Le altre storie di ordinaria ingiustizia

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Stefano Cucchi e Riccardo Magherini

Non soltanto il caso di Aldrovandi. Di situazione simili, di morti di Stato, solo negli ultimi anni ce ne sono stati molti. Troppi. Figli, fratelli, padri che hanno perso la vita mentre si trovavano sotto la custodia delle istituzioni, in caserma, durante un fermo di polizia o durante da un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO).

Persone che, pur avendo commesso uno sbaglio per il solo fatto di trovarsi prive della libertà, avrebbero dovuto essere custodite con maggiore cura. Salvaguardate. E invece queste storie sono finite diversamente, in tragedia.

Stefano Cucchi Il 31enne romano muore il 22 ottobre del 2009. Viene arrestato sei giorni prima perché sorpreso mentre stava spacciando qualche grammo di marjuana. Cucchi, quella notte, viene portato in tre caserme diverse e picchiato. Il ragazzo finisce in carcere, ma le sue condizioni si aggravano e quindi occorre un trasferimento in ospedale, al Pertini, dove muore, appunto, il 22 ottobre. Nel 2014 sono stati assolti tutti i medici, gli infermieri e gli agenti penitenziari accusati di omicidio colposo. Ma grazie all’ostinazione della famiglia il caso è stato riaperto e adesso, nel registro degli indagati, compare il nome di un carabiniere, Roberto Mandolini, che il 15 ottobre del 2009 compilò il verbale di arresto di Cucchi. Tra pochi mesi, forse, si conoscerà la verità e Stefano avrà giustizia.

Riccardo Magherini Le cause della morte dell’ex promessa delle giovanili della Fiorentina, deceduto la notte tra il 2 e il 3 marzo scorsi durante un fermo da parte dei carabinieri, “sono legate ad un meccanismo complesso di tipo tossico, disfunzionale cardiaco e asfittico”, si legge nel referto medico. La famiglia della vittima è convinta che Magherini sia stato vittima anche di un pestaggio. Di sicuro è stato ammanettato con il torace a terra, sull’asfalto nell’attesa infinita per l’arrivo di un’ambulanza “Mi vogliono uccidere”, gridava quella notte in preda ad un attacco di panico (c’è anche un video che testimonia quegli attimi di terrore). Intanto, nel registro degli indagati, accusati di omicidio colposo ci sono 11 persone: quattro carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale, cinque operatori e due. centralinisti del 118.

Davide Bifolco Un altro episodio controverso vede protagonisti i carabinieri a Napoli. Il 5 settembre dello scorso anno, al termine di un inseguimento, è rimasto ucciso da un colpo partito “accidentalmente” dall’arma di un militare un giovane di 17 anni, Davide Bifolco.
Il fatto avviene nel rione Traiano, ma le versioni dell’accaduto sono ancora discordanti.
I carabinieri sostengono che uno scooter con a bordo tre persone non si sia fermato all’alt intimatogli da una pattuglia. Durante il successivo inseguimento il motorino sarebbe sbandato dopo una collisione con un’aiuola. I passeggeri sarebbero caduti a terra ed uno di essi si sarebbe dato alla fuga. La verità è che l’unica colpa del minorenne è stata quella di aver viaggiato in tre su uno scooter, senza casco e quella di essere stato scambiato per un latitante. In realtà non era nemmeno pregiudicato.

Franco Mastogiovanni Ucciso per futili motivi. Si chiamava Francesco Mastrogiovanni, aveva 58 anni e faceva il maestro elementare. “In una mattina di fine luglio del 2009, un vasto spiegamento di forze dell’ordine è andato a pescarlo (i carabinieri sono andati a prenderlo, hanno circondato il bungalow dove viveva n.d.r.), letteralmente, nelle acque della costiera del Cilento e lo ha portato al centro di salute mentale dell’ospedale San Luca, a Vallo della Lucania, per un trattamento sanitario obbligatorio”. Scrive così l’Espresso. Novantaquattro ore dopo, Mastrogiovanni è stato dichiarato morto. Durante il ricovero gli hanno legato mani e piedi ad un letto senza un attimo di libertà, facendolo mangiare una sola volta a e assorbendo poco più di un litro di liquidi da una flebo. La sua dieta per tre giorni e mezzo sono stati i medicinali che dovevano sedarlo. Sedarlo da cosa?
“Aveva semplicemente cantato, a detta dei carabinieri, canzoni di contenuto antigovernativo. Poi, aveva mostrato disappunto nel ritrovarsi imprigionato. Aveva chiesto da bere, tentato di liberarsi, pianto di disperazione e, alla fine, rantolato nella fame d’aria dell’agonia”, si legge sempre sull’Espresso.

Giuseppe Uva Perizie, udienze, querele, controquerele e il rischio prescrizione: il caso di questo 43enne varesino, morto dopo essere stato fermato la notte del 14 giugno 2008, ha i connotati del paradosso. Per anni si è celebrato un processo sbagliato, perché il pm Abate – poi trasferito – aveva fatto incriminare i medici che avevano preso in cura “Pino” durante il Tso e non i carabinieri che in ospedale lo avevano mandato. Eppure in quelle due ore in caserma qualcosa deve essere successo, visto che– dicono le perizie- “Uva sarebbe stato vittima anche di una violenza sessuale”. A giudizio ora ci sono 2 carabinieri e 5 poliziotti, ma a dicembre il processo andrà prescritto e Uva e la sua famiglia non avranno mai giustizia.

Michele Ferrulli Sette anni di carcere. È stata questa la richiesta di condanna richiesta nei confronti dei quattro agenti di polizia imputati per omicidio preterintenzionale e di falso in atto pubblico per la morte di Michele Ferrulli, avvenuta il 30 giugno 2011 a Milano. I quattro poliziotti, durante il fermo dell’uomo, lo avrebbero picchiato ripetutamente e con una violenza inaudita. Ferrulli, secondo quanto emerse dalle perizie, morì a causa di un arresto cardiaco, provocato dalla paura. Ma questa ipotesi non ha mai convinto del tutto.

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