Come fa il vino di Al Bano Carrisi a costare così poco?

“La felicità è un bicchiere di vino con un panino”, canta Al Bano Carrisi. Poi se il vino in questione sbaraglia la concorrenza grazie ai prezzi stracciati, la felicità è ancora più grande. Ma la qualità del prodotto?

Il dubbio lo insinua Dagospia e in effetti ha ragione. Il vino prodotto nelle tenute Carrisi (che ormai noi tutti conosciamo come le nostre tasche grazie ai plurimi servizi delle trasmissioni televisive del pomeriggio) troneggia sugli scaffali della Coop, per un prezzo che (udite, udite) sta sotto i due euro. Proprio così, praticamente come il Tavernello.

Pochi giorni fa Al Bano ha ricevuto, e ritirato in mondovisione, il premio speciale di Bibenda (Fondazione Italiana Sommelier) come ambasciatore del vino italiano nel mondo. Il che vorrebbe dire che la figura di Al Bano sia l’emblema dell’eccellenza italiana in campo vinicolo, praticamente la sua faccia dovrebbe essere un marchio di qualità.

Ovviamente come sfruttare al meglio questo privilegio se non creando una linea di vini (un bianco, un rosso e un rosato, tutti in bottiglia di vetro) studiati per le massaie italiane a prezzi irrisori? Tanto, se lo produce Al Bano, sarà buono per forza. Ma come fa a essere buono (e più che buono, di qualità) un vino così economico?

I costi di produzione del vino in bottiglia di vetro, in Italia, sono piuttosto elevati e non permettono di uscire sul mercato con un prodotto che non insinui qualche legittimo dubbio sulla qualità o, almeno sui mezzi e i modi di realizzazione. Il registro del biologico, le norme per la tutela dell’ambiente, prevedono costi ben più elevati di  due euro. Anche riducendo le spese al massimo è praticamente impossibile arrivare a due euro. Nel frattempo però con questo prezzo così basso sta stracciando letteralmente la concorrenza.

Chissà che uva usa l’ugola d’oro del Mediterraneo. E chissà cosa ne pensa Slow Food.

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