Privatizzazioni, la faccia tosta di Passera e il dietrofront di Armani

Zitti tutti. Il saputello Corrado Passera, ex ministro del governo Monti, ha parlato. E, dall’alto della sua onniscienza, ha fatto sapere cosa ne pensa della privatizzazione delle Poste Italiane (di cui lui stesso è stato Ad): «Poste in Borsa? Un errore».

«Non si può trasformare un’infrastruttura sociale in un’azienda orientata al profitto» ci fa sapere il candidato a sindaco di Milano nel 2016 che si dice «favorevole alla privatizzazione di quasi tutte le 10.000 partecipate pubbliche». Ma Poste no.

«Sarebbe un errore. Per i cittadini. Per lo Stato. Per i contribuenti». Gli svantaggi che i cittadini, lo Stato e i contribuenti italiani trarrebbero dalla quotazione di Poste «sarebbero ben più alti dell’introito una tantum di 2 o 4 mld. Se lo Stato vuole ricavare quei soldi ci sono modi più intelligenti: scorporare e cedere in toto o in parte alcune partecipazioni (es. la compagnia di assicurazioni) oppure valorizzare il patrimonio immobiliare».

Ipse dixit. E se lo dice lui, c’è da fidarsi.

Eppure, quando l’attuale presidente di Italia Unica era ministro delle Infrastrutture durante il governo Monti e si parlava di un’altra infrastruttura “strategica”, ovvero il ponte sullo Stretto di Messina, a Passera riuscì un piccolo capolavoro: abolire il contratto con Eurolink – il contraente generale per la costruzione del ponte – con un decreto legge.

Nel dettaglio, la legge 221/12 disponeva che Stretto di Messina S.p.A. e Eurolink stipulassero un atto aggiuntivo al contratto vigente, alla luce dell’allora situazione economico-finanziaria italiana. Questo accordo doveva essere sottoscritto entro il 1° marzo 2013, pena l’annullamento del contratto in ogni sua parte. L’accordo non fu firmato e il 15 aprile 2013 la società Stretto di Messina SpA fu messa in liquidazione (e molti dipendenti “trasmigrarono” in ANAS, ma questa è un’altra storia).

«Non si è mai visto che un contratto viene abolito per legge» ha commentato laconico Pietro Salini di Impregilo (all’epoca a capo dell’ATI Eurolink) che andò dritto dritto al tribunale di Roma chiedendo 630 milioni di danni più interessi. Pur di non pagare, il Governo adesso sta valutando se è il caso di “resuscitare” l’opera. E bravo Passera. Clap clap clap.

Tornando al discorso delle privatizzazioni, va detto che in Italia non hanno mai avuto molta fortuna, risolvendosi spesso in un discutibile arricchimento di forti gruppi privati. L’ex presidente Pietro Ciucci, cresciuto professionalmente nell’IRI, conosceva bene questi rischi. Eppure stava lavorando alacremente in tal senso.

Qualche malpensante ipotizzò che tutta questa solerzia fosse dovuta al desiderio di Ciucci di far sì che con la privatizzazione non fossero più applicati i limiti ai compensi. Lui assicurò che, per allora, non sarebbe stato più in ANAS. Ma sicuramente non immaginava di essere “dimissionato” prima del tempo.

Adesso, con il nuovo presidente Armani, c’è un dietrofront sul discorso privatizzazione: non è una soluzione, ha spiegato in un’intervista al Fatto. «Non capisco perché per fare le cose per bene lo Stato debba privatizzare. L’ANAS è un patrimonio importante, vale 22 miliardi di euro, e può svolgere bene la sua missione».

Con quali soldi? «Lo Stato trasferisce ogni anno all’ANAS 2 miliardi. Propongo che smetta e l’ANAS diventi finanziariamente autonoma». Auguri.

 

 

 

 

 

 

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