Le indagini di Falcone sull’oro di Mosca: quel viaggio che non fece mai

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Perché è stato ucciso Giovanni Falcone? La domanda a distanza di ventitré anni dalla strage di Capaci ( in cui morirono il magistrato, la moglie e gli agenti della scorta) potrebbe sembrare curiosa.

Visto che anche la vicenda giudiziaria -che ha visto come imputati sia i cosiddetti mandanti che gli esecutori materiali della strage- si è conclusa da anni, con le condanne di tutti gli imputati. Eppure ci sono ancora persone, siano esse magistrati o giornalisti, che continuano a porsi delle domande sul drammatico attentato di quel 23 maggio del 1992. E sono domande inedite, considerando quanto ci è stato raccontato fino a oggi dalla cosiddetta vulgata ufficiale. Quella che vuole Falcone, morto ammazzato dalla mafia, ma solo e soltanto per fatti e questioni, che riguardino la mafia.

Nonostante lo stesso giudice, all’indomani del fallito attentato all’Addaura del 1989, avesse parlato esplicitamente di “menti raffinatissime e centri occulti di potere”, facendo intendere che dietro quell’attentato e gli attacchi contro la sua persona, non ci fosse soltanto la barbarie dei mafiosi ma dei piani ben precisi. Orditi da chi però? E chi erano le menti raffinatissime di cui parlava lo storico magistrato antimafia? A distanza di anni, l’identità di tutte queste persone non è stata ancora individuata, come non sono ancora stati chiariti quei misteri che rimangono sulle altri possibili ragioni per le quali Falcone è stato ammazzato. Come per esempio, le indagini che Falcone aveva iniziato a condurre sui movimenti di denaro che riguardavano il Pcus (il partito comunista sovietico), e sui finanziamenti che quest’ultimo elargiva ai partiti comunisti “satelliti”. Tra i quali, anche il partito comunista italiano. Giovanni Falcone, all’indomani della caduta del muro di Berlino, aveva infatti iniziato a “seguire i soldi” del Pcus (il partito comunista sovietico), ipotizzando che una parte di questi fossero stati addirittura riciclati dalla mafia.

Per questo, tra la fine di maggio e gli inizi di giugno del 1992, aveva programmato di fare un viaggio a Mosca per incontrare l’allora procuratore generale sovietico Valentin Stepankov che aveva iniziato ad indagare sui movimenti di denaro del Pcus. L’ipotesi del magistrato russo era infatti quella che buona parte dei finanziamenti del Pcus ai “partiti fratelli” fosse avvenuta in maniera illegale; alle spalle del popolo russo; e attraverso un utilizzo illegale del bilancio dello Stato. Con un possibile ruolo della mafia italiana che dopo la disgregazione del Patto di Varsavia, stava progressivamente spostando le sue attenzioni verso l’Europa dell’Est. Per questo aveva deciso, di interpellare Giovanni Falcone, considerato a quei tempi il maggiore esperto in materia di antimafia. E dopo essere venuto in Italia, nel febbraio del 1992, aveva dato appuntamento a Falcone, a Mosca, agli inizi del mese di giugno. Un viaggio, che evidentemente non avvenne, per via del mortale attentato di Capaci. E’ possibile che tra i due fatti potesse esserci un nesso? La stessa domanda deve essersela posta anche il giornalista Francesco Bigazzi, cronista di lungo corso ed ex direttore dell’Ansa il quale, sul viaggio di Falcone a Mosca, ha voluto scrivere un libro ( dal titolo “Il viaggio di Falcone a Mosca” edito da Mondadori) avvalendosi proprio della preziosa collaborazione dell’allora procuratore generale sovietico Valentin Stepankov. Che con Falcone, oltre la professione, aveva instaurato anche un rapporto di amicizia.

I due magistrati avevano perciò iniziato un intenso scambio di informazioni per dare vita a “una nuova forma di collaborazione tra Paesi che fino ad allora erano separati dalla cortina di ferro”. La strage di Capaci interruppe tutto e Stepankov, sin da subito, si è detto convinto che la strage, fosse “un’azione che non poteva essere messa in atto da semplici mafiosi, senza una regia occulta”. Una regia che forse avrebbe voluto mettere le mani, anche sull’ “oro” di Mosca, il “tesoro del Pcus”. Quel fiume di beni, tra denaro e ricchezze immobiliari che per anni il Comitato centrale del Pcus, aveva messo a disposizione dei “compagni” di tutto il mondo. Tra i finanziamenti alle operazioni segrete del Kgb al denaro che puntualmente dal Pcus di Mosca arrivava fino al partito comunista italiano. Una parte del quale ( per una cifra vicina ai 1000 miliardi di lire) sarebbe finito anche a disposizione del Pci.

