Delitto della Sapienza: Scattone e l’incarico al liceo

Per carità, una seconda possibilità non si nega a nessuno, soprattutto dopo che ha pagato per i suoi errori. Ma fino a che punto? Quali sono i limiti? E’ giusto che un docente condannato per omicidio la cui vittima è una sua studentessa, torni ad insegnare a ragazzi ancora più giovani?

Giovanni Scattone tra una settimana salirà nuovamente in cattedra. Stavolta davanti a un gruppo di adolescenti in una classe liceale, non in un’aula universitaria. Insegnerà, come prevede la riforma delle assunzioni della Buona Scuola, presso l’Istituto Einaudi di Roma, Psicologia, Storia della filosofia e Scienza dell’Educazione. Avrà quindi il compito di spiegare (ai coetanei della sua vittima) le dinamiche della mente umana, i processi emozionali ed educherà i suoi alunni ad educare altri in futuro, piuttosto singolare come cosa.

E’ il 9 maggio del 1997 quando Marta Russo (studentessa 22enne di giurisprudenza) è centrata da un colpo di pistola all’interno della città universitaria della Sapienza di Roma, muore in ospedale cinque giorni dopo. Accusato per omicidio colposo è Giovanni Scattone, assistente alla cattedra di Filosofia del Diritto presso la facoltà.

E’ stato chiamato “Il delitto della Sapienza” e resta ancora oggi uno dei più oscuri e misteriosi casi nella storia della cronaca nera italiana. Questo per il clamore mediatico che suscitò. Scattone si è sempre detto innocente e non è mai stato accertato il movente. Tuttavia ai tempi dei processi alcuni studenti parlarono di “delitto perfetto”, tema a quanto pare discusso da Scattone e da (quello che poi fu condannato per favoreggiamento) Salvatore Ferraro, amico e collega, in alcuni seminari. La stampa accostò i due ad una serie di figure letterarie che lo resero il più grande processo (giudiziario e mediatico) degli anni ’90. Vennero fatti paragoni con il Superuomo di Nietzsche, con Raskolinov (il protagonista di Delitto e Castigo di Dostoevskij) con i film di Hitchcock anche con la scena di Schindler’s list in cui si spara a caso sugli ebrei, perché il film era andato in onda in TV la sera precedente al delitto.

Non si sa se la vicenda sia stata romanzata dai media o se davvero nella mente di Scattone ci fosse un delirio di onnipotenza che lo ha spinto a uccidere una ragazza di 22 anni. Per questo bisogna stare ai fatti e (sebbene ai tempi il pubblico ministero fosse stato particolarmente insistente facendo avviare un provvedimento per abuso d’ufficio, poi archiviato) i fatti sono che Giovanni Scattone nel 2003 viene condannato per omicidio colposo a scontare 5 anni e 4 mesi di reclusione in carcere. I fatti sono anche che in realtà scontò solo un anno in prigione e due ai servizi sociali.

Non gli fu mai data l’interdizione ad esercitare la professione e quindi ha potuto sostenere il concorso in cattedra nel 2012, arrivando decimo. Ora è insegnante di ruolo, tutto regolare, tutto secondo la legge. Ma è giusta questa legge? Chissà cosa pensano le famiglie di quei ragazzi che si troveranno tutti i giorni nella stessa stanza di un condannato per omicidio colposo? Quando quei genitori consegneranno i  loro figli alla scuola, potranno stare tranquilli? E’ giusto dare a Scattone questo incarico?  Va bene la riabilitazione, ma forse così è un po’troppo.

Aggiornamento del 10 settembre:

Dopo le polemiche e lo scandalo nato dall’assegnazione della cattedra come insegnante di ruolo, Giovanni Scattone ha rinunciato all’incarico dichiarando:

“Con grande dolore ed amarezza ho preso atto delle polemiche che hanno accompagnato la mia stabilizzazione nella scuola con conseguente insegnamento nell’oramai imminente anno scolastico. Il dolore e l’amarezza risiedono nel constatare che, di fatto, mi si vuole impedire di avere una vita da cittadino “normale”. La mia innocenza, sempre gridata è pari al rispetto nei confronti del dolore della famiglia Russo. Ho rispettato, pur non condividendola, la sentenza di condanna. Quella stessa sentenza mi consentiva, tuttavia, di insegnare. Ed allora sarebbe stato da Paese civile rispettare la sentenza nella sua interezza. Ho sempre ritenuto che per essere un buon insegnante si debba anzitutto essere persona serena. Oggi, in ragione di queste polemiche, non ho più la serenità che mi ha contraddistinto nei dieci anni di insegnamento quale supplente: anni caratterizzati da una mia grande soddisfazione anche e soprattutto legata al costruttivo rapporto instauratosi con alunni e genitori. Ed allora se la coscienza mi dice, come mi ha sempre detto, di poter insegnare, la mancanza di serenità mi induce a rinunciare all’incarico per rispetto degli alunni che mi sono stati affidati. Così questo Paese mi toglie anche il fondamentale diritto al lavoro. Dopo la tragedia che mi ha colpito, solo la speranza mi ha dato la forza di andare avanti. Anche oggi vivrò con la speranza che un giorno la parte sana di questo Paese, che pure c’è ed è nei miei tanti ex alunni che in questi giorni mi sono stati vicini e nella gente comune che mi ha manifestato tanta solidarietà, possa divenire maggioranza.”

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