La drag queen e il razzismo al contrario

Conchita Wurst, la drag queen con la barba, vincitrice dell‘Eurovision Song Contest di Copenhagen, secondo alcuni rappresenta l’esempio più calzante di uno strisciante “razzismo al contrario” che in alcune zone del pianeta, ormai, pare davvero destinato a prendere il sopravvento. La domanda sorge spontanea: ha vinto per le sue qualità artistiche, o per il suo rappresentare, in modo così eccentrico, una parte del globale emisfero omosessuale? Per essere più chiari: Conchita, all’anagrafe Tom Neuwirth, se avesse cantato vestito come un comune mortale, sarebbe stato comunque portato in auge dalla giuria? La kermesse musicale, premia il brano o il personaggio? Se l’Austria, Paese d’origine della cantante, plaude per la tolleranza in Europa, la Russia è critica. Intanto sul Web si trovano gli scatti di Conchita del 2007 quando partecipò al talent “Starmania”, senza barba e faccia d’angelo: vinse comunque? No. E allora facciamo attenzione: perché è giusto che la liberta d’espressione non venga discriminata, ma è anche impossibile pensare che schierarsi in modo più o meno plateale e provocatorio a difesa del politically correct possa risultare un clamoroso assist a chi cerca pubblicità, notorietà e risultati.

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