Signorelli, storia di un perseguitato e di una giustizia negata

Paolo Signorelli, durante il processo per la strage di Bologna

“Caro Direttore, scrivo a Lei, alla Sua testata, per raccontare una storia che so potrà trovare spazio fra le colonne di questo giornale”.

Oggi, primo dicembre, ricorre l’anniversario della morte di un uomo che – come pochi altri in questo Paese – ha incarnato il concetto di “mala-giustizia”. Quest’uomo era il prof. Paolo Signorelli, per lungo tempo etichettato, senza appello, quale “cattivo maestro dell’eversione nera”, nonché mente dei NAR.

Mi preme parlare di questa vicenda giudiziaria per tante ragioni.

In una diversa fase della mia vita, quella di studentessa, ho avuto il piacere ed il privilegio di incontrare il prof. Signorelli. Poi, anni dopo, ho conosciuto sua moglie Claudia, i suoi figli – Luca e Silvia –  e il nipote più grande Paolo, che porta il suo stesso nome. E ho raccontato questa storia, per impedire che lo scorrere di un tempo senza memoria fagocitasse le storture partorite da un Paese che non sa riconoscere i propri errori. Perché la rivalutazione postuma è concessa a molti, “brigatisti” compresi. Ma mai a coloro i quali portano addosso la lettera scarlatta riservata ai fascisti.

Cominciamo dal principio. L’accanimento giudiziario (mi passi il termine, anche se un po’ forte, perché corrisponde a verità) ai danni di Paolo Signorelli inizia a gennaio del 1979 quando la Procura di Roma lo arresta, genericamente, per “detenzione di armi”.

Sono anni pesanti, quelli “di piombo”. E, per far scattare le manette, basta essere in odore di eversione. Sei giorni dopo viene assolto perché “il fatto non costituisce reato”. Nel giugno di quello stesso anno, arriva il secondo ordine d’arresto.

A firmarlo non è un magistrato come gli altri, è Mario Amato. Stavolta l’accusa è di “ricostituzione del disciolto partito fascista”, in violazione della XII disposizione transitoria della Costituzione. Un paio di mesi dopo arriva l’assoluzione in fase istruttoria.

Quel magistrato che non è come gli altri, quel Mario Amato che ha fatto arrestare Signorelli e che è titolare di molte delle indagini a carico dei “neri”, viene ucciso in un agguato dei NAR il 23 giugno del 1980.

Poi, la mattina del 2 agosto, nella sala d’attesa di seconda classe della Stazione Centrale di Bologna, quando l’orologio d’ingresso segna le 10.25, uno scoppio dilaniante cambia per sempre la storia d’Italia. Ottantacinque morti, duecento feriti, la più grave delle stragi avvenute in Italia in tempo di pace. Ed i responsabili vanno trovati ad ogni costo. Se sono fascisti, tanto meglio.

paolo-signorelliSono anni difficili. Anni in cui la “forza della ragione” lascia il posto alle “ragioni della forza”, consentendo ad essa di generare mostri.

In un crescendo rossiniano di accuse e capi d’imputazione, il 26 agosto del 1980, la Procura della Repubblica di Bologna sigla il mandato di cattura per Paolo Signorelli con l’accusa di “associazione sovversiva e banda armata”. Lo arrestano nella casa di campagna di sua moglie Claudia, a Marta, sulle rive del Lago di Bolsena.

Sono le 4 di mattina e per arrestare un professore di liceo arrivano cinquanta uomini. Le volanti bloccano ogni accesso al paesino, circondano la casa e sfondano la porta della modesta camera da letto, armati di giubbotti antiproiettile e mitra M12 pronti a fare fuoco. Forse, nemmeno il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa quando fece irruzione nel covo delle BR in via Fracchia arrivò con un tale schieramento.

L’opinione pubblica, il giorno successivo all’arresto, si sveglia con il nome del perfetto colpevole sbattuta in prima pagina. L’organo di stampa ufficioso e ufficiale della P2, il quotidiano “L’occhio” diretto da Maurizio Costanzo, apre con un titolo a nove colonne: “Strage di Bologna: arrestato Paolo Signorelli – Nella sua villa di Viterbo pistole, bombe e mitragliatrici – Le armi scoperte nel giardino hanno riempito otto alfette”.

Per amore di verità, è bene specificare che nella casa di Marta non viene trovato nulla. Non un’arma, non un bossolo. I militari non sequestrano neppure uno spillo.

Signorelli viene portato in carcere a Roma. Per dieci anni – consecutivi – non sarà più un uomo libero.

Quasi subito lo trasferiscono a Modena, in isolamento. È qui che gli arriva un altro ordine di arresto. Questa volta l’accusa è di essere il mandante dell’omicidio di Antonio Leandri, ammazzato per errore a Roma il 17 dicembre dell’anno prima dai NAR, a causa di uno scambio di persona (il vero obiettivo del “commando” era l’avvocato Giorgio Arcangeli, reo di aver denunciato e fatto arrestare il “camerata” Piergiorgio Concutelli). Esecutore materiale dell’omicidio sarebbe Luca Signorelli, arrestato il giorno del suo ventiseiesimo compleanno (l’accusa non reggerà).

