Rai: i “flop” di Nostra Signora della Fiction e la due diligence di CdO /2

Tinni Andreatta

Già il primo impatto tra Antonio Campo Dall’Orto e Tinni Andreatta non si era rivelato troppo brillante. Nostra Signora della Fiction, che nei tre anni di gestione Gubitosi aveva potuto dare libero sfogo al suo delirio di onnipotenza‎, fu subito ridimensionata.

Abituata a fare il proprio comodo grazie ai vecchi rapporti familiari con la presidente Annamaria Tarantola e con un dg perfettamente allineato con la lobby Opus Rai, si vide trattare freddamente dal nuovo venuto. Non sapeva che CdO era stato messo sull’avviso da parecchi amici su come funzionava la “gallina dalle uova d’oro” (duecento milioni di budget) di viale Mazzini.

Mi faccia avere un DVD con tutte le prime puntate delle fiction in programmazione per l’autunno‘, aveva tagliato corto di fronte alle magnificenze produttive che la Andreatta tentava di illustrargli.

Quando il dvd era arrivato, CdO voleva buttarsi dalla finestra dell’ufficio al settimo piano: con quella roba non si poteva andare certo molto lontano.

I risultati gli hanno dato ragione: floppetto “Grand Hotel” della Cattleya, floppone “Non uccidere” della Freemantle, floppino “È arrivata la felicità” della Publispei 2.0. Un disastro‎. Perfino la nuova serie del “giovane Montalbano” della Palomar, ha fatto registrare un calo di due milioni di telespettatori.

Bisognava dare un segnale, all’interno e all’esterno. Rapidamente. Fatto a fari spenti uno “screening” sulle reali capacità e spirito di collaborazione dei “quattro moschettieri‎” che dominano la fiction (Bernabei, Degli Esposti, Lorenzo Mieli e Riccardo Tozzi), CdO ha puntato su Tozzi e la Cattleya, stringendo rapidamente un accordo a tre con Netflix che porterà come primo risultato la serie a puntate su Mafia Capitale.

Bene, la Andreatta l’ha saputo a cose fatte (secondo qualche maligno addirittura dai giornali) e a Milano a festeggiare l’intesa c’era Campo Dall’Orto ma non lei. Come segnale, niente male no?

‎Eppure, Nostra Signora della Fiction l’occasione per provare ad invertire la rotta e ad offrire al nuovo dg un nuovo modello di sviluppo più moderno e al passo con i tempi, l’aveva avuto. Subito sdegnosamente rifiutato.

Gliel’avevano presentato su un piatto d’argento a fine luglio i “Cento autori”, la più grande (in realtà sono ormai più di 500) e importante associazione di registi e sceneggiatori esistente in Italia. Tra loro, fra gli altri, Verdone, Bellocchio, Sorrentino e Virzì.

Insomma, il meglio che offre la piazza.

Macché… Per il suo delirio di onnipotenza, meglio puntare solo sui giovani sceneggiatori emergenti di Gomorra, 1992 e della versione italiana di “In treatment”: Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo.

Quelli sì che dovevano essere assolutamente contrattualizzati per la grande fiction sulla storia della mafia; quelli soli potevano garantire il futuro dopo il successo avuto su Sky. Per il resto, restavano sempre a disposizione Ivan Cotroneo, l'”assopigliatutto” preferito della scorsa stagione, con la sua squadra.

E il progetto dei “Cento Autori”? “Improponibile, irrealizzabile, inutile confrontarsi. Buttatelo via“.

Ma anche CdO la pensa così? Non pare. E allora forse vale la pena di parlarne.

 

(2-continua)‎

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