Fino al 1991, come è scritto nel libro di Bigazzi, per essere stato in precedenza affermato dall’ex ministro democristiano Paolo Cirino Pomicino il quale, nel suo libro “Strettamente riservato”, scritto con lo pseudonimo di Geronimo, aveva collocato al 1991 ( a dopo il fallito golpe di agosto) i finanziamenti che da Mosca arrivavano nelle casse del Pci. Il libro di Bigazzi consente quindi di fare finalmente luce sull’annosa questione del sostegno finanziario di Mosca al partito di Botteghe Oscure. Un sostegno che c’è effettivamente stato, come si apprende inoltre dalla lettura dei documenti ufficiali che sono riportati nel libro, dopo essere stati finalmente desecretati. E che rivelano inoltre il metodo utilizzato da Mosca, per elargire gli aiuti finanziari. Pensato direttamente dall’allora direttore amministrativo del Comitato centrale del Pcus Nikolaj Krucina. Il quale, per far arrivare i soldi ai “partiti fratelli” e dunque anche al Partito Comunista italiano, pensò di coinvolgere quelle “imprese amiche” che operavano nei diversi Stati. Le quali venivano utilizzate per la fornitura di questo e quel bene, dietro pagamento di somme di denaro una parte delle quali, veniva girata ai “partiti fratelli” locali. E come bisogna chiamarle queste elargizioni? Stecche, tangenti, o semplici contributi? Il metodo veniva chiaramente utilizzato anche con le imprese italiane, alcune delle quali erano finite infatti nel mirino di Stepankov. Una in particolare, la Maritalia di Ravenna.

L’allora quarantenne procuratore sovietico era infatti convinto che una parte del “tesoro” di Mosca sarebbe finita da qualche parte nel Belpaese. E in Russia, a quanto pare, in quel periodo, non c’era soltanto Stepankov a pensarla in questo modo. Anche alcuni quotidiani di allora si erano messi sulle tracce dei beni del Pcus e avevano pensato all’Italia, come una possibile destinazione. Tra questi il quotidiano moscovita “Novye Izvestia” che pochi giorni più tardi dall’attentato di Capaci, riportò la notizia dell’imminente viaggio a Mosca che Falcone che avrebbe dovuto effettuare. Aggiungendo inoltre dell’esistenza di indagini in corso tra “l’Italia e la Federazione Russa” che coinvolgevano i magistrati dell’uno e l’altro Paese. Come scriveva il quotidiano russo, l’Italia, “faceva parte del ristretto numero di Paesi in cui i soldi del Pcus e dello Stato sovietico giravano a fiumi”. Un Paese che dai sovietici non sarebbe stato scelto a caso, ma come si leggerebbe sempre in un articolo della “Novye Izvestia”, “ un Paese dove le strutture della mafia sono molto sviluppate e i comunisti sono in posizione di forza”.

Mafia e comunismo insomma. Un binomio che in tutti questi anni, non ha mai fatto parte della vulgata ufficiale. Che ha sempre detto e scritto della Democrazia Cristiana come del partito “colluso” per antonomasia. E pensare che proprio un alfiere della Democrazia Cristiana come il sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti, fu tra quelli che nutrì il sospetto che “dietro alla strage di Capaci potessero esserci anche i servizi segreti sovietici”. Un sospetto che Andreotti avrebbe rivelato a Bruno Vespa che il giornalista avrebbe riportato nel suo libro Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi. Ma che l’ex senatore a vita non avrebbe invece mai voluto esternare, per “non distogliere i sospetti che giravano intorno alla mafia”. Stessi sospetti ma di origine diversa che avrebbe nutrito anche il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio il quale del libro di Bigazzi ha curato una parte dell’appendice insieme al vicedirettore di Panorama Maurizio Tortorella. Nel saggio alla fine del libro, Nordio, scrive un excursus di quegli anni spiegando quale fu, in sostanza, il vero pregio dell’allora Partito Comunista. Che permise al “Bottegone” di essere chiuso per fallimento politico e non invece, come nel caso di altri partiti (come lo stesso Partito Socialista Italiano) per le inchieste di Tangentopoli.

Il merito principale del Pci, scrive allora Nordio, fu quello di imporre ai suoi funzionari, che fossero stati messi sotto inchiesta, una linea di comportamento “politicamente diversa” rispetto a tutti gli altri partiti. Una linea del silenzio assoluto, certo. Almeno fino a dove fosse possibile. In caso contrario infatti, chiunque fosse stato messo alle strette, avrebbe dovuto fare l’esatto contrario di ciò che facevano invece i socialisti. Ammettere cioè, che le “mazzette” che aveva intascato non erano per la “causa del partito” ma per quella personale. Così facendo, il Pci, avrebbe avuta salva la reputazione. E soprattutto, come scrive Nordio, sarebbe riuscito a salvare, come poi avvenuto, quell’immenso patrimonio che si sarebbe aggirato intorno ai 1000 miliardi di vecchie lire. Niente che avesse a che fare con la tanto decantata “questione morale” che Nordio in maniera abbastanza netta arriva a definire una “favola vuota”. Per dire appunto, con buona pace di Enrico Berlinguer, che nel caso del Partito Comunista, non sarebbe mai esistita.

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