Delitto Meredith, indagini fatte coi piedi. Perché tanta reticenza sui nomi?

meredith kercher

Amanda Knox e Raffaele Sollecito erano imputati per l’omicidio di Meredith Kercher avvenuto a Perugia il primo novembre del 2007. Furono assolti nel 2011, sentenza annullata nel 2014, salvo poi essere nuovamente assolti nel 2015.

Ora la Cassazione ha pubblicato le motivazioni dell’assoluzione affermando che il processo per l’omicidio della studentessa inglese ha avuto “un iter obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante anche di clamorose défaillance o amnesie investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine“.

Un modo gentile per descrivere una sequela di errori madornali degni di un pivellino. Come riporta la giornalista e criminologa Cristina Brondoni nel suo blog, c’è stata un’assoluta incapacità di repertare le prove. Proprio quelle che poi sono mancate, al di là di ogni ragionevole dubbio, per arrivare a una sentenza che soddisfacesse la famiglia della vittima.

Lo conferma la stessa Suprema Corte sottolineando che, se non ci fossero state tali défaillance, si sarebbe “con ogni probabilità, consentito, sin da subito, di delineare un quadro, se non di certezza, quanto meno di tranquillante affidabilità, nella prospettiva vuoi della colpevolezza vuoi dell’estraneità” di Knox e Sollecito rispetto all’accusa.

«Chiunque abbia guardato una puntata di CSI […] sa che la velocità e il tempismo sono tutto. Sei settimane (per repertare una prova, NdR) dopo sono un insulto ai cittadini di uno Stato. Tutti quanti, dal primo all’ultimo» sostiene la Brondoni.

«Il problema evidente di questo modo di lavorare è l’incapacità di comprendere l’importanza della prova. Che deve essere repertata con tutti i crismi. […] Un altro problema sembra essere l’assenza di collaborazione tra chi fa l’indagine e chi poi dovrà occuparsi del processo. Se la prova viene raccolta in malo modo, al processo non ci arriva».

E poi, con un linguaggio un po’ colorito ma che rende bene l’idea spiega che «poi i poliziotti si incazzano perché “i giudici liberano tutti”. Certo. Se raccogli le prove […] coi guanti sporchi, senza pensare, quelli, poveretti non possono mica condannarli perché glielo stai chiedendo per piacere».

Ma veniamo adesso ad un fatto curioso: tutti i media hanno riportato la notizia sui clamorosi errori nella gestione della vicenda, soprattutto in fase preliminare. Eppure nessuno si è degnato di fare i nomi dei protagonisti di questa inchiesta: dal Pm Giuliano Mignini, il magistrato che ha coordinato le indagini sull’omicidio di Meredith (che poi ha querelato Raffaele Sollecito per diffamazione nei suoi confronti e vilipendio delle forze di Polizia per alcuni passaggi contenuti nel libro scritto dal giovane pugliese) alla sua vice Manuela Comodi, contitolare delle indagini, che era finita a sua volta davanti a un giudice (ma è stata assolta) per danni all’Erario per non aver, secondo l’accusa, adeguatamente motivato la somma di 180mila euro fatta liquidare per la consulenza svolta dalla Nventa Id srl, incaricata di mettere a punto una ricostruzione animata in 4D dell’ambientazione della scena del delitto. 

Un altro nome da ricordare è quello di Oreste Volturno, Ispettore della squadra mobile di Perugia, tra i più strenui accusatori di Sollecito (testimoniò che i parenti del ragazzo volevano insabbiare l’indagine eliminando «personalmente e fisicamente chi si occupava dell’inchiesta») e Rita Ficarra Ispettore Capo della Polizia di Stato, in servizio presso la Squadra Mobile della Questura di Perugia, che in tribunale smentì le accuse di Amanda e Raffaele su presunti maltrattamenti subìti in Questura.

E poi il sostituto procuratore generale Alessandro Crini che aveva chiesto 26 anni per Amanda e Raffaele dopo un’arringa-maratona di 12 ore. Crini aveva chiesto anche che venisse riformulata la condanna per calunnia ad Amanda, chiedendo altri 4 anni: per la ragazza, la condanna sarebbe arrivata dunque a 30 anni.

Da ricordare anche il presidente della Corte d’Appello di Perugia Claudio Pratillo Hellmann che dovette lasciare la Magistratura dopo la sentenza di assoluzione nel 2011 per il forte clima di ostilità, persino tra i colleghi: «Per avere assolto Amanda e Raffaele venni linciato anche dai magistrati».

In un’intervista a Repubblica disse che fu costretto ad andare in pensione: «Nei bar di Perugia dicevano che mi ero venduto agli americani, che avevo ceduto alla pressioni della Cia […] Ma quello che mi ha colpito di più del linciaggio diffamatorio durato per anni fu la reazione dei colleghi magistrati. Quasi tutti mi tolsero il saluto. In particolare quelli che a diverso titolo erano stati coinvolti nella vicenda. Mi resi conto che quella della mia Corte era stata una voce fuori dal coro in un tribunale dove tutti i giudici, a partire dal gup per arrivare a quelli dei diversi Riesami, pur criticando l’inchiesta, avevano avallato l’accusa. In più ero in predicato per la presidente del Tribunale del Tribunale e naturalmente quella carica venne assegnata ad un altro collega sicuramente degnissimo ma qualche sospetto che si trattasse di una ritorsione mi venne. Sei mesi dopo la sentenza quindi decisi di andare in pensione».

Lui stesso conferma che «l’indagine era del tutto lacunosa e secondo me sbagliata sin dall’inizio. […] Ricordo che il collega Massimo Zanetti che presiedeva la Corte con me aprì la sua relazione dicendo che di certo c’era solo la morte di Meredith Kercher. Ordinammo le perizie che non erano state fatte durante il processo di primo grado e la contaminazione delle prove scientifiche apparve in tutta evidenza. Era palese che il coltello sequestrato a casa di Raffaele Sollecito non era l’arma del delitto, la lama non combaciava con la ferita. In più mi sono sempre chiesto perché dovevano per forza essere state tre persone ad uccidere la povera Meredith e veniva invece scartata a priori la possibilità che potesse essere stato soltanto Rudy Guede».

E poi il giudice Alessandro Nencini, presidente del collegio giudicante, messo sotto inchiesta (e poi prosciolto) per aver anticipato in un’intervista ai giornali le motivazioni della sentenza di annullamento dell’assoluzione nel 2014.

Un processo grottesco sotto molti punti di vista. In attesa che i due principali imputati chiedano i danni allo Stato per ingiusta detenzione. La ciliegina su una torta decisamente indigesta.

 

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