Conflitto di interessi, la legge che nessuno vuole

Matteo Renzi

Com’era ampiamente prevedibile, la mozione di sfiducia presentata dal Movimento 5 Stelle nei confronti della ministro Boschi è stata respinta dalla Camera. Non c’erano i numeri, e si sapeva. Ma almeno la Boschi ha dovuto presentarsi in Aula, dove si è difesa con un’arringa tra il risentito e lo strappalacrime con cui non è però riuscita a fare davvero chiarezza sulla storiaccia del crack di Banca Etruria, la banca di cui il padre è stato vice presidente, in cui ha lavorato anche il fratello e di cui lei stessa era azionista, e sul decreto varato dal governo per salvarla.

Personalmente, ero e resto convinto che la Boschi avrebbe dovuto dimettersi per evidente conflitto d’interessi. Quantomeno avrebbe dovuto fare un passo indietro per evitare al governo gli oggettivi imbarazzi che invece gli strettissimi rapporti tra Banca Etruria, i suoi familiari e lei stessa stanno procurando al governo. Nel Paese in cui quasi mai nessuno si dimette, aspettarsi un gesto del genere è però evidentemente troppo. Dunque, niente dimissioni e avanti come se niente fosse.

C’è comunque una cosa positiva, probabilmente l’unica, persino nella vicenda Banca Etruria e nell’intervento del governo su banche e banchieri ed è quella di aver riproposto l’eterna questione del conflitto d’interessi. Che è una questione estremamente delicata, opportunamente affrontata e risolta in tutte le più evolute democrazie, laddove cioè si ritiene normale che la cosa pubblica non possa essere utilizzata e piegata agli interessi di qualcuno, a cominciare evidentemente dai propri. In Italia questo principio elementare resta disatteso da oltre 20 anni, da quando cioè Berlusconi ha deciso di entrare in politica elevando il conflitto di interessi alla massima potenza. In questi oltre 20 anni molto si è detto, molto si è scritto ma nulla si è fatto per risolvere il problema, a destra come a sinistra. Il risultato di tale indegno immobilismo, solo ogni tanto mascherato con velleità interventiste per lo più di facciata o puramente elettorali, è l’attuale legge che disciplina il tema, cioè la ridicola legge Frattini del 2004, scritta e approvata con Berlusconi a Palazzo Chigi. Una legge eccessivamente restrittiva, applicandosi solo ai titolari di cariche di governo, e sostanzialmente inefficace, dal momento che non contiene misure preventive ma prevede solo interventi ex post. E’ esclusa infatti in radice la rilevanza del semplice pericolo e danno derivante dalla commistione tra interessi economico-finanziari privati e incarico pubblico, cosicché il conflitto di interessi non viene individuato a priori ma sorge solo laddove un membro del governo adotti o ometta un atto favorevole a se stesso o ai suoi familiari e allo stesso tempo provochi un danno all’interesse pubblico. Il tutto corredato da un regime sanzionatorio assolutamente inadeguato e dalla ‘perla’ in base alla quale l’incompatibilità riguarda la sola amministrazione di un’azienda e non la mera proprietà, per cui chi possiede aziende e va al governo, ma di quelle aziende è soltanto il “mero proprietario”, non è in conflitto d’interessi.

Dal 2004 il centrosinistra ha avuto la maggioranza ed è stato al governo, dunque ha avuto i fatidici numeri in Parlamento per cambiare le cose, prima con Prodi, poi, è storia recente, con Enrico Letta e Matteo Renzi. Sempre abbiamo sentito dire che la prima cosa che avrebbero fatto sarebbe stata una seria legge sul conflitto d’interessi – lo hanno detto Veltroni, Bersani, Letta, Renzi e tanti altri a ruota – eppure stiamo ancora aspettando. Da ultima, ironia della sorte vista la cronaca recente, ci si era messa pure la Boschi, che a maggio prometteva dalle pagine del Corriere che la legge sarebbe arrivata in Aula nel giro di qualche settimana, entro giugno. Le settimane sono però diventate mesi e la legge è ancora ferma in commissione. Intanto, quando si è trattato di approvare in Consiglio dei ministri il decreto salvabanche, che interessava anche la Banca Etruria, la Boschi ha ritenuto sufficiente non partecipare alla riunione, come del resto previsto dalla legge Frattini, per essere al riparo dal conflitto d’interessi. Che è lo stesso ragionamento che faceva Berlusconi quando il governo varava le sue leggi ad personam o ad aziendam: il Cavaliere andava in un’altra stanza mentre il Consiglio dei ministri approvava quello che lui aveva deciso e così riteneva di poter rivendicare la propria estraneità ai provvedimenti varati, facendo giustamente insorgere l’opposizione, Pd in testa.

Il discorso non riguarda chiaramente solo la Boschi, così come non riguardava chiaramente solo Berlusconi. E’ un problema di carattere generale. C’è urgente e assoluto bisogno di una legge seria, efficace, che superi la Frattini e che sia finalmente in grado di impedire ogni forma di abuso, di prevenire il proliferare di tutti quei conflitti d’interessi che sistematicamente inquinano i rapporti tra politica, potere economico-finanziario, lobby. Occorre affermare il principio che chiunque svolga una funzione pubblica (politica e non) non possa e non debba essere condizionato da propri interessi privati. Si tratta, lo scrivevo prima, di un principio elementare ma della massima importanza, tanto più in una fase come quella attuale caratterizzata da una corruzione dilagante, da intrecci perversi tra politica e affari, da bene pubblico sistematicamente subordinato all’interesse privato e, conseguentemente, da un’enorme sfiducia dei cittadini verso le istituzioni.
Il caso Boschi offre paradossalmente un’opportunità alla politica per colmare questo vulnus grave, che dura da troppo tempo, perché come ha ammesso il presidente del Senato, Pietro Grasso, “siamo oltre ogni ragionevole ritardo”. Una seria legge sul conflitto d’interessi è necessaria ed è necessaria subito, ma dubito fortemente che questa classe dirigente criminale saprà farsene carico. Del resto, lo ha ampiamente dimostrato, non ha alcun interesse a farlo.

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