Caso Contrada: lo scontro eterno sul concorso esterno

contrada

Una sentenza della Corte di Cassazione sul processo “Infinito” contro l’ndrangheta riapre l’annosa polemica sulla “legalità” del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Nell’aprile scorso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva condannato l’Italia sul caso di Bruno Contrada, ex poliziotto, condannato in via definitiva nel 2007 a dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. La Cedu aveva dato ragione a Contrada e ai suoi avvocati che avevano lamentato una violazione del principio di legalità. Ma adesso la Cassazione, ritorna a pronunciarsi, sostenendo che il reato di concorso esterno non viola tale principio

La storia di un derby istituzionale tra potere legislativo e potere giudiziario

Infinito. Questo è forse l’aggettivo più adatto per definire il dibattito che va avanti da anni sul reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Infinito, come il nome di un processo istruito nel 2010 dai pm Boccassini, Dolci e Storari della Dda milanese, contro l’ndrangheta calabrese, arrivato in Cassazione nell’aprile scorso e la cui sentenza è servita per riaccendere di nuovo, i riflettori sulla “legalità” del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Dopo che nell’aprile scorso, una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva messo fortemente in dubbio tale “legalità”, dando ragione al ricorrente Bruno Contrada, ex poliziotto, condannato nel 2007, in via definitiva per concorso esterno, a dieci anni di reclusione. Ma Contrada è soltanto uno degli imputati “eccellenti” accusato di concorso esterno. Come lui Calogero Mannino, detto “Lillo”, ex ministro democristiano, assolto definitivamente nel 2011; o Marcello Dell’Utri, ex senatore del Popolo della Libertà, condannato in via definitiva a sette anni di reclusione nel 2013. Tutte vicende che hanno visto i politici salire sul banco degli imputati, accusati di essere dei “concorrenti esterni” dell’organizzazione mafiosa Cosa Nostra. Tutte vicende che inevitabilmente, hanno finito per trasformare i processi in uno scontro politico che non si è mai risolto con una legificazione del reato. Il Parlamento fino ad oggi, non ha infatti mai approvato una legge che inserisse nel codice penale un articolo che in quanto tale, configurasse e disciplinasse questa fattispecie di reato. Che infatti, è rimasto nell’antica definizione di reato a “emanazione giurisprudenziale”. Che significa? Significa che è stata la giurisprudenza,  a disciplinare questo tipo di reato. Cioè ad inserirlo come tale tra i reati di mafia punibili. Che si configura appunto come una “combinazione” tra due diversi articoli del codice penale: il 110, cioè il concorso semplice e il 416 bis ossia l’associazione a delinquere di stampo mafioso. Nella sostanza, come scrive la Corte di Cassazione nella prima sentenza Contrada del 2002 nel reato di concorso esterno “un soggetto pur non essendo stabilmente inserito nella struttura organizzativa dell’associazione, opera sistematicamente con gli associati, al fine di depistare le indagini di polizia volte a reprimere l’attività criminosa dell’associazione o a perseguire i partecipi di tale attività, in tal modo fornendo uno specifico e concreto contributo ai fini della conservazione o del rafforzamento dell’associazione medesima” Dall’unione, o meglio dalla combinazione, di questi due reati, il 110 e il 416 bis, nascerebbe appunto il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Il quale, nel marketing, verrebbe probabilmente spiegato con la formula del “due in uno” come recitava una vecchia pubblicità di un detersivo. Due in uno, cioè due reati in uno, sarebbe allora la possibile spiegazione in termini commerciali del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Ma visto che la commercializzazione del reato ancora non esiste, per tornare all’ambito che qui ci interessa, cioè la cosiddetta emanazione giurisprudenziale del reato, quello che si può dire è che sono stati i giudici di Cassazione, con le loro sentenze pronunciate nel corso degli anni, ad introdurlo nella lista dei reati punibili.  