Lavorare a Disneyland: test psicologici e tunnel sotterranei

Forse ha ragione Bansky, che con Dismaland ha denunciato lo strapotere della Disney e i suoi modi di lavorare non propriamente da favola. A gettare fango sul colosso di fiabe e cartoni animati adesso è un ex dipendente di Disneyland che svela i retroscena del parco di divertimenti (per chi non ci lavora) più famoso al mondo.

Lui è M. è un ragazzo portoricano (a Disneyland interpretava Aladdin infatti) e racconta le situazioni più assurde in cui si è trovato a doversi destreggiare. Dai test psicologici ai tunnel sotterranei, passando per la pipì che cola tra le gambe.

“Diciamolo una volta per tutte: il personale non è giovane. Non sono teenager, ma donne e uomini adulti, dei fanatici totali che conoscono ogni singola battuta dei film Disney e abitano in case tappezzate di poster. Per loro è tutto come Matrix, The Sims, Second Life o qualsiasi altra realtà virtuale. Alloggiavamo in un residence recintato, sotto la minaccia costante di essere licenziati. Per entrare servivano i pass Disney, e in fatto di alcol vigeva una politica di tolleranza zero. Frequentavo messicani, scozzesi e giapponesi, i più divertenti insomma, ma condividevo la casa con un cinese, un giapponese, un marocchino, un inglese e un americano.” Racconta l’ex dipendente.

Ci sarebbe la Disney University, e ci si può specializzare in cose come servizio clienti, sorrisi, lingue straniere. Non esistono quaderni, ma Qui-Quo-Qua-derni. Io stesso ho frequentato delle lezioni, ma non che ne vada fiero. E poi fanno questa cosa terribile a inizio corso… l’insegnante è in ritardo e salta fuori un tizio che si spazientisce e finisce per lamentarsi di tutto e di tutti. Questo tizio è in realtà l’insegnante, in incognito ovviamente, che sta lì e cerca di psicanalizzarti per capire se sei in grado di gestire le situazioni di confusione e stress. Vuole spingerti ad andartene o a criticare la Disney, tutto per vedere se riesci a mantenere una certa professionalità di fronte a ogni tipo di evenienza. È una cosa da matti, perché proprio quando sei sul punto di cedere e dargli ragione, lui se ne esce con “Ok, ecco chi sono veramente: mi chiamo Steve, e lavoro per la Disney.” Seguono gli applausi, in un’atmosfera di totale ammirazione per la genialità del test.

I visitatori vedono il castello e le varie attrazioni, ok. Ma non sanno che sottoterra, per tutta la superficie del parco, c’è un reticolo di gallerie riservate ai dipendenti. I lavoratori Disney devono essere invisibili, così finiscono per passare il 30 percento della loro giornata nel sottosuolo, manco fossero criceti. È un po’ come ne I Trasfigurati, da fuori sembra tutto rose e fiori, ma dentro c’è del marcio. Ricordo che il primo giorno ci hanno portato in giro per una visita guidata, e una volta sceso nel tunnel mi sono imbattuto in Cenerentola. Era senza parrucca, attaccata a una sigaretta, e si lamentava di quanto fosse stanca. Poco dopo l’ho ritrovata in superficie, sorridente e intenta a mettersi in posa per le foto, mentre nella mia testa echeggiava ancora la sua frase di congedo, “Odio la mia vita.”

I bambini erano sempre lì a tirarmi i pantaloni e a fare le stesse domande—”Posso salire sul tuo tappeto volante?”, “Mi fai parlare col Genio?”, “Sei più veloce di Tarzan?”—ma non ho mai provato il desiderio di ucciderli. I genitori, però, sì: dispensando sorrisi a destra e manca congetturavo su come spingerli nella laguna o picchiarli con la mia scimmia finta. I genitori che viziano i figli all’inverosimile sono malati, malvagi. Li odiavamo. Erano tutti insofferenti, maleducati, per lo più tedeschi, grassi e brutti.

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