Rai, il cerchio magico si stringe e strangola i Gubiboys

Valerio Fiorespino

Con l’avvicendamento Gubitosi-Campo dall’Orto, inizia finalmente a diradarsi il “clima vischioso e omertoso” che ha finora caratterizzato la gestione di viale Mazzini. E le figuracce degli uomini di “Giggino” sono esilaranti: non da ultima, quella di Valerio Fiorespino che si merita il premio “faccia di bronzo”.

Dopo gli ultimi fatti di cronaca riguardanti la gestione degli appalti in Rai durante la gestione Gubitosi abbiamo aspettato un po’ prima di commentare. Attendavamo, infatti, che qualche dirigente del “cerchio magico” (uno tra quelli coinvolti nei processi decisionali del verminaio degli appalti truccati e del mare di soldi distribuiti in tangenti) avesse la decenza di spiegare come mai la Guardia di Finanza sia stata costretta a “notificare un decreto di esibizione” per ottenere gli audit e iniziare così a scoprire un po’ delle porcherie fatte in Rai negli ultimi anni.

La domanda che subito viene in mente, però, è: perché queste nefandezze, anziché essere inviate immediatamente alla Procura della Repubblica, sono state tenute nascoste agli inquirenti durante la gestione del “moralizzatore” Gubitosi e dei suoi accoliti?

Parlando di questi ultimi, i famigerati “Gubiboys”, non è passata inosservata la figuraccia fatta da Valerio Fiorespino nel rispondere con mezze frasi imbarazzate alle domande di Paolo Mondani di Report. Dopo questa performance si può tranquillamente affermare che il titolo di “faccia di bronzo” è ufficialmente suo. L’avete visto? Fiorespino sembrava seduto sui carboni ardenti, con quel profilo pasoliniano tirato e la muscolatura del viso tesa come la pelle di un tamburo. Lui, il pilastro della finta moralizzazione gubitosiana, colpevole di aver dichiarato il falso nel corso di un audit sulle vergognose malefatte della sua protetta Chiara Galvagni, ha risposto alle domande in modo esilarante: «Per appalti o acquisti superiori ai 50mila euro è previsto un collaudo collettivo che non risulta sia stato fatto. Quindi non è che siano inesistenti: hanno dei profili di irregolarità».

Una risposta del genere meriterebbe un calcio nel sedere. E quando il perfido Mondani gli chiede per quale motivo, una volta accertati i fatti “inquietanti” riguardanti il comportamento del direttore della fotografia di Sanremo, questi non erano stati portati all’attenzione della Procura della Repubblica per un approfondimento giudiziario, qual è la risposta di quella “faccia di bronzo” di Fiorespino? «L’Audit lo abbiamo trasmesso alla Magistratura… Lo abbiamo trasmesso alla Magistratura contabile».

Sì, avete capito bene: Fiorespino gioca con la parola “magistratura”. Evidentemente aveva terminato la carta intestata per mettere in copia anche la Procura e gli era finito anche il credito per poter inviare una e-mail.

Ma come? Il campione della moralizzazione Gubitosi era andato in Procura, con tanto di telecamere e pennivendoli al seguito, per denunciare un gruppo di giornalisti del Tg1 (“colpevoli” di aver percepito qualche migliaio di euro per straordinari notturni a suo parere non dovuti) e non aveva trovato il tempo per denunciare una truffa da 35 milioni di euro?

Com’è possibile? È facile da spiegare: il “moralizzatore” e il gruppo di dirigenti ipocriti del suo clan utilizzavano gli audit solo per crearsi un alibi. Basti pensare alle risposte date in merito alla denunzia di Piero Di Lorenzo: in quell’occasione Gubitosi disse che aveva ordinato un Audit, ma che non era emerso alcunché.

Era falso. Nelle stesse pagine dell’Audit, tra le tantissime altre “anomalie” segnalate, era stata messa a verbale la prova che le dichiarazioni di Fiorespino e della sua pupilla Chiara Galvagni erano menzognere. Eppure nessuno ne ha tratto la benché minima conseguenza.

Gli Audit ordinati da Gubitosi e realizzati dal suo clan non servivano a prendere provvedimenti in merito alle irregolarità emerse, ma erano fatti solo per dire di aver adempiuto al proprio “dovere” salvo poi insabbiare tutto (e se qualcuno non è d’accordo, ci quereli pure). Sì perché qualora, nonostante la generosità degli inquirenti interni, fosse emerso qualcosa di maleodorante era sufficiente non prenderne atto e, alla fine, negare tutto, persino alla Magistratura.

Se questa banda di ipocriti avesse veramente voluto fare il bene dell’azienda, avrebbe potuto far emergere i casi di infiltrazione mafiosa nel sistema degli appalti Rai (che non è solo quella eclatante del bar) almeno due anni prima. Per farlo, sarebbe stato sufficiente chiamare Piero Di Lorenzo e farsi spiegare con calma quanto già dichiarato durante l’ormai nota conferenza stampa del settembre 2013.

