L’ingresso dell’Italia nell’euro: è stato veramente un golpe?

La domanda è sorta spontanea in tutti quei politici, economisti, giornalisti o semplici pensatori , che in questi anni ( di profonda crisi economica) si sono iniziati a chiedere non soltanto perché l’Italia abbia deciso di adottare l’euro, ma come, lo abbia fatto. Intendendo dire, attraverso quale processo, quale percorso politico-normativo, i governi italiani (anzi il governo italiano) abbiano deciso di adottare la cosiddetta “moneta unica”. La stessa domanda deve essersela posta anche il giornalista Angelo Polimeno, cronista parlamentare e inviato del Tg1, che infatti sul tema ha deciso di scrivere un libro dal titolo piuttosto eloquente: “Non chiamatelo euro.

Germania e Italia. La vera storia di una moneta illegittima”. Un’esortazione, quella contenuta nel titolo del volume di Polimeno , che deriva dall’analisi delle tappe che a partire dal 1992, hanno portato l’Italia all’ingresso nel club di Eurolandia. Un percorso che Polimeno non fatica a definire “difficile e ad ostacoli”, iniziato in “uno degli anni più bui della giovane storia repubblicana”. Il 1992, appunto. Nel quale, la tenuta della democrazia italiana, come è noto, è stata messa a dura prova da un insieme di fatti, accaduti uno dietro l’altro, che, per dirla con lo stesso Polimeno “hanno finito per accrescere le preoccupazioni europee sulla tenuta del sistema politico ed economico italiano”. Dall’inchiesta Mani Pulite, all’”attacco alla lira” operato dal finanziere George Soros, passando per le stragi di mafia (Capaci e via D’Amelio), e gli avvicendamenti di natura politica che hanno riguardato non solo Palazzo Chigi ma anche il Quirinale. Con le dimissioni anticipate dell’allora presidente Francesco Cossiga, che negli ultimi mesi del suo mandato, aveva iniziato a scuotere il sistema con le proverbiali “picconate”; e il cambio della guardia a Palazzo Chigi, con l’arrivo del socialista Giuliano Amato,nel mese di luglio, dopo le dimissioni del settimo governo Andreotti rassegnate nel mese di aprile. In mezzo la firma del trattato di Maastricht avvenuta nel febbraio dello stesso anno. Può esserci un legame tra tutti questi avvenimenti? Forse. Ma non è questa la domanda alla quale vuole rispondere Polimeno nel suo libro. Piuttosto, il giornalista, vuole capire per quali ragioni, l’euro sia nato in un modo per poi essere cresciuto in un altro. Come un bambino che ad un tratto della sua vita, inizia a prendere una strada che non è quella che gli avevano indicato i suoi genitori. L’euro, agli occhi di Polimeno, ma non soltanto i suoi, si è comportato proprio come questo bambino. E a un certo punto, ha iniziato a “deviare” il suo percorso. Perché? La risposta deve essere cercata, negli anni immediatamente successivi alla firma del Trattato di Maastricht.

