Stadio Flaminio: tra abbandono e bugie (di Marino)

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C’era una volta il Flaminio. Lo stadio, progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi e inaugurato nel 1959 per le Olimpiadi del ’60 (sulle ceneri dello stadio “La Rondinella”), rappresentava un punto fermo e un motivo di vanto per lo sport romano. Costruito a due passi dal quartiere Parioli, tra via Flaminia e via delle Belle Arti, l’impianto è adesso abbandonato al suo destino e rischia di rimanere in disuso ancora a lungo.

All’esterno cancelli arrugginiti, erbacce alte, spazzatura e addirittura siringhe. All’interno muri mangiati dall’umidità, inferiate cadenti e silenzio desolante. Che la situazione non fosse delle migliori non è certamente una novità visto che sono ormai due anni che il Flaminio viene puntualmente snobbato da Comune, Coni e Figc. Un disinteresse che sta portando l’impianto alla distruzione. Ma che il destino del tempio della Nazionale di rugby e di Lazio e Roma nella stagione 89-90 fosse così triste, probabilmente non se lo aspettava nessuno.

E pensare che il sindaco Marino, soltanto un anno fa (nel maggio del 2014) annunciava in un’intervista al programma Rai “Dribbling” che si sarebbe preso carico della questione Flaminio e avrebbe provveduto a farlo sistemare. In questo momento stiamo scrivendo un bando rivolto agli imprenditori privati nel settore dello sport e sono convinto che ci sarà chi accetterà di avere in affidamento un’opera così prestigiosa per restituirla alla sua antica bellezza e far sì che possa essere utilizzata  anche da bambini e ragazzi che non hanno disponibilità economica per fare sport come scherma, nuoto, rugby o calcio. Mi impegno in prima persona”.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.  L’attuale stato del vecchio e glorioso stadio Flaminio fa impressione. Lì dentro, dove una volta si giocava a rugby e a calcio e le tribune erano gremite di spettatori, il pallone nemmeno rimbalza più.

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