager”, e il fatto che al giorno d’oggi l’età in cui si approccia al sesso si è notevolmente ridotta, allora anche lì andrebbe fatta un’indagine sull’inibizione sociale prendendo un larghissimo campione di adolescenti e fornire i dati, non una generalizzazione e tantomeno un’opinione personale su quanto appreso.

Ma anche in questo caso la scelta del tema è comunque opinabile, perché si sa che la trasgressione esiste da quando esiste la civiltà e la morale. Ogni periodo storico fin dalla luce dei tempi ha avuto dei propri usi e costumi e parallelamente anche l’inosservanza degli stessi. Basti pensare che un tempo faceva scandalo il divorzio, faceva scandalo il tradimento, così come oggi ci scandalizziamo delle quattordicenni che si filmano durante un atto sessuale. Questo non significa assolutamente che sia un comportamento normale o giusto, né che vada giustificato in alcun modo, è senza dubbio un fenomeno allarmante ma è il tema di uno studio socio-psicologico accurato e fatto da esperti non di un’inchiesta giornalistica.

In secondo luogo, a chi si rivolge un documentario del genere? Cosa può pensare una madre alla vista di certe immagini e sentendo un certo tipo di dichiarazioni, quando non si fornisce nessuna soluzione? E d’altro canto, quali sono i pensieri che potrebbe fare una 15enne che non fa parte di quel mondo? Chissà cosa potrebbe mai pensare nel vedere un servizio in cui, con uno sottofondo musicale provocatorio da film americano, alcune coetanee si comportano come delle vere e proprie prostitute vantandosi della vita che fanno, più una serie di immagini girate con delle attrici per rendere il tutto ancora più scenografico.

Poi se un genitore sussulta e una figlia si incuriosisce, e potrebbe essere invogliata a saperne di più, nel frattempo un potenziale cliente/pedofilo impara per filo e per segno come approcciare le baby donne senza alcuna difficoltà. Si perché la Borromeo in uno spezzone del filmato si finge una sedicenne e sedicente adescatrice di uomini maturi che offre rapporti sessuali in cambio di un centinaio d’euro, spiegando nel dettaglio come e dove contattarsi e le varie modalità di approccio. Una guida con tanto di istruzioni per l’uso.

Se la giornalista aveva così tanto a cuore questa problematica, perché non le è venuto minimante in mente di andare a parlare con uno psicologo per capire i motivi di questo fenomeno? Se lo avesse fatto questo le avrebbe certamente spiegato che alla base di tutto ci sta un meccanismo chiamato modeling o rinforzo sociale. Questo consiste sostanzialmente nel fatto che il comportamento di un individuo si modifica in funzione del comportamento di un altro individuo, o di un gruppo di essi, che ha la funzione di modello. E questo è proprio ciò che accade nel caso specifico della ragazzina che spiega la moda delle “baby docce”. Lei dice “…nel mio gruppo eravamo sei o sette, erano tutte baby doccia. Non c’era nessuna che non l’aveva mai fatto, anche perché sennò non avrei cominciato neanche io”. E’ la storia più vecchia del mondo: per sentirsi accettati, per far parte di un gruppo, per non essere emarginati, si fa quello che fanno quelli che ci circondano e in questo, cara Beatrice Borromeo, non c’è niente di trasgressivo.

Se avesse parlato con uno psicologo gliel’avrebbe spiegato, se avesse intervistato un esperto forse le sarebbe venuto in mente di cercare anche un preside. Chiedergli, ed esempio, com’è possibile che in una scuola non ci sia nessuno che controlli cosa accade al cambio d’ora, com’è possibile che accadano certe cose mentre i ragazzi sono affidati alle istituzioni scolastiche dalle proprie famiglie. Se nella sua fantastica inchiesta si fosse rivolta anche a qualcuno al di sopra dei sedici anni forse insieme avrebbero potuto proporre una soluzione, ad esempio una maggior educazione sessuale e un maggior supporto psicologico nelle scuole, per dirne una.

Al di là della forma, al di là dei contenuti la cosa più grave di questo servizio è la totale mancanza di deontologia professionale e purtroppo il reportage Sex and the teens è solo la punta di un iceberg molto grande. Rientra in un certo modo di fare giornalismo che va assolutamente condannato perché contro il principio secondo cui: “il dovere più pregnante del giornalista e del diritto di cronaca è il dovere di verità”. E’ sempre più diffusa la tendenza a cavalcare l’onda di una notizia o di una tematica che ha presa facile sul pubblico, sfruttarla fino al midollo solo perché fa scandalo indipendentemente dalla veridicità delle informazioni. Non c’è niente di più riprovevole e di lontano dalla professione giornalistica che il fare leva sulla morale e sul biasimo di chi legge per fomentare, fortificare e diffondere pregiudizi. Fare del terrorismo psicologico tramite un’alterazione sistematica di dinamiche molto complesse (come quella trattata dalla Borromeo), fornire una visione parziale, discriminante e deviante (nel reportage sulla sessualità adolescenziale ad esempio sono state intervistate solo le ragazze e non c’è neanche bisogno di spiegare quanto questo sia maschilista e di cattivo gusto) è ciò che maggiormente si scontra con il principio di obiettività ed onestà intellettuale.

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