Scanzi: “L’Unità? Una Pravda involontariamente comica”

Andrea Scanzi

Che la “nuova” Unità (recentemente tornata in edicola dopo il fallimento dell’editore e il pignoramento dei beni all’ex direttore Concita De Gregorio) non avesse riscosso un grande successo si era capito dai vari commenti.

Nemmeno il tempo di far asciugare l’inchiostro del “primo” numero che Marco Travaglio aveva lanciato una frecciatina: «Dire che la nuova Unità è il primo monumento equestre a Matteo Renzi e che, al confronto, la Pravda con il Pcus era un filino più sbarazzina, sarebbe riduttivo. La linea editoriale è molto più ambiziosa: Ottimismo Obbligatorio. Va tutto molto bene, e domani andrà ancora meglio».

Ora a dare un’altra “botta” al quotidiano fondato da Gramsci è il giornalista Andrea Scanzi che, in una lettera a Dagospia, intinge la penna nel veleno: «L’Unità attuale riesce nel risultato apparentemente impossibile di peggiorare il livello già miserrimo degli ultimi anni».

E dire che lui era tra quelli che «negli anni Novanta, compravano L’Unità anche solo per non perdersi nemmeno un numero della rubrica in prima pagina di Michele Serra. Ho ancora la raccolta vhs dei film scelti da Walter Veltroni».

Ora si spiegano tante cose.

Eppure Scanzi, nonostante l’amore giovanile per il giornale (o, forse, proprio in virtù di quello) non bada a spese: «È una Pravda involontariamente comica, che sembra scritta e ancor peggio concepita dal ghostwriter di Pina Picierno. In una pagina si parla di “ripresa”, in quell’altra di “ottimismo”. Pare un raggelante mix tra una frase-Smemoranda di Farinetti, una strofa minore di Jovanotti e i baci Perugina. Però peggio. Molto peggio».

Ai maligni che pensano che Scanzi stia rosicando perché, nonostante il talento, non sia direttore di alcunché, lui risponde che, nel caso specifico dell’Unità «nessuno me l’ha proposto (sarebbe stato come chiedere a Zeman di allenare la Juve) e, in ogni caso, non ne sarei stato minimamente in grado. Non ho né la voglia né il talento per farlo. E – soprattutto – neanche ci penso a lasciare Il Fatto, l’unico giornale in cui posso e potrei scrivere (in assoluta libertà)».

Ma se quest’ultima riga è vera, rimane la perplessità sul perché Scanzi, con il Fatto Quotidiano a disposizione, abbia deciso di affidare questi “pensieri” a Dagospia. Il direttore Travaglio non aveva spazio sul suo giornale per questo “sfogo”? Troppo “perfido” persino per lui?

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