Partendo da un premessa che è la stessa dalla quale è partito anche Polimeno: l’Italia, allo stato di quelli che erano i suoi fondamentali macroeconomici, non poteva entrare nell’Euro. O meglio, non poteva entrare nell’euro, così come era stato concepito dagli stati fondatori: la Germania e la Francia. In particolar modo, dai tedeschi i quali, sotto la guida di Helmut Kohl, avevano accettato, la proposta del governo francese guidato da Mitterand, di rinunciare al “marco pesante” , per adottare però una moneta che seguisse le regole dettate dalla Bundesbank. Di fatto, una moneta “tarata” sull’economia tedesca. L’Italia, che della Germania è sempre stato un competitor dal punto di vista commerciale, essendo essa stessa (come dicono gli economisti) uno “Stato esportatore” si è trovata dunque di fronte al bivio: accettare o meno la moneta unica, costruita secondo le regole volute dalla Germania. L’anno era appunto il 1992 e il governo italiano, l’esecutivo guidato da Giulio Andreotti. Il quale, propose per l’incarico di ministro del Tesoro, l’economista Guido Carli, già ministro in esecutivi precedenti ed ex governatore della Banca d’Italia. Una personalità, “di alto profilo” che oggi, verrebbe chiamata semplicemente “un tecnico prestato alla politica”. Il quale però, forse a differenza dei tecnici attuali, “riconosceva il ruolo della politica” a tal punto di chiedere al presidente del Consiglio Andreotti, dopo aver accettato l’incarico al Tesoro, di essere affiancato ( nei dicasteri del Bilancio e delle Finanze) da ministri “politici” che infatti furono Formica e Cirino Pomicino. Fu Carli che allora, insieme all’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, fu incaricato di rappresentare l’Italia nel corso dei negoziati di Maastricht. E fu Carli, “non senza fatica”, che riuscì a far accettare un’applicazione del trattato di Maastricht che fosse un’applicazione “dinamica”; nel senso di lasciare ai governi degli Stati membri, la “sovranità” nel decidere in quale maniera perseguire gli obiettivi fissati nel trattato. Tra i quali per esempio, gli obiettivi “di convergenza”, ossia le procedure da seguire per allinearsi con i parametri fissati a Maastricht, in materia di disavanzo del bilancio pubblico. I quali prevedevano appunto che il deficit di bilancio di uno Stato, non potesse “sforare” il tetto del 3% del Pil. In sostanza, agli stati che avessero adottato l’euro, veniva concessa la possibilità di aumentare le “uscite” rispetto alle “entrate” ma fino ad un limite massimo del 3% del Pil. Nel caso italiano di oggi, secondo questa regola, ai governi è concessa quindi la possibilità di “spendere di più” fino al limite di 50 miliardi circa, che è appunto la cifra equivalente al 3% del prodotto interno lordo. Gli altri obiettivi fissati a Maastricht riguardano il debito pubblico (il cui ammontare doveva essere equivalente ad una percentuale pari al 60% del Pil), il livello di inflazione (che non doveva superare di oltre l’1,5% quello dei 3 Stati che conseguivano i risultati migliori in materia di stabilità dei prezzi) e il tasso di interesse che non avrebbe dovuto “nel lungo termine” superare il 2% degli Stati più virtuosi.L’interpretazione voluta da Carli, non era perciò la stessa che al contrario, avrebbero voluto i “falchi” della Bundesbank, guidati allora da Karlo Otto Poehl. Un’interpretazione, che fosse cioè “meccanicistica” del trattato. I quali, per dirla con Polimeno, avrebbero voluto fare del cosiddetto “vincolo esterno”, cioè l’accettazione da parte dei governi nazionali di una rinuncia ad una porzione di sovranità su talune materie, una vera e propria “religione”. Cosa che invece Carli, pur essendo “favorevole al vincolo esterno” evidentemente rifiutava.

Ma perché allora, il percorso tracciato a Maastricht venne successivamente “deviato”? Che cosa accadde dopo la firma del trattato di Maastricht? Per rispondere bisogna risalire al biennio 1996-97. Quando l’Italia era governata dal centrosinistra guidato da Romano Prodi, uscito vincitore dalle elezioni del 1996. Prodi, ex presidente dell’Iri, volle come ministro del Tesoro, l’ex governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. Della serie, a volte ritornano, si potrebbe aggiungere. Visto che Ciampi, era sempre la stessa persona che insieme a Carli, aveva seguito i negoziati di Maastricht. E, se proprio vogliamo dirla tutta, era sempre la stessa persona che in qualità di Governatore, undici anni prima di Maastricht, aveva scelto insieme all’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta di approvare il cosiddetto “divorzio”. Cioè quell’accordo, (per alcuni scellerato), stretto tra Tesoro e Banca d’Italia, secondo il quale, quest’ultima, avrebbe smesso di acquistare i titoli di Stato (come i Btp emessi appunto dal ministero del Tesoro) che non riuscivano ad essere “collocati” (cioè acquistati )sui mercati finanziari. Così facendo, la Banca d’Italia avrebbe “garantito” ai mercati la “sostenibilità” (cioè un livello accettabile) del debito pubblico del governo italiano, e al governo stesso la “sostenibilità” dei tassi di interesse di lungo periodo. Dal 1981, cioè l’anno del “divorzio”, tutto questo non accadrà più. Sono molti economisti (tra i quali lo stesso Alberto Bagnai), a sostenere ancora oggi che i problemi dell’Italia, in termini di debito pubblico, sono iniziati proprio da lì. Cioè da quando è iniziata ad aumentare vorticosamente la spesa per interessi. Ciampi insomma, dopo l’esperienza a Palazzo Koch e quella a Palazzo Chigi (era stato infatti nominato nel 1993, “premier”, alla guida di un governo tecnico dal presidente della Repubblica Scalfaro) si ritrova di nuovo a rappresentare gli interessi dell’Italia in Europa. Questa volta, insieme a lui non c’è però Guido Carli, ma Romano Prodi. Uno che, il destino vorrà, qualche anno più tardi, diventi il presidente della Commissione Europea, cioè l’organo di governo dell’Unione Europea, nominato dai governi degli stati membri. Non sono pochi perciò coloro i quali, un po’ malignamente, ritengono che Prodi abbia “barattato”, nel vero senso della parola, l’accettazione delle nuove regole volute sempre dalla Germania, con la nomina qualche anno più tardi a presidente della Commissione. Ma di quali regole stiamo parlando? Di quelle previste da una risoluzione e dai regolamenti 1466 e 1467, approvati il 17 giugno del 1997.

