Celiachia, per la diagnosi nei giovani ora basta il test del sangue

Niente più endoscopia, fastidiosa ed invasiva, soprattutto per i più piccoli, per diagnosticare la celiachia negli adolescenti e nei bambini. Per diagnosticarla negli adulti, invece, resta necessaria la biopsia intestinale.

È quanto emerge dalle nuove “Linee Guida per la diagnosi e follow up della celiachia” del Ministero della Salute. Da oggi basterà un esame del sangue: se presentano livelli di anticorpi specifici 10 volte superiori alla norma, significa che soffrono della malattia. In questo modo, vista la minore invasività dell’esame, si spera di individuare un maggior numero di casi.

 

In Italia, infatti, i pazienti che hanno ricevuto la diagnosi di celiachia sono 180mila, a fronte dei 400mila ”sommersi”, di cui 50mila sono minori.

«Attualmente la celiachia viene diagnosticata, in prima battuta attraverso i test degli anticorpi ma, in maniera certa e definitiva, solo attraverso l’endoscopia – ha spiegato Gino Roberto Corazza, professore di Medicina Interna presso l’Università di Pavia, durante il  4° Convegno Nazionale dell’Associazione Italiana Celiachia (Aic) che si è svolto il 6 novembre a Roma -, esame invasivo e molto fastidioso con cui si preleva un pezzettino di tessuto intestinale in modo da valutarne i danni: se i villi intestinali sono atrofici è praticamente certa la diagnosi di celiachia».

Nei bambini con predisposizione genetica e con livelli di anticorpi specifici superiori di 10 volte rispetto al valore normale, i villi intestinali sono invariabilmente atrofici. Pertanto, la diagnosi di celiachia appare certa a prescindere dalla biopsia. Per loro, dunque, basterà un esame del sangue.

«Questo nuovo approccio rapido, sicuro e meno invasivo, semplifica la diagnosi e rende meno traumatico l’iter diagnostico per i bambini, agevolando l’individuazione della malattia e consentendo di ridurre le diagnosi errate – ha dichiarato Marco Silano, membro del gruppo di lavoro che ha definito le nuove raccomandazioni e Direttore del Reparto di Alimentazione, nutrizione e salute dell’Istituto Superiore di Sanità -. Le linee guida sottolineano con forza anche l’importanza di un attento follow-up con controlli e scadenze regolari: il primo a un anno dalla diagnosi, e successivamente ogni due anni, salvo complicanze, con particolare riferimento all’età adolescenziale, dove l’aderenza alla dieta senza glutine è spesso ridotta».

«Avere un iter chiaro e preciso per la diagnosi è fondamentale non solo per uniformare i percorsi diagnostici su tutto il territorio nazionale ma soprattutto per aiutare a riconoscere un maggior numero di casi» ha sottolineato Giuseppe Di Fabio, Presidente Aic.

«Nel nostro Paese – continua Di Fabio – si stima che a fronte dei circa 180mila pazienti diagnosticati a oggi, ci sia un esercito di 400mila italiani, di cui 50mila bimbi, che non sa ancora di essere celiaco e, nonostante le diagnosi siano ancora così poche, si calcola che il 20% siano errate. Ciò significa che solo il 25% dei celiaci è diagnosticato, gli altri non sanno di esserlo e mettono a rischio ogni giorno la loro salute. Servono in media ancora 6 anni per giungere alla diagnosi, sprecando denaro pubblico con esami inutili e costosi e ritardando l’inizio della terapia, unica prevenzione alle gravi complicanze della celiachia. Questo protocollo va dunque nel solco della più generale politica sanitaria, che, pur contenendo la spesa, ha chiaro l’obiettivo di diagnosi rapide e corrette».

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