Expo verso la chiusura: analisi semiseria del mega evento

Expo

Expo-pessimisti, expo-tragici, expo-tragicomici, expo-ottimisti, expo-oltranzisti. In qualche modo, devi essere expo-qualcosa, altrimenti sei fuori.

Puoi fare il superiore e ignorarlo ma anche in questo caso appartieni ad una categoria ben precisa, quella degli expomenefreghisti. Al massimo vai alla Biennale di Venezia, quella sì che è una rassegna di qualità per gente che ne sa. O magari, nonostante tutto, un saltino all’Expo lo fai perché la curiosità è troppa, ma metti subito in chiaro con amici e/o fidanzata: niente foto su Facebook e/o Instagram, distinguiamoci dal popolino. Al massimo un pensiero profondo su un blog impegnato, mica roba da expottusi. Ci sono poi gli expossessivi: loro non pubblicano foto, ma album di 150 scatti a botta e si immortala perfino il netturbino pakistano che raccoglie i mozziconi. Senza dimenticare il selfie con l’autista dell’autobus che di prima mattina ha ancora l’occhio assonnato. Più che esposizione universale, insomma, sembra esperimento sociale. E qui il primo tema semiserio.

A che serve Expo? In teoria, dovrebbe essere una vetrina stracolma di innovazione e futuro, un momento di riflessione, un approfondimento filosofico e scientifico. Magari non la pensano così gli expobesi che si strafogano di hot dog ai baracchini che nemmeno fuori dalle discoteche di Riccione. Forse se ne fregano anche gli expo-anoressici che pensano solo al sashimi di dromedario.

Non la pensa così, probabilmente, l’amministratore delegato di Expo Giuseppe Sala, in odore di candidatura a sindaco renziano di Milano con buona pace delle primarie degli expo-democratici: l’operazione di marketing è da 10 e lode, sulla profondità del messaggio un bel discorsetto si potrebbe fare. No, non si tratta di fare gli exporadicalchic, solo dopo mesi/anni di expobombardamento mediatico qualche puntino sulle “i” si potrà pur mettere. Magari facendo un salto di expo-stupore quando tra sostenibilità e tipicità ti si piazzano davanti McDonald’s e Coca Cola, giganti coloratissimi che ti spiegano quanto sia importante vivere e mangiare sano. Molti expo-dellasalutemifacciounbaffo preferiscono scolarsi birre giganti nella zona olandese, dove si beve e si balla a ritmo di techno assordante. Per mangiare ti tocca svuotare non poco il portafoglio e pensi che per nutrire il pianeta possano bastare anche un paio di panini cotto e formaggio preparati dalla mamma. Ma Expo, appunto, non è una fiera della salamella.

E’ o dovrebbe essere un punto di incontro di idee sul domani. Non andarci, in ogni caso, è roba da expo-besughi, perché al netto di ogni ironia Expo è una cosa mastodontica, monumentale, significativa. Come un concerto dei Rolling Stones: magari preferisci i Beatles perché sono più melodici, ma se lo fanno nei paraggi un salto è dovuto. In 22 milioni hanno passato il QR code ai tornelli, troppo pochi gli stranieri secondo le statistiche, ma il successo è certificato. La vera notizia, per ora, è la totale assenza di expo-tangentisti, expocorruttori, expoabusatorid’uffici, expoturbatorid’aste, expotaroccatorid’appalti. Alcuni lo chiamano “rinascimento milanese”. Secondo altri succederà il finimondo quando si esauriranno le code chilometriche davanti ai padiglioni del Giappone e degli Emirati Arabi.

Oggi, piaccia o no, siamo tutti un po’ expo-fagocitati dalle luci dell’albero della vita, in attesa dell’albero di Natale e del panettone dopo il cappone e i cotechini (quello sì che è nutrimento come Dio comanda). Nel frattempo, il “milanese imbruttito” non vede l’ora di piazzare il commento definitivo: “E anche sto Expo ce lo siamo levati dai coglioni!”.

di Marco Vailati

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