Con questi regolamenti è stato introdotto quello che oggi viene comunemente chiamato “il Patto di Stabilità”. Con la differenza, che secondo illustri studiosi come il professor Giuseppe Guarino si tratterebbe di una vera e propria violazione, che le regole introdotte dai regolamenti sono andate ad “emendare” l’oggetto (cioè le norme) del trattato di Maastricht. Ma un regolamento, come sostiene Guarino e come prevede il diritto europeo, non può emendare, cioè modificare le norme di un trattato, dato che, come ricorda anche Polimeno, le norme di un trattato sono “di rango superiore”. E’ come se, per fare il caso nostro, con una legge regionale si andasse a modificare l’oggetto della Costituzione. Ma che cosa prevedono allora, questa risoluzione e questi regolamenti, di tanto “sconvolgente” rispetto al trattato di Maastricht? Con la risoluzione gli Stati membri si impegnavano ad evitare disavanzi eccessivi. E fino a qui, verrebbe di aggiungere, poco male. Con i regolamenti però, si andava oltre. Si modificava cioè l’applicazione del “vincolo esterno” voluta da Carli e accettata dai firmatari di Maastricht. Ossia, si limitava la sovranità dei governi, sottraendo loro, l’autonomia di scelta in materia di politica economica. In quale modo? Attraverso l’introduzione di norme, che conferissero alla Commissione europea il potere di sorveglianza sui bilanci dei singoli Stati e prevedessero l’avvio di procedure per “disavanzi eccessivi”. Con le quali, venivano sanzionati “nella misura di un minimo dello 0,2 e un massimo dello 0,5% del Pil”, quegli Stati che avessero “sforato” i criteri su deficit e debito previsti a Maastricht.

Come ricorda anche Polimeno, le “multe sarebbero state versate su conti infruttiferi presso la Commissione e le somme non sarebbero state restituite a quegli Stati che non si fossero messi in regola”. Ma chi ha voluto l’approvazione della risoluzione e dei regolamenti? Anche un asino risponderebbe, “che domande”: la Germania, chi l’ha voluto. Il governo tedesco, sotto dettato della Bundebank. E perché? Per “mettere in sicurezza la stabilità del sistema monetario europeo” è stata la risposta. Sì d’accordo, ma all’interno di questi regolamenti, come scrive anche Polimeno, comparivano “per la prima volta” termini come “allarme preventivo”, “costante sorveglianza”, “effetto dissuasivo” e “sanzioni finanziarie” dei quali non vi era alcuna traccia all’interno del Trattato di Maastricht. E se è vero, come sostiene il professor Guarino ( e come prevede anche il diritto dell’Unione Europea), che un regolamento, in quanto norma di rango inferiore, non può modificare un trattato, in quanto norma di rango superiore, va da sé che, come sostiene sempre Guarino, “i regolamenti devono essere considerati illegittimi”. Cioè contrari alle norme previste dal trattato di Maastricht. Per questo che il processo di costruzione dell’euro, per mezzo di questi regolamenti, avrebbe subito una “deviazione” del suo percorso iniziale. E valsero a nulla, le denunce di un premio nobel come Franco Modigliani il quale, accusava la Bundesbank di “controllare tutto attraverso una politica monetaria sbagliata che crea disoccupazione”. Praticamente, quello che a distanza di quasi vent’anni, sostengono oggi gli economisti accusati di essere “No-euro”. A questo punto, la domanda può sorgere spontanea: ma il popolo italiano (sovrano per Costituzione) di tutto questo che ha detto? Come si è espresso? La risposta è nulla. Ha detto nulla. Semplicemente perché non è mai stato interpellato. Come scrive anche Polimeno, in quel periodo, “nel nostro Parlamento in quel periodo si discuteva di altro”. E Prodi? In una lettera, pubblicata sul Corriere della Sera, in risposta ad un precedente articolo scritto da Sergio Romano, che raccontava l’ingresso dell’Italia nell’euro, scrisse di “essere convinto che l’Italia ce l’avrebbe fatta”. Per questo forse, e non come sostenuto da qualcuno, per la promessa (poi mantenuta) di essere nominato presidente della Commissione europea, avrà deciso insieme a Ciampi, di approvare quei regolamenti.

Un Commento

  1. Gianfranco said:

    Gianfranco
    Non sono un buon lettore ma una cosa ho capito che Prodi non ci ha detto tutta la verità per entrare in Europa se la sono giocata la Francia e la Germania in modo da poter vincere la guerra commerciale con l’italia e renderci loro schiavi le banche tedesche e francesi se la godono anche adesso sopprattuto in poche parole siamo schiavi dell’europa altro che unione dei popoli europei ma il popolo delle banche e u 7 dell ‘ave maria che fanno il bello e brutto mettendo delle clausole in piccolo che nessuno ha visto ma ci sono GRANDE FREGATURA👹👹👹👹👹

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