Filippo Corridoni: a 100 anni dalla morte il suo pensiero è sempre attuale (parte 2)

Corridoni e Mussolini

Forse è proprio l’interventismo la causa “occasionale” del connubio tra Corridoni e Mussolini in quanto non vi è nessuna prova di una intesa politica organica fra loro stante anche le differenze caratteriali dei due.

Corridoni spontaneo, sanguigno e pronto a gettarsi nella mischia contro un Mussolini più propenso alla riflessione politica e calcolatore. E’ a questo punto della sua vita, però,  che l’attività sindacale di Corridoni comincia  ad intrecciarsi e a confondersi con la politica. In occasione di uno sciopero dei gassisti Corridoni va a Parigi in quanto la società del gas era proprietà dei francesi ed ottiene condizioni vantaggiose per i lavoratori ma al suo ritorno in Italia viene arrestato di nuovo alla stazione di Verona, trasferito a San Vittore.In carcere Corridoni scrive il libro che può essere definito in suo testamento spirituale: “Sindacalismo e Repubblica”. Quel testo rappresenta la testimonianza più concreta e vera del pensiero Corridoniano dove il sindacalista esprime una profonda analisi critica della pratica e della dottrina sindacale puntando sempre al conseguimento irrinunciabile volto alla rivoluzione sociale attuata dai lavoratori. Filippo Corridoni vede il sindacato come un organismo autonomo e fondato sulla democrazia diretta e anti partitica, per la nazione armata e un federalismo basato sul decentramento del potere.

Leggendo Sindacato e Repubblica si capisce come Corridoni voglia far crescere culturalmente quel “proletariato”, considerato un patrimonio esclusivo della sinistra, per accompagnarlo su un processo di crescita teso a “nazionalizzare” il proletariato stesso.

L’Interventismo di Corridoni si colloca in questo percorso di crescita culturale che vedeva nella sconfitta degli “Imperi Centrali” della Grande Guerra la possibilità, per i lavoratori italiani ed europei, di ridisegnare gli equilibri sociali all’interno di una logica “rivoluzionaria”.

Sono queste le basi su cui il “giovane sovversivo”, come veniva definito Corridoni dalle autorità del tempo, poggia tutta la sua propaganda interventista fino ad arruolarsi volontario e a partire per il fronte.

Cinque giorni prima del mitico 24 maggio, giorno dell’entrata in guerra dell’Italia, Filippo Corridoni parlando di fronte a 50.000 persone in piazza Duomo a Milano disse: “Dopo la guerra ognuno di noi riprenderà il suo particolare apostolato, dopo la guerra ognuno di noi ritornerà monarchico, repubblicano, socialista oppure sindacalista; oggi esiste un solo partito: l’Italia; un solo proposito: l’azione, perché la salvezza dell’Italia è la salvezza di tutti i partiti”.

Il sindacalista sarà tra i primi a partire volontario per il fronte dove, dalle poche cronache del tempo, si sa che il giovane Corridoni, nonostante le limitazioni fisiche,  non si risparmiava nei combattimenti. Il 23 ottobre 1915 il 32° reggimento fanteria (Brigata Siena) composto dai volontari milanesi organizza l’assalto alla Trincea delle Frasche occupata dalle forze nemiche. Dino Roberto, volontario milanese e suo fraterno amico, avendo partecipato a quella battaglia, ricorda così l’amico: “Corridoni durante l’espugnazione della trincea era rimasto miracolosamente illeso. S’era visto cadere tra le braccia l’amico Robolini. Nella trincea conquistata non c’erano ufficiali. Egli assunse la responsabilità del comando, tra il frastuono della battaglia e le grida disperate dei feriti. Due violenti ritorni offensivi del nemico furono ributtati, mentre incombeva la minaccia di aggiramento alle ali. Corridoni allora con pochi uomini si precipitò alla difesa della destra. La situazione però si faceva critica. Gamberoni fu mandato in cerca di rinforzi. Mentre questi arrivavano, Corridoni, levatosi in piedi per additare loro la strada agitando il berretto e gridando: “Vittoria,vittoria, viva l’Italia” cadde colpito alla fronte da una palla nemica. Fu vano ogni soccorso”.

Un altro testimone oculare, il maggiore De Martino, comandante della I Brigata del 32° Reggimento, narrò in seguito: “Durante l’assalto trovai Corridoni sulla trincea nemica, con una mano stringeva il berretto che aveva agitato come un vessillo. (…) Avvenne così, spontaneamente, una breve sospensione del combattimento. Col tenente Scartasini frugammo dappertutto per trovare il cadavere di Pippo Corridoni, dove io l’avevo visto poche ore prima non c’era più . (A. Scrimali, F. Scrimali, Il Carso della Grande Guerra. Le trincee raccontano, Edizioni Lint, Trieste1992, pp. 322, 335-339, rid.).

Filippo Corridoni fu insignito della medaglia d’oro al Valor militare alla memoria il 30/4/1925 con la seguente motivazione: “Soldato volontario e patriota instancabile, col braccio e con la parola, tutto se stesso diede alla Patria con entusiasmo indomabile. Fervente interventista per la grande guerra, anelante della vittoria, seppe diffondere la sua tenace fede fra tutti i compagni, sempre di esempio per coraggio e valore. In testa alla propria compagnia, al canto di inni patriottici, muoveva fra i primi, e con sereno ardimento, all’attacco di difficilissima posizione, e tra i primi, l’occupava. Ritto con suprema audacia sulla conquistata trincea al grido di “Vittoria! Viva l’Italia!” incitava i compagni che lo seguivano a raggiungere la meta, finché cadeva fulminato da piombo nemico. Trincea delle Frasche (Carso), 23 ottobre 1915”.

Con la morte e soprattutto la scomparsa del suo corpo, Filippo Corridoni entra nell’alveo dei grandi Miti da portare ad esempio per tutti i giovani e per tutte le generazioni. Benito Mussolini scrisse di Corridoni: “ ..era un nomade della vita, un pellegrino che portava nella sua bisaccia poco pane e moltissimi sogni, e camminava così, nella sua tempestosa giovinezza, combattendo e prodigandosi senza chiedere nulla. Volle che alla sua predicazione seguisse l’azione, e ne partì volontario. E cadde fulminato nella morte che non corrompe le carni e non fa più soffrire..”

Aggiungere altro sull’Eroe della trincea delle frasche sarebbe irrispettoso nei confronti dell’Uomo e del Sindacalista che immolò se stesso per i suoi Ideali.

In questo ricordo, quindi, volutamente non facciamo accenni all’eredità spirituale che qualcuno si vanta di possedere. Ne parleremo ancora ma non in questo giorno,  convinti che i veri eredi del pensiero di Filippo Corridoni siano solo ed esclusivamente i lavoratori e specialmente coloro che soffrono e vengono sfruttati. A loro Corridoni deve aver pensato quando pronunciò queste parole che rimangono indelebili nel libro della storia del Sindacalismo Italiano: “Ho amato le mie idee più di una madre, più di qualsiasi amante cara, più della vita. Le ho servite sempre ardentemente, devotamente, poveramente. Ché ancora  la povertà ho amato, come San Francesco d’Assisi,e frà Jacopone, convinto che il disprezzo delle ricchezze sia il migliore ed il più temprato degli usberghi per un rivoluzionario”. Grazie Filippo. Grazie Grande Apostolo del lavoro. (fine)

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