Il botta e risposta tra il papà di Speziale e la vedova Raciti

“Speziale libero”. Non è soltanto lo slogan sulla maglietta di “Genny a’ Carogna che gli è costato 5 anni di Daspo. Non è nemmeno la scritta che si trova su tutti i muri di Catania, né uno dei tanti striscioni esposti in quasi tutte le curve italiane. Ma è anche la scritta apparsa in Germania, nella curva sia del Bayern Monaco che del Borussia Dortmund, sabato pomeriggio durante le partite delle due squadre tedesche. Un messaggio di solidarietà verso un ragazzo condannato per l’omicidio dell’ispettore Raciti, il 2 febbraio del 2007 durante gli scontri nel derby Catania-Palermo. Una sentenza definitiva che però non ha convinto tutti. Molti sono i punti oscuri che hanno portato alla condanna dell’allora diciassettenne Antonino Speziale. Prime fra tutti le due dichiarazioni messe a verbale dall’autista della jeep “Discovery” della Polizia che, in seguito alla retromarcia effettuata quella sera, aveva avvertito un forte urto e di aver visto l’ispettore alla sua sinistra portarsi le mani le mani alla testa. Secondo poi, il fatto che nessun testimone abbia mai inchiodato Speziale. Pensare e sostenere che l’ultrà del Catania possa essere innocente non è reato.

Il primo ad essere convinto della non colpevolezza di Speziale è suo padre, Roberto, che ha querelato la vedova Raciti, Marisa Grasso, per aver definito suo figlio, con certezza, l’assassino di suo marito.

“Sentire la signora Raciti definire Antonino, un omicida venditore di morte, mi ha indotto a querelarla per diffamazione”, si legge sul “Tempo”, dove Roberto Speziale ha mandato una lettera. “Non mi sono mai azzardato a parlare di lei, né del povero ispettore Raciti. Non vedo perché, al contrario, lei debba nominare mio figlio quando sa, perché lo sanno tutti, che è innocente. Ma la giustizia italiana funziona così, ha voluto trovare un capro espiatorio”. Un padre distrutto che si ostina a voler cercare la verità, “quella vera”, a detta sua. Un padre che, se convinto che Speziale sia il colpevole, è il primo a sostenere che dovrebbe rimanere in carcere. “Sono disponibile ad un confronto con la donna e se si dovesse scoprire veramente che mio figlio è colpevole sarebbe giusto dargliene 30 di anni. Non solo 8 come quelli che ha preso. Un pò pochi per aver ucciso un poliziotto. Solo che la verità non è quella stabilita dal processo. Anche io, come la signora Raciti cerco giustizia e verità. Mio figlio è innocente e non capisco perché uno che indossa la maglietta ‘Speziale libero’ debba essere sottoposto a Daspo. Che c’è di male nel chiedere la liberazione di un ragazzo se lo si considera innocente? Per loro il caso è chiuso, per me no”.

Puntuale, sempre sul “Tempo”, è arrivata la replica di Marisa Grasso, pronta per la contro querela. “Fino ad oggi non lo avevo mai fatto , ma ora chiederò i danni. Ho saputo di essere stata querelata dal padre di Speziale, il ragazzo che ha ucciso mio marito. Sono delusa e amareggiata”, ha risposto la donna, sicura senza alcun dubbio che il tifoso catanese sia l’assassino del marito. “Lo ha stabilito la Cassazione, non io. Non so quale siano i motivi che hanno spinto l’uomo a querelarmi per aver definito il figlio un assassino. Dopo 6 anni di calvario, in attesa di una sentenza giusta e definitiva, pensavo di aver trovato la pace. Invece no”. Marisa Grasso ha poi puntato il dito contro la famiglia di Speziale, rea, secondo lei, di non aver mai chiesto il perdono. “Non me lo hanno mai chiesto, né a me, né ai miei figli. L’unica cosa che vedo è una maglietta che inneggia alla libertà di un assassino”. Ma chiedere il perdono se si ritiene il proprio figlio innocente è una cosa impensabile. “È innocente Antonino”, continua a ripetere il papà.

Due famiglie distrutte, senza ombra di dubbio, che cercano entrambe di conoscere la verità. Marisa Grasso, almeno per ora, l’ha trovata. Roberto Speziale no e non si rassegna

 

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