L’imprenditore che durante la puntata di “Report” ha denunciato alcune irregolarità, in realtà aveva già parlato in passato con Di Lorenzo di tanti altri episodi, in presenza di testimoni che alla fine hanno persino sottoscritto un verbale dell’incontro.

Ma, purtroppo, Gubitosi e il suo clan non volevano far emergere le illegalità denunciate da Di Lorenzo. Si sono, invece, impegnati per fargli la guerra e per escludere la sua azienda, la LDM, dagli appalti Rai con la stupida scusa della qualità del prodotto. E così hanno fatto in modo che chi aveva deciso di parlare allora (con due anni di anticipo) e denunciare gli illeciti di cui era a conoscenza ha finito con l’edulcorare le accuse davanti al Pm Galanti, per paura di perdere il lavoro.

È stato proprio il Pm a mettere per iscritto che, pur essendo convinto che Di Lorenzo dicesse la verità, non poteva sostenere l’accusa poiché, “a causa del clima vischioso ed omertoso” (e cioè mafioso) che vigeva in Rai, non era riuscito raccogliere le prove e le testimonianze sufficienti a reggere la richiesta di rinvio a giudizio per i cialtroni denunciati.

E chi ha reso possibile questo clima in Rai? Chi ha protetto il sistema mafioso vigente in viale Mazzini? Dov’erano il Dg e i direttori mentre accadevano queste cose? Loro che avevano il potere di fare pulizia o insabbiare le denunce, cosa hanno scelto di fare?

Questo gruppo dirigente, purtroppo, era accecato dal proprio delirio di onnipotenza e dalla certezza dell’impunità dovuta al grumo maleodorante delle relazioni (vere e proprie complicità) con una parte del sistema politico e dei media che ne approvavano e coprivano le malefatte.

Ma ora che è cambiato il “manico” finalmente il muro dell’omertà comincia a sgretolarsi. E così quegli stessi soggetti che per quasi tre anni hanno combattuto senza tregua Di Lorenzo pur di insabbiare le sue denunce oggi dichiarano senza vergogna: «è stata aperta un’analisi interna per accertare i fatti e identificare eventuali carenze nella comunicazione con l’autorità giudiziaria».

Ma quali analisi? Quali carenze? È tutto fin troppo chiaro: una cricca di dirigenti senza pudore ha volutamente evitato che il malaffare venisse alla luce. Si è impegnato a demotivare chi, nauseato o costretto, era pronto a parlare e denunciare il sistema mafioso e criminale che inquinava la Rai.

Ecco, questo gruppo di dirigenti, che non ha più alcuna legittimazione morale per gestire ancora danaro pubblico, va cacciato a calci nel sedere, ancor prima che arrivi la Magistratura a fare il suo lavoro.

Non solo. A questi signori la Rai, dopo aver trattenuto l’importo dell’indennità di fine rapporto, dovrà chiedere un risarcimento danni. Infatti, dopo aver brigato in modo disgustoso per non far emergere il verminaio che spolpava la Rai, queste persone senza vergogna hanno cercato di intimidire chi osava sfidare il loro potere invischiando la Rai nella causa (solo) civile contro l’Ultima Ribattuta e Piero di Lorenzo, creando danni pazzeschi all’immagine della loro azienda.

A questo punto occorre che gli avvocati incaricati da questo clan e dal loro ex capo di sostenere le loro ridicole tesi si trasformino in maghi e non prestino troppo ascolto alla loro coscienza professionale. Anche se è inevitabile che, alla fine, la cricca verrà travolta impietosamente dalla realtà dei fatti.

D’altra parte, l’Ultima Ribattuta ha impiegato un anno per ottenere l’inizio del disboscamento criminale in Anas. Per la Rai c’è voluto il doppio del tempo, perché il gruppo di potere operante in viale Mazzini, oltre ad avere l’arma di ricatto del portafoglio pubblicitario, aveva tante altre possibilità per comprare il silenzio della stampa e non solo.

Basti pensare che alla ormai celebre conferenza stampa di Piero Di Lorenzo del 2013 dal titolo “Interferenze mafiose nel sistema degli appalti Rai” intervenne una giornalista di un’importante testata nazionale. La signora si mostrò ovviamente molto interessata all’argomento e, nell’andare via, chiese un’intervista in esclusiva. Peccato che poi non pubblicò nemmeno una riga. Guarda caso, in quei mesi la Rai stava finanziando un’operazione di quella testata (oltre alle “carinerie” milionarie fatte a qualche famigliare del direttore del giornale in questione) così che alla fine il risultato fu il silenziamento di quanto stava avvenendo in viale Mazzini.

Fortunatamente per noi e sfortunatamente per loro, le cose stanno cambiando, sia in Rai sia nel Paese. I grumi di potere che per decenni hanno “maramaldeggiato” nei confronti dell’economia italiana ora stanno ricevendo colpi pesanti. Anche in Rai sta arrivando il vento che spazzerà via le incrostazioni vergognose che hanno caratterizzato soprattutto gli ultimi anni. Aria nuova, di cambiamento. E verrà presentato il conto sia a quelli che stanno, purtroppo, ancora ai loro posti, sia a quelli che hanno già tolto il disturbo.

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