Filippo Corridoni: a cento anni dalla morte il suo pensiero è sempre attuale (parte1)

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Cento anni fa moriva, colpito alla fronte da un proiettile austriaco, Filippo Corridoni, padre del sindacalismo nazionale e rivoluzionario in Italia.

Per l’occasione, su tutto il territorio nazionale, si svolgeranno manifestazioni e convegni per ricordare la figura del sindacalista/soldato che agli albori del ‘900, seppur per pochi anni, seppe rappresentare la voglia di riscatto dei lavoratori italiani in una società che si stava trasformando da agricola a industriale.
Anche noi dell’Ultima Ribattuta vogliamo ricordare e onorare, con gli articoli di oggi e domani, la figura di questo Grande Italiano che è stato anche un grande Rivoluzionario nel senso lato dal momento che, per i suoi tempi, era un uomo che seppe interpretare la figura del sindacalista, come una missione a favore e a tutela dei lavoratori.

La figura di Filippo Corridoni è ricordata, principalmente, come quella del giovane soldato interventista che muore alla trincea delle frasche alla testa di un plotone di soldati decimato dei suoi ufficiali. Non tralasciando l’eroismo del soldato Corridoni vogliamo, invece, ricordare Corridoni come “quell’Apostolo del Lavoro”, così definito da Benito Mussolini, che però era schivo da legami partitici e politici pensando solo e sempre che chi difende i lavoratori non può vincolarsi a fazioni o partiti se non alla difesa degli interessi della nazione e dei suoi cittadini.

Definito il Padre del Sindacalismo Nazionale e rappresentante italiano di quel Sindacalismo Rivoluzionario propugnato in Francia e in tutta Europa da George Sorel, oggi Corridoni è più attuale che mai e va riproposto ai nostri giovani (e non solo) come l’esempio di una dedizione al Lavoro inteso nel senso più completo del termine che soprattutto mira, come avrebbe voluto Corridoni, al raggiungimento di quello Stato Nazionale del Lavoro che non metta in contrapposizione datori di lavoro e lavoratori ma li unisca in un concetto di “reale” Partecipazione sia alla gestione dell’impresa che alla divisione dei suoi utili.

Nato a Pausula (oggi Corridonia), in provincia di Macerata il 19 agosto 1887 cadde in combattimento sul Carso, alla “trincea delle frasche” il 23 ottobre 1915.

Inizia a lavorare, nel 1905, presso la ditta Miani-Silvestri come disegnatore e s’impegna da subito nella lotta sociale militando nelle fila del Sindacalismo Rivoluzionario. Nel 1908 assieme a Alceste De Ambris, altra storica figura del sindacalismo rivoluzionario, organizza a Parma il più grande sciopero agrario dei sindacalisti rivoluzionari che avevano in Georges Sorel il loro riferimento Ideologico e da cui Corridoni aveva appreso che “la vita è lotta, sacrificio, conquista, un continuo superare se stessi”.

E Filippo Corridoni mise in pratica questo insegnamento “superando se stesso” in ogni momento della sua attività di sindacalista prima e di soldato poi fino a divenire un “mito” che ancora oggi viene ricordato per l’esempio che seppe dare ai suoi coetanei.

Nel 1909 è segretario della camera del lavoro di San Felice sul Panaro fino a che nel 1912, a seguito di una scissione della Confederazione Generale del Lavoro (CGdL), nasce a Modena l’Unione Sindacale Italiana (USI). Corridoni partecipa al congresso istitutivo dell’USI uscendo dalla CGdL assieme ad altri esponenti di spicco come i fratelli De Ambris e Giuseppe Di Vittorio che diverrà, dopo la seconda guerra, Segretario Generale della CGIL. Nel 1913 a Milano viene istituita, su iniziativa di Corridoni, l’Unione Sindacale Milanese (USM) che riesce a raccogliere adesioni e consensi tra i lavoratori metallurgici, gassisti, del vestiario dei tappezzieri di carta e decoratori categorie produttive all’epoca importantissime alla testa dei quali organizzò scioperi e manifestazioni sindacali. Il primo maggio dello stesso anno vi è la prima grande manifestazione dell’USM che vede arrivare all’Arena di Milano 50.000 lavoratori che ascoltano l’intervento di Corridoni inneggiante al sindacalismo rivoluzionario e propone una serie di scioperi che si svolgono nelle settimane successive. Alla fine di maggio il Prefetto di Milano Panizzardi fa arrestare Corridoni dichiarando che “è fuor di dubbio che il movimento va prendendo carattere rivoluzionario”.

Aveva ragione il Prefetto Panizzardi perché rivoluzionarie per l’epoca (e anche per oggi) erano le parole che il giovane sindacalista andava urlando per i comizi: “Il popolo non crede ai cultori delle cedole bancarie. Crede all’azione, a chi gli indica le vie del destino. Crede soprattutto a chi gli aprirà le strade vere della giustizia sociale”.

Il 7 giugno del 1914 ad Ancona, al termine di un grande comizio sindacale avvengono disordini provocati dalla polizia che spara sulla folla e uccide tre manifestanti provocando la reazione dei lavoratori che dette vita a quella che venne definita la “settimana rossa”. L’eccidio scatenò in tutta Italia manifestazioni che videro sindacalisti e politici socialisti arringare alle folle che partecipavano alle manifestazioni. A Milano, il 9 giugno, dopo tre giorni consecutivi di manifestazioni, all’Arena parlarono esponenti socialisti, sindacalisti, anarchici e repubblicani ma al termine della manifestazione vi furono scontri con la polizia e Corridoni fu selvaggiamente picchiato e arrestato. Mentre Corridoni è in carcere scoppia la “grande guerra” che vede da una parte, gli imperi di Germania, Austria e Ungheria e dall’altra le democrazie occidentali, Francia e Gran Bretagna. Corridoni capisce che la guerra, una volta conclusa, non lascerà le cose come erano prima del suo inizio e, uscito dal carcere, organizza, assieme ad Alceste De Ambris, il movimento interventista milanese e fondando il Fascio Rivoluzionario d’ Azione Internazionalista cui aderirono anche Amilcare De Ambris, Michele Bianchi, Angelo Oliviero Olivetti.
L’ interventismo dei socialisti come Corridoni, Mussolini, De Ambris fu la causa della prima frattura all’interno del partito socialista che voleva rimanere nel limbo sterile di un neutralismo di facciata. (continua)

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