Rogo chiama rogo: ancora a fuoco la coop rossa di Mafia Capitale

mafia capitale

“Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Gli incendi alle coop di Viale Castrense 50 (la sede di “Un sorriso” e di “Atlante”), entrambe sotto sequestro nell’inchiesta di Mafia Capitale, sono dolosi. Inutile, come si legge sui giornali di oggi, parlare solo di “ipotesi di dolo”.

È evidente che dietro i tre roghi (in tre mesi), sempre nella stessa palazzina, ci siano tentativi di distruggere qualche prova. Documenti scottanti? Faldoni da far sparire? Nomi pesanti? Messaggi a qualcuno? Tutto può essere, anche perché lo stabile ospitava, fino a pochi mesi fa, una comunità di profughi facente capo a Salvatore Buzzi.

Quello che però è inspiegabile è la totale assenza di controlli e di vigilanza su Viale Castrense, sulle coop rosse di Buzzi e Carminati e la superficialità disarmante nel gestire una simile situazione. Non ci voleva certamente un genio per capire, già dal primo incendio, che ci fosse qualcosa sotto. E infatti ieri sono andati bruciati tutti i documenti che erano scampati (qualcuno evidentemente sapeva) alle fiamme lo scorso 18 giugno. Sempre a giugno (il 27) c’era stato l’incendio nella sede del centro di accoglienza della coop “Atlante”, sequestrata dalla procura di Roma.

Adesso tutto è andato distrutto. Al terzo tentativo ogni eventuale prova è stata cancellata. Gli investigatori parlano di “cumulo di cenere e lamiere” e di “ogni cosa andata a fuoco: materassi, tavoli, sedie e documenti”.

Parlare ora di “ipotesi di dolo” è ridicolo. Va bene la prudenza di fronte a questione così delicate, ma che non ci facciano credere che tre incendi in tre mesi nella stessa via possano essere frutto di una casualità…

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