Paolo, però, questo particolare lo ignora. Come detto, è in isolamento: nessun contatto con l’esterno, nessuna informazione. Eppure, con uno scherzo crudele, le guardie carcerarie gli concedono un televisore. Giusto in tempo per il telegiornale, giusto in tempo per vedere le immagini di suo figlio portato via in ceppi. Poi gli agenti ci ripensano, “scusi, si è trattato di un errore”. E la tv, com’è arrivata, scompare.

Nel frattempo, le imputazioni e le ordinanze di custodia cautelare si moltiplicano.
La prima condanna arriva dopo quasi tre anni di “carcerazione preventiva”: ergastolo per l’omicidio Leandri. È il febbraio dell’83. L’anno dopo, il secondo ergastolo, è per l’omicidio Amato. A marzo del 1985, terzo ergastolo, quale mandante dell’omicidio del Giudice Vittorio Occorsio.

A giugno del 1986 arriva il rinvio a giudizio quale mandante della Strage di Bologna. È lui, il “professore nero”, l’ideologo dei NAR. Nonostante le azioni del gruppo si debbano inscrivere – per loro stessa definizione – nello “spontaneismo armato”. Concetto che mal si combina con l’idea di avere un capo che impartisce ordini e dà lezioni. Ma tant’è. Il maestro-burattinaio che muove i fili ed ispira le azioni sanguinarie di Giuseppe Valerio “Giusva” Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini è stato individuato.

Parallelamente, però, il granitico castello di accuse contro Paolo Signorelli comincia a sgretolarsi. La Corte d’Assise d’Appello di Bologna lo assolve dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio Amato. Ma la tregua dura poco. È il 16 ottobre 1987 quando la Corte d’assise d’appello di Firenze conferma la condanna all’ergastolo per l’omicidio Occorsio. Alla fine dell’anno la Cassazione annulla l’assoluzione per l’omicidio Amato e rinvia per un nuovo giudizio. Ed è ergastolo, di nuovo.

L’accusa di essere il mandante della strage di Bologna, però, non regge. Viene assolto già in primo grado. Sentenza confermata in appello e divenuta definitiva.

paolo-signorelli3Quando iniziano gli anni novanta, la caccia al fascista non interessa più. Ed è così che il castello di accuse si sgretola completamente.

Nel giro di tre anni Paolo Signorelli viene assolto dalla Corte d’Assise d’Appello di Firenze per l’omicidio Amato. La sentenza è passata in giudicato. Assolto dall’Assise d’Appello di Roma per l’omicidio Leandri. La sentenza è passata in giudicato. Assolto dalla Corte d’assise d’Appello di Bologna per l’omicidio Occorsio. La sentenza è passata in giudicato.

Dieci anni di carcerazione preventiva. Otto di questi scontati in carcere, oltre la metà dei quali, Paolo Signorelli li ha trascorsi in isolamento, sempre in carceri di massima sicurezza. “Il ferro dello speciale per redimerti. Il vetro del Tribunale per esibirti”, parole sue (tratte da “Di professione imputato”).

Solo nel 1988 gli vengono concessi i domiciliari per gravi ragioni di salute. Il prof. Signorelli, in carcere, è quasi morto. Da innocente.

Sono le battaglie della moglie Claudia, dei figli, del fratello Nando (che è stato per anni Senatore in quota MSI), dei radicali e di Amnesty International a dare voce, meglio, ad urlare un’ingiustizia che rischia di consumarsi nel silenzio di una cella di massima sicurezza.

Alla fine di tutta l’epopea giudiziaria, l’unica condanna definitiva riportata da quest’uomo è stata, genericamente, per “associazione di stampo eversivo, in concorso con ignoti”. Un ossimoro, in sostanza.

Sarà a causa di quest’unica sentenza che a Paolo Signorelli verrà impedito di tornare ad insegnare filosofia al liceo “De Sanctis” di Roma.

In Italia, esiste un istituto – disciplinato all’314 del codice di procedura penale – che prevede il diritto all’equa riparazione per la custodia cautelare (la carcerazione preventiva oggi si chiama così) ingiustamente subita. Ingiustizia che ricorre quando si viene assolti con formula piena, a fronte di un periodo più o meno lungo trascorso in carcere o ai domiciliari.

A Paolo Signorelli, il risarcimento per ingiusta detenzione è stato negato. Perché, nonostante tutte le assoluzioni collezionate, il Tribunale ha riconosciuto che la custodia cautelare fosse stata comunque correttamente applicata. Per dieci anni consecutivi.

Mi permetta, Direttore, un inciso di carattere personale. All’inizio di questo lungo racconto ho omesso di dire che sono laureata in Giurisprudenza. La prima pagina della mia testi riporta una dedica: “a tutte le vittime innocenti (e mai risarcite) di una giustizia che sa essere ingiusta”. È stata scritta pensando a questa storia.

Ai magistrati, Paolo Signorelli non ha concesso la soddisfazione di vederlo morire in carcere.

Il Professore se n’è andato il 1° dicembre del 2010, da uomo libero. Libero di poter dire: il sole vince sempre!

Lettera firmata

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