Napolitano e l’omertà di Stato

Giorgio Napolitano

Se a distanza di oltre 23 anni ancora non conosciamo tutta la verità sulla terribile stagione delle stragi di mafia, quella in cui furono uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è perché in tutti questi anni uomini dello Stato ai più alti livelli non hanno voluto che si andasse fino in fondo nell’accertamento dei fatti e delle responsabilità, che si facesse giustizia. Uomini come Giorgio Napolitano, per nove anni Capo dello Stato, presidente della Camera nella stagione delle stragi, eppure uno dei principali ostacoli sulla difficile strada verso la verità.

Da lui si sarebbe potuto e dovuto avere un contributo determinante per diradare le nebbie in cui è ancora avvolta quella stagione e invece si è avuto solo un reiterato ostruzionismo, un continuo ostacolo al lavoro della magistratura. Basti pensare al conflitto d’attribuzione sollevato nei confronti della Procura di Palermo, alla distruzione delle intercettazioni delle telefonate con l’ex ministro Nicola Mancino, al silenzio sugli “indicibili accordi” che gli confidò il suo consulente giuridico Loris D’Ambrosio. Basti pensare, da ultimo, alla richiesta, direi alla pretesa, di non testimoniare al quarto processo sulla strage di Via D’Amelio in corso davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta, dove era stato citato come teste su istanza dell’avvocato Fabio Repici, legale di parte civile di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo.

In una lettera-monito di cinque pagine, l’ex Capo dello Stato ha fatto sapere ai giudici che non è il caso di ascoltarlo dal momento che già stato interrogato nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia e dunque, a suo insindacabile giudizio, una nuova deposizione nel Borsellino quater “sarebbe priva di rilevanza e ripetitiva ai fini dell’accertamento penale”. Non solo, ha richiamato pure i giudici perché “l’accertamento dei reati richiede la massima concentrazione delle energie processuali e non la loro dispersione” e ha sottolineato “la sconfinata comprensività e la assurda vaghezza” dell’articolato di prova formulato dalla parte civile.

Insomma, Napolitano ritiene di aver già detto tutto quello che sapeva quando è stato chiamato a testimoniare nel processo sulla trattativa (che è un altro processo e dunque non si capisce la ripetitività della sua testimonianza), dove comunque ha fatto di tutto per non essere sentito e dove si è trincerato dietro le sue prerogative per una deposizione che alla fine è comunque rimasta un’occasione mancata. Resta allora il dato di fatto, amaro, che un presidente emerito della Repubblica, per nove anni la più alta carica dello Stato, anziché presentarsi agli italiani e ai giudici come una casa di vetro, trasparente e aperta, anziché offrire spontaneamente il suo contributo e la sua collaborazione perché sia fatta finalmente giustizia, si è ancora una volta sottratto ostinatamente scegliendo come in passato il silenzio e l’omertà.

Il punto è però anche un altro, non meno importante. Il punto è che non spettava a lui decidere della rilevanza o meno della sua testimonianza, ma solo ai giudici. Così è per qualsiasi cittadino, che, se chiamato a testimoniare e a riferire sotto giuramento tutto ciò che sa sui fatti oggetto di un processo, non può dire ‘no grazie’ affidando a una lettera le sue insindacabili ragioni. Se lo fa, viene incriminato per reticenza e portato in Aula dai carabinieri. Ma l’ex presidente evidentemente continua a sentirsi al di sopra della legge. E qui, purtroppo, occorre rilevare come la Corte abbia ossequiosamente chinato la schiena, piegandosi al suo ‘rifiuto’ e confermando che in Italia la legge non è uguale per tutti ma ha sempre un occhio di riguardo per il potente di turno, tanto più per un ex Capo dello Stato, il quale può decidere motu proprio se testimoniare o no. Pessimo segnale e pessimo esempio per un Paese in profonda crisi etica e morale, in cui troppo spesso il senso per la giustizia cede all’interesse di parte e in cui troppo spesso il lavoro di chi indaga per arrivare alla verità è visto con fastidio, perché in realtà non si vuole fare luce in una stanza buia.
Il legittimo sospetto, allora, è che Napolitano, perse le prerogative proprie del Capo dello Stato, temesse di non poter continuare a tacere dinanzi a giudici. Meglio non presentarsi, allora. Ecco dunque l’omertà di Stato, ecco l’ennesimo schiaffo a chi ancora chiede verità e aspetta giustizia sulla stagione delle stragi.

Articoli correlati

*

Top