Quali siano queste sentenze lo ricordano anche i giudici della Cedu nella sentenza sul caso Contrada: per ordine cronologico le sentenze Cillari e Altivalle del 1987; Barbella del 1988; Agostani del 1989;Altomonte del 1992; Turiano e Di Corrado del 1993; per arrivare infine alla sentenza Demitry del 1994. Questo per dire che nel corso degli anni, a partire da dopo la metà degli anni Ottanta, i giudici della Suprema Corte si sono espressi più volte, anche se non sempre in maniera omogenea, sul reato di concorso esterno. Le varie sezioni penali hanno detto e contraddetto, affermato e smentito, l’esistenza di questo reato. Fino alla sentenza Demitry del 1994, quando le sezioni unite della Cassazione, passando in rassegna tutte le precedenti sentenze, che avevano negato o al contrario riconosciuto l’esistenza del reato, ammisero esplicitamente per la prima volta, l’esistenza del reato di concorso esterno nell’ordinamento italiano. Il 1994 è dunque l’anno di nascita “ufficiale” del concorso esterno. Ufficiale perché prima di allora, c’era stato effettivamente chi si era spinto a parlare di un “concorso esterno” per punire la “contiguità” tra gli ambienti di mafia e quelli della politica o dell’imprenditoria. Come ha ricordato di recente, anche a chi scrive, l’ex magistrato Antonio Ingroia, il “padre nobile” del concorso esterno è stato e resta Giovanni Falcone. Il quale, dando seguito alle intuizioni del collega magistrato Rocco Chinnici ( capo dell’Ufficio Istruzione ucciso dalla mafia nel 1983) fu il primo a parlare della necessità di punire con un reato tipico la “zona grigia” , quella che oggi verrebbe chiamata “il mondo di mezzo” , che si posiziona tra il nero della criminalità e il bianco delle istituzioni, o della sana imprenditoria. Una necessità espressa da Falcone che non ha trovato seguito in ambito legislativo. Infatti è stata la Cassazione, e non il Parlamento, ad introdurre nell’ordinamento questo tipo di reato. Come invece vorrebbe la Costituzione che assegna proprio al Parlamento la funzione legislativa. Ed è proprio da questa mancanza, di legificazione del reato, che è nato quello scontro politico-giudiziario che dura ancora oggi e che ha raggiunto il suo apice con il processo sulla Trattativa tra lo Stato e la mafia. Nel quale, sul banco degli imputati, siedono per la prima volta nella storia, uomini dello Stato e appartenenti a Cosa Nostra. Una vicenda anche questa che ha diviso, politici e giuristi, in guelfi e ghibellini come nella Firenze di Enrico V. Gente a favore, gente contraria. E via nuovamente a scontrarsi, in Tribunale, Parlamento o televisione non importa, l’importante è che ognuno dica la propria anche se il problema alla fine resta irrisolto. Cui prodest? (a chi giova), direbbe Lucio Ravilla come al processo contro Marco Porcina. A nessuno, ecco a chi giova, sarebbe la risposta. La domanda di partenza infatti, ritorna ogni volta senza avere una risposta definitiva: ma il concorso esterno esiste o non esiste? Guai a porre questa domanda, a magistrati come Giancarlo Caselli, o Roberto Scarpinato, oppure ex come Antonio Ingroia, o ancora a giornalisti come Marco Travaglio che il dubbio neanche se lo pongono. Il concorso esterno esiste, punto. Metterlo in discussione significa mettere in discussione l’esistenza stessa della mafia, nelle sue diverse ramificazioni. Una piovra dai lunghi tentacoli che all’occorrenza si fa camaleonte, cambiando colore e sembianza. Che non è detto sia sempre di coppola e di lupara. Può invece al contrario anche essere di giacca e di cravatta, e allora, che si fa? Non si punisce? Si deve punire, e per farlo, bisogna utilizzare il reato di concorso esterno. A sentire invece giuristi di lungo corso come Giovanni Fiandaca, docente di diritto penale all’Università di Palermo, il concorso esterno sarebbe “un reato troppo vago”, per essere punito. Andrebbe perciò definitivamente legificato, oppure al contrario, abolito.

