“Esse” come sindacato …o come superstipendi?

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Iniziamo oggi un viaggio all’interno del mondo sindacale italiano soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti che hanno evidenziato come, nel momento in cui i lavoratori sono costretti a sacrifici enormi, alcuni sindacalisti riescono con stratagemmi burocratici a “garantirsi” privilegi che vanno da maxistipendi a maxipensioni.

Ovviamente non è nostro costume generalizzare e affidarci ai luoghi comuni che vogliono i sindacati come la rovina dell’Italia. Il sindacato, inteso come istituzione, è una conquista dei lavoratori che i padri costituenti vollero inserire nella nostra carta Costituzionale. Proprio dalla Costituzione vogliamo partire per percorrere insieme a voi questo viaggio su un mondo, quello sindacale, che non è più quello di Di Vittorio, di Grandi, di Buozzi o di Landi.

Uomini di idee politiche diverse ma con una taratura sindacale che li univa e ne faceva il simbolo dell’onestà e della correttezza sociale, presupposto indispensabile per ottenere la fiducia dei lavoratori. Oggi quegli uomini non ci sono più e l’agone sindacale è divenuto, a voler essere buoni, il trampolino di lancio per entrare in politica.Nessuno dei sindacalisti degli ultimi trent’anni è immune dalla sindrome del passaggio dalle sedi sindacali alle aule parlamentari nazionali o locali.

Per la Cisl si sono avvicendati alla carica di segretario generale per finire poi eletti al parlamento Italiano o europeo, Bruno Storti, Luigi Macario, Pierre Carniti, Franco Marini, Sergio D’Antoni Savino Pezzotta. In Cgil hanno seguito lo stesso percorso (sindacato – politica) i segretari Lama, Pizzinato, Trentin Cofferati ed Epifani. Stesso discorso per la Uil con Benvenuto e Larizza anche se quest’ultimo è stato in Parlamento solo per pochissimo tempo. Anche l’Ugl ha fatto la sua parte con Nobilia al Parlamento Europeo, Cetica assessore alla Regione Lazio e Renata Polverini che non ha bisogno di presentazioni.

In Cisl nel 2006 è arrivato Raffaele Bonanni che si conquistò, con il suo fare da uomo alla mano made in Abruzzo, le simpatie dei dirigenti centrali e locali della confederazione cattolica. Bonanni fu segretario generale dal 2006 al 2014 quando fu costretto a dimettersi a seguito dello scandalo venuto a galla dalla pubblicazione del suo estratto conto pensionistico dal quale emergeva che lo stipendio percepito in Cisl da Bonanni, a ridosso della pensione, fosse schizzato dai 118 mila euro lordi del 2006 ai 336 mila dell’ultimo anno di guida Cisl. Un mese fa venne alla luce che non solo Bonanni godeva di questo privilegio ma anche molti altri dirigenti centrali della Cisl percepivano stipendi superiori a quello del Presidente della Repubblica. Questo “scandalo” è emerso grazie ad un dossier raccolto dal dirigente della Cisl veneta Fausto Scandola che per questo atto è stato espulso dal sindacato.

Scandola inviò la documentazione, che “sputtanava” molti alti dirigenti della confederazione di via Po, anche alla stampa. A questo aggiungiamo anche le accuse che sono pervenute a Bonanni dal suo predecessore Savino Pezzotta che lo ha accusato di “aver distrutto il sindacato”, come riportato da un quotidiano a cui Pezzotta ha rilasciato un’intervista. Ma cosa c’è di vero e come è possibile che questo sia potuto avvenire?

Come abbiamo già detto in un nostro precedente articolo non vogliamo unirci al coro di coloro che vogliono distruggere il sindacato a tutti i costi o abolire conquiste sindacali che i lavoratori hanno raggiunto negli anni ma non possiamo nemmeno far finta di non vedere come certe “conquiste” si siano trasformate in “privilegi” e certi privilegi siano diventate vere e proprie bufale a volte ai danni dello Stato e sempre comunque ai danni dei propri associati. In questi mesi lo “scandalo” dei maxistipendi e delle maxipensioni dei sindacalisti tiene le prime pagine dei giornali e giustamente torna a galla la domanda che da anni tutti gli italiani si fanno: perché i bilanci dei sindacati non sono pubblici? Se così fosse non ci sarebbe bisogno di “talpe” che, una volta scoperte, vengono espulse dalle confederazioni.

Il problema vero risale però agli inizi della nostra democrazia quando nel 1946 fu approvata la Carta costituzionale che all’articolo 39 recita testualmente: “L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.

È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”.

I cultori della nostra Carta costituzionale sanno perfettamente che questo è uno degli articoli mai attuati o meglio male attuato in quanto coloro che si sono opposti al fatto che questo potesse avvenire sono proprio i sindacati, tutti. Partendo dal presupposto che la libertà sindacale è ampiamente riconosciuta nel nostro Paese il resto dell’articolo 39 è tutto inattuato dalla registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge (che non esistono), sulla base democratica ci sarebbe molto da dire in quanto certi avvenimenti recenti e passati andrebbero analizzati meglio per vedere se c’ è il rispetto di questa norma. Dovrebbe esserci poi “la personalità giuridica” del sindacato che, non essendo registrato dallo Stato, non esiste. Il riconoscimento della loro rappresentatività dovrebbe essere sancito “in proporzione dei loro iscritti” ma non essendoci alcuna registrazione nessuno può verificare il reale numero degli associati a qualsiasi sindacato e ci si avvale dell’auto certificazione, della serie ognuno si inventa i numeri che vuole.

Infine l’applicazione del Contratto collettivo di lavoro che, in assenza della suddetta registrazione, è applicato “erga omnes”. Detto questo si capisce come sia possibile che quello che è accaduto a Raffaele Bonanni, che si è triplicato lo stipendio annuo, per avere una mega pensione è potuto accadere perché non c’è nessun controllo da parte dello Stato su quello che avviene nelle amministrazioni delle confederazioni. Il problema, lo abbiamo già detto precedentemente, è di carattere etico perché se il sindacato su una singola posizione ha versato i contributi previdenziali regolarmente, anche su retribuzioni gonfiate, dal punto di vista squisitamente giuridico non esiste niente su cui discettare, se non per il fatto che chi svolge l’attività sindacale dovrebbe avere la coscienza di non approfittarsi di certe posizioni per godere di privilegi, come attribuirsi una retribuzione altissima, che ai propri associati non sono consentiti. Discorso diverso è invece l’utilizzo che si deve fare di denaro che proviene dalle tasche dei lavoratori e che comunque deve essere rendicontato, euro per euro, ad ogni singolo associato. Nei bilanci dei sindacati entrano, inoltre, anche altri fondi più o meno pubblici (patronato, caf, enti bilaterali) e dei quali parleremo nei prossimi giorni.

Ebbene su questi soldi che ammontano a svariati milioni di euro è il caso di fare qualche precisazione. Ora sull’onda, ammesso che l’onda duri, delle notizie che stanno letteralmente “sputtanando” alcuni personaggi che si vantano di difendere i lavoratori (ma lo fanno facendosi ben retribuire) forse è il caso che proprio le Confederazioni per autotutelarsi chiedano di applicare l’articolo 39 della Costituzione per rendere trasparente la vita amministrativa delle loro strutture.

A fronte di questa scelta le Confederazioni dicano se preferiscono la trasparenza o continuare ancora con l’opacità che contribuisce, giustamente, ad allontanare ancora di più i lavoratori dall’attività del sindacato.

1) continua…

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