Il caso Contrada e il processo Infinito. La Cassazione “cassa” la Cedu: la partita si sposta in Europa

Nell’aprile scorso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dato ragione a Bruno Contrada che chiamava in causa lo Stato italiano, per la condanna definitiva a dieci anni di reclusione inflittagli  nel 2007 per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Contrada e i suoi avvocati , invocando l’articolo 7 della Cedu (la Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo) lamentavano l’assenza del reato di concorso esterno al tempo in cui Contrada lo avrebbe commesso. La sentenza Demitry che ha introdotto il reato è infatti del 1994, e le accuse verso Contrada si riferiscono ad un periodo compreso tra il 1978 il 1987. Il reato commesso sarebbe dunque antecedente alla sua entrata in vigore e dunque “non punibile” ai sensi dell’articolo 7 della Cedu in nome del quale “nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, nel momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale. Parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al tempo in cui il reato è stato commesso”. Secondo il principio del nulla poena sine lege, ossia nessuna pena senza una legge che la preveda. Lo Stato italiano, nel giudizio di Strasburgo è stato rappresentato dai giuristi Spatafora e Accardo. I quali sono partiti dalla premessa storica che di concorso esterno la Cassazione avrebbe iniziato a parlare ben prima delle sentenze degli anni Ottanta, addirittura negli anni Sessanta. Dunque prima e non dopo l’epoca dei fatti contestati a Contrada. Con la differenza che in quei casi, le sentenze di Cassazione si riferivano a fatti di cospirazione politica (sentenza Muther del 1968) e di terrorismo (sentenze Cucco, Zuffada e Arancio del 1977, 1978 e 1983) e non di mafia. Da qui, sono stati sollevate tutta una serie di obiezioni sul ricorso presentato da Contrada. Tra i quali, la tempistica di presentazione del ricorso ( che secondo i rappresentati dello Stato italiano sarebbe stata presentato in ritardo); l’omissione dei motivi degli stessi motivi del ricorso dinanzi alle autorità nazionali (la Cedu può essere adita soltanto previo esaurimento dei ricorsi interni art 35); l’impossibilità per la Cedu di assumere il ruolo di “quarto grado” di giudizio, così come stabilito dalle sezioni unite della Cassazione. Nel “formulare le varie osservazioni” i rappresentanti dello Stato italiano avrebbero però accettato la definizione del concorso esterno come “creazione della giurisprudenza avviata in decisioni alla fine degli anni Ottanta”, e definita soltanto nella sentenza Demitry, dunque “posteriore” all’epoca dei fatti contestati a Contrada. Accettando questa definizione e tempistica, i rappresentanti dello Stato Italiano avrebbero spianato la strada alla condanna della CEDU che infatti si pronuncerà a favore della violazione dell’articolo 7 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo. In sostanza Contrada non andava condannato perché all’epoca dei fatti che gli sono contestati, il reato non esisteva e dunque Contrada non poteva sapere l’infrazione che stava commettendo. Adesso però sull’argomento, sarebbe nuovamente tornata a pronunciarsi la Cassazione. Infatti, alcuni condannati per concorso esterno nel processo Infinito, avevano invocato l’incostituzionalità della condanna proprio in ragione della sentenza della CEDU. Ma nelle motivazioni della sentenza “Infinito” la II sezione Penale della Corte di Cassazione, presieduta da Antonio Esposito ( lo stesso che nel 2013 condannò Silvio Berlusconi) avrebbe invece contestato quel “preambolo” accettato dai rappresentanti del Governo italiano nella causa di Strasburgo, con il quale veniva definito il reato di concorso esterno come “un’emanazione giurisprudenziale”. Un vero e proprio “autogol”, come lo ha definito Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera, che i rappresentanti dello Stato italiano avrebbero commesso dato che, come scritto nella sentenza “Infinito”, per i giudici di Cassazione tale “definizione” sarebbe adesso “un’affermazione giuridicamente inesatta”. Il concorso esterno non violerebbe alcun principio di legalità perchè la sua “punibilità” avrebbe sempre avuto “una matrice esclusivamente e inequivocabilmente normativa” scaturita appunto dalla “combinazione” tra “norma incriminatrice”, cioè l’articolo 416 bis del codice penale, e una “disposizione generale in tema di concorso eventuale nei reati” e vale a dire l’articolo 110. Insomma, la Cassazione adesso, con questa nuova pronuncia, casserebbe la CEDU, legittimando le condanne subite da Contrada. Il quale, secondo la sentenza della CEDU, dovrà essere anche risarcito dallo Stato italiano. Per un’altra volta ancora, l’Europa, anche se questa volta non quella burocratico-finanziaria, chiede all’Italia di pagare il conto. Che farà il governo Renzi? La domanda sorge spontanea visto che, una volta di più, l’Italia è chiamata a fare quello che le dicono gli “altri”. D’altronde, come siamo abituati a sentire, da qualche anno a questa parte, ce lo chiede l’Europa.

 

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2 Commenti

  1. Simone Nastasi said:

    Caro Cristian, il sistema giuridico italiano come lei saprà benissimo non è di common law ma di civil law. Detto questo, e’ la Corte Europea dei diritti dell’Uomo che stabilito che Contrada sulla base di reati che non esistevano all’epoca in cui sono stati commessi, non andava condannato. I “Paesi anglofoni” le “democrazie occidentali”, di cui lei parla, in questo caso hanno ben poche responsabilità ( se tali si possono chiamare)

  2. christian.pirani@gmail.com said:

    Davvero vogliamo far credere che una statuizione giudiziaria che definisce e perimetra un reato, anche in assenza di emanazione diretta (e non è il nostro caso) della Dottrina tradizionale, sia sussumibile come non del tutto lecita nelle Occidentali Democrazie? Chi sostenesse il Sì dovrebbe chiedere a tutti (ripeto:tutti) i paesi anglofoni di riformare quasi integralmente l’intero loro ordinamento fondato sullo STARE DECISIS ovvero il c.d. Common Law. Abbiamo altre priorità.

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